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LIbri universitari

Lettera aperta per la distruzione dell’università (parce qu’un a la rage)

Parigi, 18 gennaio 2021

“Parce qu’on a la rage, on restera debout quoi qu’il arrive” canta la rapper Keny Argana, non ci muoviamo, restiamo in piedi proprio qui, davanti alla Sorbona, nonostante la polizia, nonostante il vostro silenzio, il vostro disprezzo sembravano cantare gli student* della Sorbona, durate i dieci giorni della protesta.

La causa della rabbia: la decisione della Facoltà di Lettere dell’Università Sorbona di mantenere inalterate le condizioni di svolgimento degli esami di fine semestre nonostante tutto.

La radice della rabbia: la violenza dell’istituzione universitaria.

Quella è la radice del problema; è lì, nel centro del potere/sapere che si trova il buco, lì, dove si crea, si coltiva e si sviluppa la violenza: nell’università. La violenza dell’istituzione universitaria non è accidentale; al contrario, essa è intrinseca al sistema in cui si inserisce, il sistema scolastico. Si nasconde dietro il sapere, produce violenza, distrugge ciò che tocca, comprese le vite delle persone che la attraversano.

È arrivato il momento di fare i conti col fatto che il sistema universitario, così come è, non va riformato, va distrutto; che le sue pratiche, dal processo di valutazione alla creazione di gerarchie, dalla trasmissione verticale del sapere alla creazione dell’elitismo vanno combattute.

Macchina di produzione dell’ingiustizia sociale, creatrice di precarietà, distruttrice di sogni, il sistema universitario e coloro che lo sostengono con il proprio corpo (accademico), devono fare i conti col fatto che è arrivato il momento di accettare di perdere i propri privilegi. Perché non basta più ripensarsi, rivedere il proprio insegnamento, aggiornare i contenuti e probabilmente non è mai bastato. La sola cosa che si deve fare ora è disimparare, tradire sé stess*, rinnegare la propria classe, togliere, come dice Feminoska, i panni dell’oppressor* e vestire quelli dell’alleat*.

Eric Koch / Anefo, CC0, attraverso Wikimedia Commons

Non è (solo) un’utopia. Si può farlo, come sempre ragionando a scale, a partire da sé, dalle proprie pratiche, dai propri corsi, dalla maniera di stare nel mondo (universitario).

8 novembre 2019. Uno studente dell’università di Lione si dà fuoco davanti alla sede del CROUS, l’organismo del Ministero dell’Education Nationale dedicato al supporto e al miglioramento delle condizioni di vita degli studenti. Un caso isolato? No, un corpo metonimico: Anas si dà fuoco, il corpo studente si dà fuoco. Forse perché è al CROUS che avrebbe voluto dare fuoco. CROUS, spazio metonimico: CROUS in fiamme, università in fiamme.

Cos’è che ancora non abbiamo capito? Come devono ancora dirci che c’è qualcosa che non va, che il sistema non va, che la precarietà è la loro quotidianità. La povertà è diventata la condizione con cui fare i conti per poter studiare, vivere, sopravvivere.

Il gesto di Anas ha sollevato il dibattito; un po’, non molto. Come quando sollevi un foglio e volti pagina, continuando a leggere, la testa immersa nel libro, non la puoi alzare per guardarti intorno perché sei un* intellettuale, d’altronde è la testa che conta, che devi ascoltare, non il corpo, di sicuro non il corpo studente(sco). O forse perché hai paura, paura che ti vengano le vertigini se alzi la testa, se guardi chi hai davanti, che se lo fai sei obbligato a interrogarti su di te, su quello che stai facendo, sul valore delle nozioni che ti prepari a portare in classe, a utilizzare come usi i chicchi di riso per farcire i pomodori al forno, a praticare l’educazione depositaria di cui parla Paulo Freire, un’educazione che non è pratica di libertà ma piuttosto strumento di oppressione e di sottomissione, quella che non hai voglia di mettere in discussione perché sarebbe come mettere in discussione te stess* e confrontarti col fallimento, col fallimento del sistema di cui fai parte, del corpo che hai integrato con il tuo di corpo, il corpo insegnante.

