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¡ES LEY! Voci trans nella marea verde

Nota terminologica: nel testo non ho tradotto il termine travesti, in quanto termine riappropriato dalla comunità trans in America Latina e che indica una specifica esperienza dell’identità di genere. Quando parlo di soggetti giuridici della legge sull’aborto o di persone che abortiscono, scrivo uomini trans e persone non binarie o persone non binarie con capacità di gestazione.

Quando parlo solo di persone transmasc, persone trans mascoline e/o uomini trans, non lo faccio volendo escludere le persone non binarie dalla lotta per l’aborto, ma sto citando altru attivistu che parlano in modo specifico dell’esperienza di gravidanza e aborto degli uomini trans o delle persone trans con identità di genere prevalentemente maschile o categorizzate dalla società come soggetti maschili.

¡Es ley!

Nel 2018 una proposta di legge per la legalizzazione dell’aborto in Argentina arriva al Congresso. Dopo un primo voto favorevole alla Camera, arriva però il no del Senato.

Migliaia di persone fuori dal Palazzo del Congresso piangono, gridano, si abbracciano per farsi forza – le fotografie di questo momento di dolore fanno il giro del mondo.

I movimenti antiabortisti festeggiano e sparano fuochi d’artificio.

Due anni dopo, una nuova proposta di legge ottiene il voto favorevole della Camera e approda al Senato.

Il 29 dicembre, quando la proposta viene discussa in Senato, centinaia di migliaia di persone si riuniscono in più di cento piazze in tutta l’Argentina per incontrarsi, vedersi ed essere visibili, per sostenersi e attendere insieme l’esito della votazione.

Su alcuni cartelli c’è scritto “se lo debemos a lxs pibxs que no volvieron” – “lo dobbiamo allu ragazzu che non sono tornatu”.

Da quando, due anni prima, lu antiabortistu in piazza hanno festeggiato con fuochi d’artificio, 17 persone sono morte per complicazioni legate all’aborto clandestino.

Stanotte è diverso. Sono passate le quattro quando arriva la notizia: 38 voti a favore, 29 contro e un’astensione – il progetto di legge sull’accesso all’aborto passa.

¡Es ley! Gli schermi installati in piazza per seguire la discussione proiettano una luce verde nell’aria satura del verde dei fumogeni, tutta la folla solleva in alto i pañuelos, si festeggia nelle piazze, nelle strade, sul palco allestito fuori dal Palazzo del Congresso, a Buenos Aires, sotto lo striscione “ni una muerte más por aborto clandestino” – “non una morte di più per aborto clandestino”.

In Argentina l’anno si conclude così, con l’approvazione di una legge fondamentale per la salute, la libertà e l’autodeterminazione di donne, uomini trans e persone non binarie.

Il testo della legge, infatti, finalmente non parla soltanto di donne, ma garantisce l’accesso all’aborto a “donne e persone con altre identità di genere e capacità di gestazione”.

Questa legge e queste parole sono una vittoria storica, attesa, desiderata, resa possibile da anni di lotte in cui le persone trans, queer, LGBTQIA+ ci sono, ci sono da sempre.

“Chiudo gli occhi per un momento” racconta Ese Montenegro, attivista e uomo trans “in questa notte che sa di vittoria e ci vedo, ci vedo nitidamente, lottiamo fianco a fianco. Vedo una lista infinita di uomini trans, lesbiche, frocie, travesti, persone trans, persone non binarie, bisessuali, intersessuali, che spingono gli ingranaggi di una storia di lotte per la nostra autodeterminazione”.

siamo sempre statu qui”

Se chiedeste ad attivistu trans di parlare della presenza e del ruolo delle persone trans all’interno delle lotte per l’aborto legale in Argentina o di raccontare qualcosa del percorso che ha portato il Congresso a votare un testo che non parli soltanto di donne cisgender, potrebbe sembrarvi che chi vi sta rispondendo la prenda un po’ alla larga.

Ma la vittoria che questa legge rappresenta non si spiega senza ripercorrerne la storia, una storia fatta di decenni di lotte femministe e dei movimenti trans ed LGBTQIA+.

Sentireste probabilmente citare altre leggi argentine e le battaglie che le hanno rese realtà.

