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Kamala

Perchè abbiamo ammirato Kamala Harris ma abbiamo denigrato Cècile Kyenge?

In queste poche righe, voglio solo essere la vostra torcia.

Non mi presento con la presunzione di una scrittrice che avrà tutte le risposte, anzichè risposte, voglio porvi delle domande e saranno ingombranti, forse anche scomode, ma serviranno appunto da torcia. Perchè tutto ciò che rimane nell’ombra è terreno fertile per l’ignoranza.


Era il 28 Agosto 1964 quando a Kashetu, nella Repubblica Democratica del Congo, naque la prima ministra nera italiana, Cècile Kyenge.

Intorno al 1983, ricevette una borsa di Studio per la facoltà di Medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

I suoi primi anni di permanenza in Italia furono concentrati tra studio e lavoro ma anche amore, fu appunto grazie al matrimonio nel 1994 che acquisì la cittadinanza italiana.

Ma il suo spirito da attivista non tardò a fare la propria comparsa, nel 2002 fondò DAWA, un’associazione dedita alla facilitazione dell’integrazione culturale. Negli anni a seguire collaborò con diversi enti con a cuore temi sociali come l’immigrazione e la cittadinanza, Cècile fu anche coordinatrice di progetti di formazione di medici ed operatori sanitari in Congo.

Venne eletta nel 2004 come responsabile provinciale del Forum della Cooperazione Internazionale dell’immigrazione di Modena; e da lì… il resto è storia.

Poco meno di 10 anni dopo l’inizio della sua carriera politica venne eletta deputata alla Camera e nell’Aprile del 2013 sotto il governo Letta divenne ministro dell’Integrazione.

via GettyImages

Per la primissima volta nella storia del governo della Repubblica Italiana, era stato eletto un ministro nero, per altro donna.

Affinità politiche a parte, quello fu di sicuro un momento che meritava celebrazione. Un grande passo avanti da parte di un paese che spesso in confronto ad altre realtà europee è sempre stato defininito “indietro” “vecchio..” “mentalmente chiuso”.

Quindi possiamo bene immaginare il caloroso benvenuto che il ministro Kyenge ha ricevuto da parte dei cittadini ed i suoi colleghi, sarà di sicuro stato qualcosa di gradevole, giusto?

Non proprio…

Era il 13 Luglio 2013 quando il politico Roberto Calderoli associò la figura del ministro Kyenge a quella di un orango (scimmia antropomorfa).

Era il 26 Luglio 2013 quando ad un dibattito organizzato a Cervia dal PD, una persona che ad oggi rimane sconosciuta lanciò due banane verso il ministro Kyenge.

E sempre nello stesso anno l’ex leader di Forza Nuova, Tommaso Golini divenne il sospettato principale per la scritta diffamante che comparve vicino alla sede del PD a Padova. La famigerata scritta leggeva: KYENGE TORNA IN CONGO.

Questi sono solo pochi delle decine di esempi di comportamenti simili, seguiti dalle giustificazioni omertose di colleghi che non hanno condannato le parole dette, le immagini postate e gli atti compiuti.

A condannare però ci hanno pensato i giudici, che in più di una occasione hanno deliberato in favore della ministra, condannando i suoi detrattori al reato di diffamazione con aggravante razziale.

Tutto questo però risale a circa 7 anni fa… l’Italia sta cambiando, direte. Abbiamo fatto dei grandi passi avanti, soprattutto di recente, giusto?

Beh, guardando ad alcune delle spiacevoli esperienze che in questo 2020 hanno visto come protagoniste personaggi come Fatou Boro Lo, Assia Belhadj o Cristine Scandroglio… mi permetto di dissentire.

Boro Lo, candidata alle elezioni europee per la lista Europa Verde, costretta a sporgere denuncia per via delle orde di commenti razzisti che ha ricevuto dopo aver espresso la sua opinione riguardo Sea Watch: “Neg*a torna nel tuo paese!” “Che cerchino di sistemare i problemi nella loro giungla.” Maggio 2019.

Scandroglio, candidata della Lega in Campania, nemmeno lei è stata immune ai vari commenti razzisti e sessisti. “Se fossi rimasta in Costa d’Avorio oggi saresti una prostituta.”, “Neg*a!”. Agosto 2020.

Belhadj, madre e mediatrice culturale di origini algerine, candidata di centrosinistra della lista civica “Il Veneto che vogliamo” è stata immediatamente innondata di minaccie, intimidazioni, insulti razzisti ed islamofobici; teme ora per la sua incolumità ma non indietreggia. Settembre 2020.

E quindi cosa c’entra Kamala Harris?

Nei giorni successivi alla conferma di Joe Biden come presidente eletto degli Stati Uniti d’America, anche in Italia non abbiamo tardato a guardare con occhi sognanti la figura di Harris; prima donna, prima donna nera a ricoprire una carica così importante.

E fu subito vittoria per il femminismo ed i diritti civili, abbiamo abbracciato questa figura come fosse nostra, addirittura scrivendo articoli come “Quando sarà il momento di una Kamala Harris anche in Italia?”.

I miei occhi forse sono disillusi e peccano di cinismo, ma non posso fare a meno di notare la nostra collettiva tendenza filoamericana che a volte ci impedisce di notare questa palese ipocrisia. Quando una Kamala Harris viene (giustamente) elogiata ed una Cècile Kyenge finisce nel dimenticatoio insieme alle sue colleghe di origini straniere che in Italia vengono strumentalizzate e prontamente denigrate per le loro origini.

La verità è che l’Italia non è ancora pronta per una Harris, dato che sembriamo non essere pronti nemmeno a digerire la carica di ministro, a meno che non la ricopra un uomo bianco di mezza età.

Un altro esempio di ipocrisia che fa drizzare le mie antenne come non mai, è la solidarietà puramente performativa che c’è stata durante il periodo George Floyd, #BLM e #BLACKLIVESMATTER in cui ci siamo ricoperti i feed dei social con quadratini neri ma puntualmente ignoriamo i pianti e le proteste di migliaia di ragazzi e ragazze, come me, dati in Italia da genitori stranieri che lottano per lo IUS SOLI. Il diritto ad essere cittadini del paese che amano, in cui sono nati.

Ed infine, eccole le domande scomode che vi avevo promesso ad inizio articolo:

Perchè è più semplice guardare all’America ed illuderci di essere, anche noi, arrivati a quel livello di integrazione, quando in realtà a casa nostra le cose sono ben diverse?

Perchè le lotte e/o vittorie in Italia non sembrano essere “affascinanti” tanto quanto quelle all’estero?

Potrà mai un italiano di origini straniere ricoprire alte cariche politiche, senza resistenze discriminatorie da parte di colleghi?

Siamo veramente pronti per una Kamala Harris?

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