O magari perché ti ritieni un intellettuale critico e impegnata e pensi di fare già la tua mettendo in circolo epistemologie critiche che puoi usare all’occorrenza come giustificazione, casomai ti fosse rinfacciata l’incapacità di far fronte a problemi concreti, di prendere posizione pubblica, di ammettere che oggi, di fronte alla violenza del sistema, all’ingiustizia ad un neoliberalismo fagocitante e distruttore, la decostruzione critica non basta. E che non ti puoi tirare indietro perché, come dice Ramon Grosfoguel “È necessario che coloro che godono già di uno statuto nel mondo universitario, che sono riconosciuti […], partecipino attivamente a queste lotte”.

Marzo 2020. Nuovo lock down, réconfinement in francese. Chiuse le università, tutt* dentro. Ma dentro dove quando non hai una famiglia da cui tornare, quando è troppo lontana, quando dovresti attraversare il mare o l’oceano per raggiungerla? Dentro la tua chambre studentesca, quando ce l’hai, che si chiama stanza proprio perché la metratura è quella di una camera da letto. Da sol*. Tu e il tuo computer, quando ce l’hai.

Tutt* a fare scorte. Al supermercato si può pagare con le date chiave della Francia di Louis XIV o la definizione di litorale? La carta studentesca, che prova che il mio corpo è un corpo studente, un corpo impregnato di sapere, quello stesso corpo impregnato della benzina con cui Anas si è dato fuoco, corpo immerso in quella povertà che il corpo in fiamme denuncia, quella carta passa in cassa come la carta di credito?

Certo, non è un tuo problema, tu sei solo un professore universitario. Ma allora, ti chiedo, di chi è il problema?

Tra lettere aperte, statistiche sull’aumento della povertà, della depressione, tra casi di suicidio e di abbandono scolastico si è aperto anche il secondo semestre dell’anno accademico 2020/2021, con un primo spiraglio di normalità a inizio settembre, prevedibilmente destinato a chiudersi poche settimane dopo. Ogni speranza di ritrovare una socialità perduta colpita e affondata. Come affondati definitivamente sono stati tante studenti.

Toc, toc, c’è qualcuno? Hanno bussato educatamente alle nostre porte-insegnante nel mese di ottobre, suonato il campanello in quello di novembre, bussato, suonato e gridato a squarciagola nel mese di dicembre, detto scusate, ma almeno un terzo di noi non segue più, un numero enorme è in depressione, tant* hanno costantemente pensieri bui, siamo in fondo al tunnel, non siamo riuscit* a studiare non ce la facciamo a essere valutat*.

Che ingenu*, pensavano bastasse chiedere, farci parte della loro situazione – d’altronde gli avevano detto che noi siamo lì per loro, che l’università è la loro università – perché noi trovassimo soluzioni adatte o almeno pensavano che avremmo fatto lo sforzo di cercarle. Magari avremmo perfino pensato di chiedere a loro che sarebbero le persone più adatte a darci delle piste, visto che la cosa li riguarda direttamente. Noi non abbiamo risposto.

Silenzio.

Abbiamo però pensato bene di arredare loro il tunnel con i fogli con cui fare gli esami scritti in presenza.

Ma come, ci hanno detto, non ci fate venire all’università neanche nel secondo semestre e invece ci fate ritornare in massa per dieci giorni, a fare esami scritti, molto duri, che necessitano un metodo che noi – vi abbiamo detto – non siamo riusciti ad acquisire. Dimmi un po’, ma come faresti a valutarmi in queste condizioni, quali sono i tuoi criteri?

Noi, non abbiamo risposto e invece di tendere almeno il braccio e cercare di tirarl* fuori dal buco, abbiamo pensato che erano diventati tropp* là sotto e allora era meglio lasciarl* lì, gettare loro i fogli su cui fare gli esami e ricoprire il buco con un coperchio.

Loro, che tutto si aspettavano, tranne che gli sbattessimo il portello in faccia, dopo il primo momento di disorientamento, dopo essersi detti ma ché, davvero? Hanno pensato che forse a questo punto, una sola cosa restava da fare: cambiare la direzione dello sguardo. Invece di continuare a tendere il collo per guardare dal basso verso l’alto, dove si trova il nostro corpo insegnante, hanno rilassato il collo e cominciato a guardarsi intorno.