La legge sull’educazione sessuale integrale (2006). La legge sul matrimonio egualitario (2010), con cui le persone LGBTQIA+ chiedono “stessi diritti con lo stesso nome” – ed è quello che ottengono: nessun compromesso, nessun istituto creato ad hoc per le coppie dello stesso genere, ma matrimonio legale per tuttu, con gli stessi diritti delle persone eterosessuali. La legge sulla salute mentale, che tra le altre cose vieta la patologizzazione in base a “preferenza o identità sessuale” (2010). La legge sulla procreazione medicalmente assistita (2013), per la cui approvazione l’attivismo delle donne lesbiche e bisessuali assume un ruolo di primo piano.

E, soprattutto, la legge sull’identità di genere (2012).

Ognuna di queste battaglie costituisce un tassello in un quadro più ampio di rivendicazioni per un pieno diritto ad autodeterminarsi: sulle proprie relazioni, sulla propria salute, il proprio corpo, la propria identità e la propria vita. E ognuna di queste rivendicazioni contribuisce a plasmare la società, modificando via via la cornice in cui la lotta per la legalizzazione dell’aborto si inserisce.

Questo vale specialmente per la Ley de identidad de género. Con la sua approvazione, nel 2012, l’Argentina si dota di una delle legislazioni più avanzate al mondo in materia di diritti delle persone transgender. La legge argentina sull’identità di genere sancisce il diritto per le persone trans di indicare il genere percepito e il nome scelto su tutti i documenti, senza che sia necessario alcun percorso medico o psicologico1. Inoltre, prevede le possibilità di accesso e la gratuità per tutte le terapie o interventi chirurgici che una persona senta eventualmente come necessari per esprimere la propria identità di genere.

L’approvazione della Ley de identidad de género cambia radicalmente il quadro legislativo entro cui dovrà muoversi qualsiasi proposta di legge sulla salute sessuale e riproduttiva. È una vittoria storica per le persone trans argentine, un punto di snodo fondamentale per le loro rivendicazioni e la loro visibilità, destinata ad avere un impatto profondo sulla lotta per l’aborto legale.

“Podemos concebir otra historia”

Ripercorrere l’evoluzione negli ultimi due decenni della legislazione argentina in materia di diritti umani, sessuali, riproduttivi, dunque, è fondamentale per comprendere il quadro in cui la lotta per l’aborto legale si inserisce. Ma sarebbe riduttivo e fuorviante pensare che la lotta delle comunità LGBTQIA+ argentine contribuisca a preparare il campo alla legge sull’aborto legale, mantenendosi però sempre come un binario “parallelo” rispetto ai femminismi.

Movimenti femministi ed LGBTQIA+ in Argentina hanno una lunga storia di contaminazioni, incontri, scontri e intersezioni, fin dalla fine della dittatura, negli anni ’80.

Le comunità trans ed LGBTQIA+, del resto, entrano a far parte delle mobilitazioni per l’aborto legale in prima persona e fin dai primissimi momenti, portando anche riflessioni teoriche, punti di vista e nuove parole chiave nel dibattito sull’accesso all’aborto, influenzandolo profondamente.

Ne è un esempio il gruppo Lesbianas y feministas por la Descriminalización del Aborto, che dal 2009, mentre la Campaña Nacional si concentra sulla battaglia per una legge sull’aborto legale, è tra le organizzazioni che si impegnano a fornire informazioni, aiuto e accompagnamento a chi ha bisogno di abortire, per garantire un aborto il più sicuro possibile in un contesto in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora illegale.

Tra il 2010 e il 2012 la linea telefonica di Lesbianas y Feministas accompagna e sostiene diecimila persone nell’accesso all’aborto. Il collettivo pubblica online una guida, “Todo lo que querés saber sobre cómo hacerse un aborto con pastillas” – “Tutto quello che vorresti sapere su come abortire con le pillole”, che viene scaricata, fotocopiata, distribuita da centinaia di migliaia di persone.

Quando Lesbianas y Feministas inizia la sua attività, le sue pratiche sono considerate controverse anche da larga parte dei movimenti per l’aborto legale. Ma negli anni successivi, diversi gruppi cominciano a dare vita a reti di informazione, sostegno e accompagnamento all’aborto, le reti di Socorristas.

L’attivismo di Lesbianas y Feministas entra nel dibattito sull’aborto legale proponendo punti di vista nuovi e alternativi alle retoriche che in quel momento permeavano la mobilitazione: mette in discussione l’idea del diritto all’aborto come una questione che interessa principalmente le donne eterosessuali, sfida la retorica dell’aborto come tragica ultima risorsa per le donne, viste come vittime di un destino infelice, mettendo al centro in modo ancor più radicale l’autodeterminazione, il desiderio.

