TOP
frontiera

Mediterranea racconta: Frontiere sigillate in un’Europa senza diritti

Immagine in copertina di Border Violence Monitoring

Il libro nero dei respingimenti, 1500 pagine. Centinaia di testimonianze. Pushback che si verificano in tutta Europa, anche nei confronti di minori. Abusi, violenze, diritti calpestati. A dicembre il gruppo europarlamentare della Sinistra unitaria ha pubblicato un volume in cui vengono esposti dettagliatamente diversi casi di respingimenti e di riammissioni illegittime sul territorio europeo: Italia, Slovenia, Ungheria, Croazia, Romania, Grecia.

In alcuni casi si parla di riammissioni perché, tecnicamente, avvengono tra paesi membri dell’Unione europea. Ma nella realtà dei fatti sono allontanamenti brutali, che negano il diritto d’asilo. A raccontare quello che è accaduto sono le vittime in prima persona, intervistate dai volontari del network “Border Violence Monitoring”. «Questo libro – scrivono i deputati nella prefazione – vuole far sentire alle istituzioni europee le voci di chi è stato torturato».

Al di là delle brutalità rilevate, sconvolge ancora di più che molte di queste voci siano di ragazzi e ragazze minorenni. Perché, proprio per la loro giovane età, i minori sono categorie particolarmente tutelate dal diritto europeo. E soprattutto dagli ordinamenti italiani: non possono essere respinti o espulsi; non possono valere nei loro confronti gli accordi di riammissione stipulati tra stati membri dell’Unione europea (come quelli tra l’Italia e la Grecia, in cui viene imposto l’obbligo reciproco di riammissione nel proprio territorio dei migranti irregolari fuggiti).

Ma le testimonianze ascoltate da “Border Violence Monitoring” dimostrano che spesso, troppo spesso, questo divieto non viene rispettato. Nel 2020 il 42 percento dei pushback avvenuti sul territorio europeo ha coinvolto minori. In Italia, la maggior parte delle riammissioni illegittime si sono verificate in Puglia, a Bari.

La dinamica con cui avvengono i pushback è simile. I giovani partono dall’Afghanistan, passano per Patrasso in Grecia, dove si fermano in attesa di imbarcarsi. Arrivano in Puglia, nascosti nei camion che attraversano il Mediterraneo. Una rotta antica. Vengono scoperti durante i controlli e portati via dalle forze dell’ordine. Vengono fotografati, identificati e rispediti indietro: sulle stesse barche con cui sono arrivati. La polizia non chiede l’età. Agisce nell’ombra: appellandosi ad accordi di riammissione che il governo italiano ha stipulato con la Grecia nel 1999; accordi che sono stati considerati più volte ambigui dalla giurisprudenza perché violano il diritto internazionale ed espongono i migranti a vessazioni continue.

I volontari di “Border Violence Monitoring” hanno intervistato un ragazzo che era stato vittima di diverse riammissioni illegittime: due in soli 14 giorni. Dalla Grecia all’Italia. Da Bari a Patrasso, sempre sulla stessa nave. Racconta: «Gli ufficiali stavano parlando tra di loro, discutendo su cosa avrebbero fatto con me. Uno di loro ha detto che potevano portarmi in un campo profughi nel paese. Ma poi un altro ha detto “no, riportalo in Grecia”». L’hanno nascosto in una stiva, gli spazi erano angusti. «Non mi è stato dato né cibo né acqua. Non alla stazione di polizia, non sulla barca. Non mi sono nemmeno preoccupato del cibo o dell’acqua, volevo solo una coperta per dormire. Faceva così freddo». Quando è arrivato, dopo nove ore di viaggio, ad aspettarlo c’era la polizia greca. Quel ragazzo aveva 17 anni.

Storia simile a quella di un altro giovane, arrivato a Bari a novembre. Anche lui è stato ammanettato e portato alla stazione di polizia. Qui è stato identificato. Non c’erano testimoni, né traduttori. A stento capiva quello che stava accadendo. È stato imbarcato su una nave e spedito in Grecia, verso Patrasso. «Ho provato a dormire ma il pavimento era troppo freddo. Ho passato tutta la notte in piedi. In camera non c’era niente. Non avevo una coperta, un letto, del cibo».

Troppi i racconti di questo tipo. Troppi per un paese che dovrebbe tutelare i minori, come prescrivono le leggi. Allontanare chi chiede aiuto e asilo è invece la logica privilegiata. La situazione non è diversa fuori dall’Italia. In Grecia quasi 7 respingimenti su 10 riguardano chi ha meno di 18 anni. Le testimonianze raccolte da “Border Violence Monitoring” raccontano di allontanamenti perpetuati nei confronti di bambini molto piccoli. Dalla Grecia, verso la Turchia. Al di là dell’Unione europea. Gli negano cibo, acqua e li detengono illegalmente per giorni.

In Slovenia la percentuale di giovani coinvolti nei respingimenti è più bassa, ma le atrocità sono le stesse: esseri umani trattati come animali. Allontanati dall’Unione europea e portati in Bosnia. Anche in questo caso, il governo italiano è complice: blocca donne, uomini e bambini a Trieste e le rispedisce in Slovenia, sempre in nome di un accordo bilaterale. Alcuni giorni fa, però, il Tribunale ordinario di Roma ha sentenziato, per la prima volta, che queste riammissioni sono illegittime. Scrive il giudice, Silvia Albano: “Lo Stato italiano non avrebbe dovuto dare corso ai respingimenti informali. Il ministero era in condizioni di sapere, alla luce dei report delle Ong, delle risoluzioni dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati e delle inchieste dei più importanti organi di stampa internazionale, che la riammissione in Slovenia avrebbe comportato a sua volta il respingimento in Bosnia nonché che i migranti sarebbero stati soggetti a trattamenti inumani”.

“Border Violence Monitoring” ha intervistato un ragazzo di 16 anni afghano che per arrivare in Slovenia ha attraversato in macchina la Croazia insieme ad altri sette compagni. Le forze dell’ordine li hanno fermati al confine. Li hanno picchiati e vessati. Ogni volta che il ragazzo diceva di avere 16 anni, lo colpivano. Fino a quando non ha smesso.

L’obiettivo è riuscire a far in modo che mentano riguardo alla loro età. Così respingerli è più facile. Un poliziotto sloveno ha costretto un giovane yemenita a firmare un foglio in cui veniva retrodatata la sua data di nascita. «Tu sei nato nel 2000, va bene?», continuava a ripetergli. In realtà quel ragazzo era nato nel 2002, aveva 16 anni.

«Perché le autorità italiane e greche ci deportano così? Vedono che sono minorenne. Perché quell’ufficiale ha ordinato di respingermi?», ha chiesto uno dei giovani intervistati a un volontario. Prima o poi le istituzioni italiane dovranno rispondere a queste domande e assumersi le proprie responsabilità. Prima o poi qualcuno dovrà rendere giustizia alle centinaia di persone che ogni giorno vengono respinte alle frontiere.

Post a Comment