Abbandonando lo sguardo verticale, forse anche solo per la stanchezza e abbracciando quello orizzontale, in quel momento è successa la magia: ognun* di loro si è accort* che non era sol*, il tunnel è abitato. Lì nel tunnel, nel sottosuolo, nel margine erano in tant*. E allora forse, i problemi personali che tutt* loro avevano vissuto non erano privati, che il vissuto personale era politico, che il corpo individuale poteva trasformarsi in corpo collettivo.

Eric Koch / Anefo, CC0, attraverso Wikimedia Commons

4 gennaio 2021. Cominciano gli esami. In presenza. La presidenza della Facoltà di Lettere della Sorbona, a differenza della maggior parte delle università francesi, dà il via alla sessione di esami in presenza. Obbligatoria.

Ma il corpo (dell*) studente era diventato corpo studentesco, un corpo collettivo che blocca l’università e tenta di impedire lo svolgimento degli esami in presenza. Il corpo studentesco esiste e resiste.

Comincia lo scontro tra studenti e istituzione, supportata da un corpo insegnante che mai, in tutto questo tempo, ha saputo prendere una posizione forte, dare delle risposte e dissociare il proprio corpo di insegnante dal corpo insegnante, quello amministrativo, quello fatto da regole che sembrano incise nel marmo e che invece sono scritte semplicemente con la penna cancellabile.

Il mio corpo di insegnante per tutti questi mesi ha cercato di agire su due fronti, da una parte ho cercato di dare il mio supporto, mentale e materiale a tutte le persone studenti con cui avevo o entravo in contatto, dall’altra ho cercato di stimolare le risposte e la ricerca di soluzioni all’interno del dipartimento e della facoltà. Nel primo caso la risposta è stata affetto, alleanze abilitanti e complicità resistente, nel secondo silenzio, un silenzio assordante, parlante, prodotto per distruggerti attraverso la frustrazione.

Ma poco importa perché a niente è servito. Perché mi puoi distruggere solo se sono lì, davanti a te, se il mio corpo continua a condividere il tuo stesso spazio, se il mio corpo continua a essere una parte del corpo insegnante. E invece io mi sono sottratta. Ho tolto il mio corpo dal corpo insegnante. Perché possiamo sempre fare una scelta. Perché dobbiamo sempre scegliere il nostro campo. E lo dobbiamo fare visibilmente, pubblicamente, perché rispondere a mail collettive con un messaggio privato individuale che dice “mi dispiace per voi ma non posso fare niente al mio livello” non solo è una bugia ma è anche una maniera di deresponsabilizzarti. Perché sei un insegnante e non puoi farlo.

E quando hai il posto fisso hai pure quel privilegio che ti permette di muoverti agevolmente tra le diverse pratiche di resistenza a disposizione, che puoi seguire o puoi inventare, e soprattutto accettando il fatto che “cos’ho da perdere?” non è la buona domanda. E quindi non necessita la fatica di trovare una risposta. L’unica domanda che puoi porti è che cosa è giusto, e la risposta già la sai. Perché ad un certo punto una scelta la devi fare. E sai bene qua’è.

“J’annule”, lettera aperta all’Università Sorbona, pubblicata l’8 gennaio 2021 sul blog di Khadija Toufik su Mediapart

Diversi media e social network ci dicono che da lunedì 4 gennaio gli student* della Sorbona protestano contro la tenuta degli esami “partiel” in presenza, atti a verificare in forma di dissertazione scritta le conoscenze acquisite nelle materie del primo semestre.

Ci tengo a dire che non è vero. Non è vero che da lunedì si oppongono alla decisione di far svolgere in maniera ‘normale’ gli esami in una situazione che è tutto fuorché ‘normale’, che considerano una contraddizione l’obbligo alla presenza per 10 giorni quando il primo semestre si è chiuso a distanza, esattamente come comincerà il secondo.

Non è vero nemmeno che da lunedì ci dicono che non è possibile mantenere a distanza le stesse modalità valide per l’apprendimento in presenza e che avremmo, noi insegnanti, dovuto avere il coraggio di rivedere e cambiare i metodi di insegnamento tradizionali.

Non è vero nemmeno che da lunedì ci dicono che vivono in una situazione di grande sofferenza, che molt* di loro hanno abbandonato gli studi, anche chi ha sempre avuto un percorso universitario ineccepibile.

Non è vero nemmeno che da lunedì ci dicono che hanno perso il piacere degli studi, del sapere, dell’apprendimento e anche, molt* di loro, della vita e che tant* hanno pensato per la prima volta di suicidarsi.