Nel 2005 nasce la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, rete e alleanza che riunisce attivistu, collettivi e organizzazioni in tutta l’Argentina in una grande mobilitazione nazionale con l’obbiettivo di proporre e far approvare un testo di legge sull’aborto legale al Congresso.

Tra i primi gruppi che aderiscono alla Campaña figurano ALITT (Asociación de Lucha por la Identidad Travesti-Transexual) e ATTTA (Asociación de Travestis, Transexuales y Transgéneros de Argentina).

Per Lohana Berkins, attivista travesti e fondatrice di ALITT, la lotta per la decriminalizzazione dell’aborto e le rivendicazioni delle persone transgender sono profondamente e intimamente legate: il diritto di abortire è diritto di scegliere su di sé, sul proprio corpo – la lotta delle donne cis per l’aborto legale e quella delle persone trans per il riconoscimento della loro identità parlano la stessa lingua, quella dell’autodeterminazione sul proprio corpo e la propria vita.

Nel 2007, Lohana Berkins scrive “las travestis no tenemos la capacidad física de parir un hijo, pero sí de engendrar otra historia” – “noi donne travesti non abbiamo la capacità di procreare, ma possiamo generare un’altra storia”.

Quando Lohana Berkins scrive queste righe, in Argentina non esiste ancora la Ley de identidad de género. Le persone trans sono ancora costrette a sottoporsi a esami psicologici e psichiatrici e a terapie ormonali o chirurgiche che ne causino la sterilità, per poter ottenere in Tribunale il riconoscimento legale della loro identità. L’identità delle persone trans è rigorosamente patologizzata e medicalizzata e l’accesso a qualsiasi servizio sanitario legato all’affermazione della propria identità di genere è strettamente regolamentato giuridicamente – questo costringe moltissime persone trans alla clandestinità.

“Dobbiamo alzare e rialzare mille volte gli striscioni della depenalizzazione dell’aborto” scrive Berkins “perché attraverso di essa chiediamo anche il diritto di decidere sul nostro corpo”.

Lohana Berkins parla come donna travesti. E, inizialmente, le voci e i movimenti trans nella Campaña Nacional sono principalmente di donne trans e travesti.

“Non ci proponiamo di cambiare l’asse, insisto, della questione centrale, vertebrale che sono le donne, ma di arricchire questa Campagna e questa proposta” – sono le parole di Lohana Berkins in un discorso pronunciato nel 2010.

L’intento non è quello di mettere in discussione il soggetto centrale nella mobilitazione per l’aborto legale: le voci e le rivendicazioni degli uomini trans, delle persone trans non binarie e transmasc sono ancora invisibilizzate e lasciate ai margini del movimento.

Ma negli anni seguenti, nelle piazze, nelle mobilitazioni e nei dibattiti cominciano a comparire sempre più spesso slogan e cartelli nuovi: aborto legal por varones trans! (aborto legale per uomini trans). Aborto legal por chicxs trans! (aborto legale per giovani trans).

E nel 2012, con l’approvazione della Ley de identidad de género, il quadro giuridico cambia completamente: con l’eliminazione della sterilizzazione obbligatoria e con la depatologizzazione completa delle identità trans, lo Stato argentino riconosce potenzialmente gli uomini trans e le persone non binarie con capacità di gestazione come soggetti giuridici del diritto all’aborto.

L’attivismo degli uomini trans, delle persone non binarie e transmasc porta le sue rivendicazioni e le sue riflessioni all’interno del movimento per l’aborto legale, ponendo interrogativi che ne mettono in discussione i fondamenti fino a quel momento considerati più basilari.

Si tratta di ripensare proprio “l’asse della questione centrale”. Si tratta di chiedersi, finalmente: “l’aborto è una questione che riguarda solo le donne?”

El mito de la invisibilidad

“Sono un uomo trans e gay” “Non capisco come hai potuto invadere questo spazio!” si sente rispondere Tomás Máscolo, uomo trans e attivista, quando vuole partecipare a un seminario sull’aborto dell’Encuentro Nacional de Mujeres.

“Ma io ho abortito due volte!”

***

I movimenti trans costruiscono alleanze e intersezioni con i femminismi, ma incontrano anche resistenze, ostilità, invisibilizzazione. La prospettiva cis-sessista è profondamente radicata nei movimenti per l’aborto legale, che spesso rifiutano di mettere in discussione il ruolo della donna cis come unico soggetto legittimo del diritto ad abortire.

Le prime mobilitazioni per l’aborto prendono forma negli Incontri Nazionali delle Donne, incontri femministi di portata nazionale che si tengono in Argentina ogni anno dal 1986 e che, per anni, mantengono una prospettiva estremamente cis-normativa e trans-escludente. Quando l’Encuentro Nacional de Mujeres si apre timidamente alla partecipazione delle persone trans, lo fa nella prospettiva di includere le donne trans e travesti – ma le persone transmasc continuano a essere escluse, viste con sospetto o con ostilità.

Nel 2012, con l’approvazione della Ley de identidad de género, gli uomini trans e le persone non binarie con capacità di gestazione diventano legalmente, a tutti gli effetti, soggetti giuridici di qualsiasi eventuale legislazione in materia di aborto. Ma il processo di decostruzione di miti e preconcetti, il contrasto al cis-sessismo e alla transfobia diffusi nella società sono processi molto più lenti. E anche la gran parte dell’attivismo per la legalizzazione dell’aborto continua a presupporre le donne (cis) come unico soggetto della lotta per l’aborto, anche dopo il 2012.

Blas Radi, uomo trans, attivista e professore di filosofia all’università di Buenos Aires, osserva come le persone transmasc in particolare si trovino così in una paradossale situazione di limbo, in un certo senso costrette a scegliere tra il riconoscimento della loro identità e quello dei loro diritti sessuali e riproduttivi.


La legge riconosce la loro capacità di gestare, ma il cis-sessismo e i pregiudizi della società sulla gravidanza come prerogativa “femminile” si riflettono in una sanità totalmente impreparata, in regolamenti escludenti, in una educazione sessuale incompleta, che possono rendere la gravidanza concretamente impossibile per le persone trans mascoline. Le persone transmasc sono a tutti gli effetti soggetto fondamentale della lotta per l’aborto, ma sono escluse dagli spazi in cui queste lotte vengono concretamente costruite, dai dibattiti sulle mobilitazioni e le strategie politiche.

Un primo importante momento di dibattito pubblico su queste tensioni e contraddizioni avviene nel 2014. Durante una giornata di discussione organizzata a Buenos Aires, intitolata “Uomini che parlano di aborto volontario”, Radi interviene per sostenere la necessità di superare l’impostazione cis-sessista ancora diffusa nei femminismi, inquadrando la lotta per l’aborto in una più ampia prospettiva di rivendicazioni per l’autodeterminazione sul proprio corpo, che unisce le persone cis e trans. Radi invita a riflettere sull’importanza di sovvertire lo sguardo essenzialista che vede la gravidanza come prerogativa femminile e che è dannoso per lo stesso movimento di liberazione della donna: “se respingiamo l’idea della donna come forzatamente destinata alla riproduzione, allora dovremmo interrogarci sul perché invece continuiamo a sostenere che per riprodursi sia indispensabile essere donne”.

Ne segue un dibattito molto acceso: l’intervento di Radi riceve una risposta mista, ma prevalentemente negativa.

Le posizioni delle attiviste presenti riflettono le tensioni interne che permangono anche nella Campaña Nacional, tra chi chiede spazi e linguaggi più inclusivi e alleanze con i movimenti LGBTQIA+ e trans (visti talvolta anche come modello per via delle battaglie vinte) e chi invece vi si oppone fermamente. C’è chi arriva a esprimere la propria preoccupazione che la lotta per l’aborto legale sia “oscurata dalla politica di sovversione del sistema sesso-genere”, chi vede la presenza di persone trans mascoline negli spazi femministi come un’invasione e una minaccia per le donne, chi ritiene che l’inclusione delle persone trans sia “strategicamente” un errore, perché parlare di “corpi gestanti” sarebbe “incomprensibile per le donne” o perché renderebbe più complesso ottenere il favore di senatoru e deputatu conservatoru per un eventuale progetto di legge.

Il confronto interno ai movimenti femministi – lamenta Radi – continua a riproporre il tema dell’aborto trans nell’ottica di una “gerarchia di emergenze”, presentandolo come un’eccezione e, quindi, come potenzialmente marginale, mai urgente, sempre “un tema nuovo ancora da elaborare”, in modo per certi versi simile ai media, che mostrano le gravidanze trans sempre e solo come eventi eccezionali, con toni sensazionalistici e voyeuristici.