Non è vero nemmeno che da lunedì ci dicono che la pandemia ha aumentato in maniera esponenziale le disuguaglianze socio-economiche e che chi faceva già fatica a tirare avanti prima del covid, adesso non ce la fa più, e se riesce a sopravvivere alla precarietà è solo a prezzo dello sfinimento fisico e mentale.

Non è vero nemmeno che da lunedì ci dicono che i dispositivi messi a disposizione dalla Sorbona per rispondere ai loro bisogni materiali, per far fronte alle situazioni di povertà e di angoscia non sono neanche lontanamente sufficienti.

Non è vero nemmeno che da lunedì ci dicono che la loro frustrazione è alimentata dal fatto di non sentirsi ascoltati dall’istituzione universitaria.

Ci tengo quindi a confermare che non è vero che tutto questo ce lo dicono da lunedì: ce lo dicono, lo scrivono, lo gridano almeno da due mesi.

Invece, quello che è vero è che da lunedì gli e le studenti sono stat* malmenati dalla polizia nonostante manifestassero in maniera pacifica, che una steuntessa è stata schiaffeggiata da un membro dell’amministrazione, che due studenti sono stati messi in stato di fermo per due giorni senza ragione, che mol* di loro sono statie controllat* e identificati dalla polizia e dall’amministrazione, che professori filmano i loro visi intimidendol*, che gli e le studenti che sono entrat* in anfiteatro per fare l’esame sono stat* chius* dentro a chiave per tutta la durata della prova, che nelle aule dove continuano a svolgersi gli esami c’è un numero di studenti di gran lunga inferiore alla metà degli iscritti, che si sentono umiliat* e intimidit* più dall’amministrazione che dalla polizia, che i poliziotti hanno tirato fuori i taser, che gli e le studenti sono divisi tra la voglia di fare ciò che considerano giusto e la paura di avere 0 nel proprio curriculum di studi, che non riescono a capire come si possa far loro tutto questo e che si sentono tradit*.

Quello che è vero è che mercoledì un* student* mi ha detto “Non possono più intimidirci perché ci hanno già distrutti”, che oggi mi hanno detto “Io me ne andrò, non ci sto più qui, cambierò università o forse lascerò gli studi”.

Ma soprattutto quello che è vero è che la loro rabbia è aumentata, che coloro che decidevano di entrare in classe e sostenere gli scritti restano oggi con compagn* davanti alla porta della Sorbona centrale, di Clignancourt o ancora di Malesherbes per chiedere giustizia e che alcun* continuano a entrare per consegnare fogli in bianco o con la sola frase “studente in sciopero”.

La loro rabbia aumenta di giorno in giorno perché hanno capito che la vostra ostinazione c’entra di più con l’esercizio del potere e l’esibizione dell’autorità che con la valutazione e il voto, che i vostri discorsi sul valore dell’attestato di laurea riguarda più il mantenimento dei vostri privilegi e della vostra solidarietà di classe che la preoccupazione per il loro avvenire.

Ciò che state facendo è una dimostrazione di forza, una reazione esemplare alle loro rivendicazioni, per fare in modo che questo non succeda più, che student* non osino più dire con tanta forza e determinazione non siamo d’accordo, non ci arrendiamo, non ci fidiamo più di voi.

Ma c’è anche qualcosa di positivo in ciò che sta succedendo: finalmente avete mostrato in maniera chiara che il sapere è politico, che l’università è politica, che è un luogo di esercizio del potere, buttando al vento tutti i vostri discorsi sull’obiettività del voto e la neutralità del sapere scientifico.

Io ci godo perché dopo questa settimana nessun* student* potrà più credervi, pensare che il vostro sapere dominante sia il sapere. Hanno provato sulla loro pelle che un corpo insegnante e quasi esclusivamente bianco e borghese non potrà mai capire la situazione che vivono molti* di loro. Perché davanti alla Sorbona, dietro alle barricate questa volta ci sono tantissim* student* razializzat*, donne cis, queer, neuroatipici, persone precarie. Se c’è una cosa che loro hanno capito bene è che voi non potete capire.