All’interno della mobilitazione per l’aborto legale si sente ripetere che l’aborto trans è un tema nuovo, un tema per cui i tempi non sono ancora maturi, perché è lo stesso attivismo trans sull’aborto a essere un fenomeno recente, per cui le voci delle persone trans sono ancora invisibili.

“Il mito dell’invisibilità è una merda” risponde Radi “perché è un modo di colpevolizzare chi ne è vittima”. Le persone trans non sono invisibili, ma inascoltate. Le persone trans che abortiscono non sono una novità, è il loro attivismo che viene invisibilizzato proprio presentandolo sempre come “troppo recente”.
E così questo mito giustifica la gerarchia delle emergenze, “per cui alcune persone devono rimanere in sala d’attesa, ma ogni volta con un numero nuovo”.

“Irreductibles a una sola categoría, nos declaramos marea”

L’8 agosto 2018, mentre la legge sull’aborto legale è in discussione al Senato (dove non sarà approvata), il Frente de Trans Masculinidades prende parola in piazza. Il testo della proposta di legge formulato dalla Campaña Nacional ha generato diffuso malcontento nelle comunità transmasc e non-binary per la scelta di identificare soltanto le donne come soggetto all’interno di tutto il testo di legge, specificando poi, all’articolo 10, che quanto detto si applica anche alle persone che beneficiano della Ley de identidad de género. Il Frente de Trans Masculinidades ribadisce ancora una volta il ruolo centrale delle persone trans nella lotta per l’aborto legale, ruolo che non si basa né unicamente né primariamente sulla loro capacità di gestazione: il fatto che alle persone trans, i cui corpi sono costantemente sottoposti a scrutinio, sia richiesto di giustificarsi e legittimarsi esponendo i propri corpi e la propria capacità riproduttiva, non è che l’ennesima forma di cis-sessismo – perché, altrimenti, alle donne cis non viene chiesto altrettanto?

Le persone trans, rivendica il Frente, fanno parte della lotta per l’aborto legale perché si tratta di una lotta per la libertà di scegliere sul proprio corpo e di autodeterminarsi. E alle persone transmasc e non binarie spetta il riconoscimento come soggetti politici e come soggetti della legge sull’aborto a tutti gli effetti, non in posizione subordinata e marginale.

***

Negli ultimi cinque anni, le persone transmasc e non binarie hanno ottenuto più visibilità all’interno delle mobilitazioni sull’aborto. Nel 2019 nasce la Colectiva de Disidencias Sexogeneropoliticas, collettivo LGBTQIA+ all’interno della Campaña Nacional.

Quando, nel 2018, un gruppo all’interno dell’Encuentro Nacional de Mujeres chiede l’esclusione delle persone trans dall’incontro, l’assemblea risponde con fermezza. E dopo 33 anni l’Encuentro cambia nome, divenendo Encuentro Plurinacional de Mujeres, Lesbianas, Trans, Travestis, Bisexuales y No Binaries.

Il nuovo testo di legge proposto dalla Campaña Nacional, discusso e, stavolta, approvato nel 2020 parla di donne e persone con altre identità di genere in tutti gli articoli.

Le comunità trans ed LGBTQIA+ non hanno mai smesso di mettere in discussione la prospettiva essenzialista e ciseterosessista della lotta per l’aborto, non hanno mai smesso di attraversare la Campaña Nacional e di creare e reclamare spazi di lotta e di confronto, affrontando ostilità e resistenze.

Se oggi in tutto il mondo festeggiamo la vittoria dellu compagnu argentinu, è grazie a questa lunga storia di incontri, scontri, alleanze. E la lotta per l’aborto legale in Argentina non si può immaginare senza i contributi, le riflessioni e le pratiche delle persone trans, travesti, non binarie, frocie, lesbiche, bisessuali, intersessuali.

La marea verde è diversa e molteplice, irriducibile a una sola categoria.

Il debito cis-sessista dei femminismi

Durante un’intervista un giornalista chiede a Ese Montenegro di esprimersi sulle recenti dichiarazioni transfobiche di J. K. Rowling. Secondo Ese, i movimenti femministi ed LGBTQIA+ argentini hanno dato “una risposta inequivocabile”, respingendo quella che lui chiama “l’ondata di biologismo che viene dal nord del mondo”. Ma hanno potuto farlo grazie alla lunga storia di alleanze tra i movimenti LGBTQIA+ e i femminismi, un percorso di dialogo e confronto che – continua Ese – è esistito in Argentina, ma altrove può non esserci stato o aver avuto modalità diverse. Non è possibile universalizzare le esperienze, perché i femminismi sono sempre “situtati”, collocati in una storia e in uno specifico contesto locale.

Dopo l’approvazione della legge sull’aborto, in Argentina restano ancora in sospeso tanti temi e tante battaglie, anche all’interno dei movimenti per la salute sessuale e riproduttiva: l’obiezione di coscienza; le politiche economiche del Governo, che mentre approvava la legge sull’aborto attuava pesanti tagli alla spesa pubblica, destinati a colpire in particolare le fasce più vulnerabili della popolazione; la questione del cis-sessismo nei movimenti, che non si risolve con l’inclusione nel testo di legge, se a questa non si accompagna una profonda decostruzione dei pregiudizi transfobici e cis-sessisti nei femminismi e nella società.

La marea verde non può essere slegata dal suo percorso, dal suo contesto locale, che ne definisce anche le sfide future.

Come dice Ese, non possiamo universalizzarla, prenderla come modello completamente e immediatamente ripetibile.

Ma in essa possiamo leggere anche tanti interrogativi, tante questioni che in Italia sono aperte – o ancora da aprire. E può forse esserci utile come ispirazione, per avviare una riflessione sui nostri femminismi e sulle nostre lotte per la salute sessuale e riproduttiva.

Possiamo guardare all’Argentina per lasciarci interrogare, in particolare come donne cis e femministe. In un momento in cui i femminismi transescludenti prendono parola in Italia e influenzano il dibattito pubblico e le scelte politiche, possiamo e dobbiamo chiederci chi è il soggetto dei femminismi. E chi è il soggetto della lotta per l’accesso all’aborto gratuito, sicuro e garantito.

Anche il nostro femminismo deve essere situato. E le voci di attivistu trans si fanno sentire anche qui in Italia: le persone trans non sono invisibili, ma invisibilizzate – si tratta di ascoltarle.

Si tratta di riconoscere che l’inclusione delle persone trans nei movimenti per la salute sessuale e riproduttiva non è una concessione che facciamo come persone cisgender, ma un atto dovuto. La battaglia per la nostra libertà di autodeterminarci e di scegliere sul nostro corpo, sulla nostra vita, sulla nostra sessualità e (non) riproduzione è una battaglia comune. Se in questa battaglia cerchiamo di escludere, allontanare, sminuire il ruolo e le rivendicazioni delle persone trans… allora siamo in debito.

***

C’è un’altra cosa per cui, in questi anni, ci siamo spesso lasciatu ispirare dall’Argentina: i cori. Le nostre piazze e le nostre mobilitazioni sono piene di canti in spagnolo che cantiamo a squarciagola – spesso magari lo spagnolo neanche lo conosciamo, ma quei cori li abbiamo imparati, ripetuti, cantati ovunque. Ed è bello pensare che mentre noi li intoniamo a Roma o a Verona, lo stesso avviene a Buenos Aires o a Rosario.

C’è un coro bellissimo che abbiamo raccolto dalle piazze argentine, che ci ricorda che la nostra forza sta nell’essere unitu, perché essere insieme e lottare fianco a fianco ci rende visibili, rende le nostre voci un fragore che non si può ignorare.

Y ahora que estamos juntxs, (e ora che siamo insieme)

Y ahora que sí nos ven, (e ora che ci vedono)

abajo el patriarcado, se va a caerse va a caer!

[Nota personale: non avrei potuto scrivere questo articolo, né avrebbe avuto senso farlo, senza i consigli, i contributi, i confronti con attivistu trans argentinu. A Lohana Berkins, Marce Butierrez, Tomás Máscolo, Blas Radi, Ese Montenegro, Santiago S. e Francisco Fernández Romero va la mia gratitudine]

1 Non esiste ancora la possibilità di indicare un genere diverso da uomo o donna.

Obiezione Respinta è un progetto che dal 2017 mappa dell'obiezione di coscienza in Italia a partire dalle esperienze di chi l'ha vissuta sulla propria pelle. Negli anni ci siamo occupate di divulgazione su sessualità, contraccezione, IVG, tecnologie digitali, femminismo. Online ci trovi su obiezionerespinta.info, mentre offline ci trovi alla Limonaia-Zona Rosa di Pisa.

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