Eric Koch / Anefo, CC0, attraverso Wikimedia Commons

Vi ringrazio perché nessun* student* che ha vissuto tutto questo potrà nel secondo semestre dirmi ancora che l’intersezionalità è un concetto astratto, che la colonialità del sapere riguarda il passato, la colonialità del potere è un’ideologia, che violenza e razzismo istituzionale non esistono. Grazie, perché avete creato un terreno fertile per la circolazione e recezione delle epistemologie minoritarie, critiche, femministe, guerrigliere. Tutti quei saperi che continuate a delegittimare e disprezzare avranno finalmente un posto privilegiato negli anfiteatri, uno spazio costruito coi materiali che voi avete offerto, grazie. Perché se lo spazio della presa di parola non è compreso nella planimetria dell’università, questa settimana gli student* se lo sono costruito da soli, senza più aspettarvi.

Perché una cosa che invece è ben vera è che da lunedì, a colpi di sberle, di minacce di lacrimogeni, di identificazioni, di video realizzati dagli insegnanti per tenere traccia delle “persone perturbatrici”, gli studenti si sono uniti, hanno praticato la solidarietà, sviluppato lo spirito critico e l’intelligenza collettiva. Ciò che ho visto da lunedì insieme alla vostra violenza, al vostro silenzio, al vostro disprezzo è stata la tenerezza radicale dell’interesse individuale che lascia il posto al bene collettivo, la determinazione di coloro che credono che un mondo migliore è possibile, il fascino di chi non si domanda ciò che ha da perdere ma cos’è la cosa giusta da fare. Ciò che ho visto e di cui mi sono nutrita da lunedì è la dolcezza della rabbia. Peccato per voi, perché non potrete mai godere di tanta bellezza.

Mi dite che come insegnante non posso modificare le modalità di esame perché non si possono cambiare le decisioni che vengono dall’alto, dall’amministrazione, dalla presidenza, dal decanato, dalla facoltà, dal dipartimento. Mi dite che non posso fare niente come insegnante, che al mio livello devo obbedire alle direttive che vengono dall’alto.

Io vi dico che disobbedisco. Paulo Freire e bell hooks mi hanno detto che si chiama disobbedienza etica, la disobbedienza di chi sceglie il proprio campo, quello delle persone oppresse. Vi chiedo, è mai possibile scegliere un campo che non sia questo se ciò a cui aspiriamo è la giustizia sociale? Infatti, l’università non dovrebbe tendere alla ricerca della giustizia sociale e dare agli studenti gli strumenti per raggiungerla?

Io disobbedisco. E certo che ho paura, perché, come dice Audre Lorde “trasformare il silenzio in parole e in azioni è un atto di rivelazione di sé e questo atto sembra sempre pieno di pericolo”. Ma invece di condividere certezze con voi, scelgo di condividere la mia paura con gli student* e invece di lasciare che la paura ci blocchi, noi la mobilitiamo per agire e creare, ognun* a partire da dov’è, dal proprio posizionamento, dal proprio ruolo e, nel mio caso, dal proprio privilegio. E allora, una volta preso coscienza collettivamente di tutto questo, non abbiamo più paura perché “non dovete mai aver paura di quello che fate quando ciò che fate è giusto” Rosa Parks.

Volete convincermi che l’istituzione è un’entità astratta. Ma perdete il vostro tempo. Perché io so bene che dietro un’istituzione, un’entità astratta ci sono corpi, persone, che possono prendere decisioni diverse, posizionarsi e scegliere. Prendersi la responsabilità.

Per questa ragione, annullo il mio esame in presenza del 7 gennaio 2021.

Rachele Borghi 

MaitrE de conférence en Géographie et Aménagement

Sorbonne Université

Comunicazione inviata agli studenti del mio corso di “Popolazioni del mondo: spazi, dinamiche e migrazioni”, esame obbligatorio per tutte le persone iscritte al primo anno della Laurea in Geografia, 5 gennaio 2021

Amic*

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oggi tocca a me scrivervi una lettera aperta nella quale voglio prima di tutto scusarmi per la situazione che state vivendo, per la sofferenza, per la frustrazione, per la presa di coscienza di non essere ascoltat*. Ritengo di non aver fatto il mio dovere, quello di trasmettervi dei saperi che vi diano la passione per lo studio, quello di starvi vicino e sostenervi nella realizzazione di voi stess*.

L’università per molt* di voi è oggi sinonimo di senso di abbandono, violenza, di rapporti di dominazione, di esercizio del potere. Faccio parte del corpo insegnante istituzionale quindi sono anch’io, che lo voglia o no, responsabile di questo. Me ne prendo la responsabilità. Nonostante ciò, io non voglio essere causa dell’aumento della vostra angoscia e del vostro disgusto per l’apprendimento e, per alcun* di voi, addirittura per la vita.

Dicono che devo valutarvi in maniera equa e giusta, ma dov’è la giustizia in una situazione come questa? Come posso valutare correttamente un foglio anonimo che non mi dice niente della vita e delle condizioni della persona che lo ha scritto. Mi dicono: “abbiamo il dovere di fare gli esami per mettere un voto a chi ha fatto lo sforzo di seguire e studiare”. Certo, ma il foglio purtroppo non mi dice se la persona che l’ha scritto ha avuto le condizioni adatte per ripassare, se questa persona è in buona salute psicologica per studiare e scrivere il giorno dell’esame scritto. Quindi, se non posso avere questo genere di informazioni, come posso valutare equamente? Come posso considerare ogni foglio allo stesso modo? Quali sono i criteri che dovrei utilizzare per la valutazione?

Io parto dal presupposto che gli e le studenti abbiano tutt* voglia di imparare, di studiare, di sviluppare il proprio spirito critico quindi considero che se un* studente non l’ha fatto, ci sia dietro qualcosa di più del menefreghismo. Il mio approccio pedagogico mi porta ad avvicinarmi agli studenti con fiducia e con voglia di condividere piuttosto che con diffidenza e con l’idea che chi ho di fronte sia pront* ad approfittarsi di me e prendersi gioco della mia materia.

Considero di non avere oggi le condizioni per fare correttamente il mio lavoro. Quindi non posso farlo. Non ho abbastanza elementi per valutare con giustizia i vostri testi dell’esame scritto in presenza, quindi non lo farò.

Non voglio nemmeno essere causa di scontri con la polizia, di student* controllati dai servizi amministrativi e umiliati dalla polizia.

Non voglio nemmeno essere causa delle divisioni tra di voi, tra chi incita a non entrare e a non fare l’esame per il bene collettivo e chi vuole entrare spesso più per paura delle conseguenze che per convinzione. Considero che il mio lavoro non dovrebbe mai creare questo tipo di conflitti, di ansia, di angoscia. Se succede, allora questo non è più il mio lavoro, quello che ho scelto e che amo. Quindi non lo farò.

Non voglio che nessun* di voi sia ancora espost* a tutto questo a causa del mio esame. Per questa ragione il mio esame di “Popolazioni del mondo: spazi, dinamiche e migrazioni” in presenza è annullato.

Ecco le opzioni per poter avere un voto di fine corso:

  1. Hai già il voto dei controlli fatti durante il semestre, non ti senti in condizione di sottoporti ancora ad un esame, quindi il voto delle prove del semestre sarà il tuo voto finale per la totalità del corso;
  2. Hai potuto seguire il corso magistrale come i sottogruppi di lavoro a distanza, studiare, hai avuto delle buone condizioni per ripassare, hai voglia di scrivere e di restituire le tue riflessioni e rielaborazioni sugli argomenti del corso magistrale, allora fai l’esame rispondendo alle domande che sono sulla piattaforma moodle e inviamele via mail entro venerdì sera. Io leggerò e valuterò il tuo scritto e ti darò un voto come avrei fatto per l’esame in presenza. Il tuo voto finale sarà quindi il risultato del voto dei controlli del semestre sommati a quella dell’esame finale, come sempre;
  3. Vorresti fare l’esame ma hai il covid, scrivimi e io organizzerò una sessione d’esame tra 15 giorni come indicato nelle direttive ministeriali;
  4. Hai avuto troppe difficoltà durante il lock down, non sei riuscit* a trovare la tranquillità mentale e materiale per studiare, hai abbandonato e non hai nessun voto o se ce l’hai non è sufficiente o ci sono altri problemi, allora scrivimi e cerchiamo una soluzione insieme

Resto aperta ad altri suggerimenti e piste che vorrete discutere con me.

Nell’attesa di ritrovarci e di poter creare spazi di circolazione dei saperi, di gioia e di entusiasmo.

Tutte le mie scuse e tutto il mio amore

Rachele Borghi

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