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NAVI QUARANTENA: come (facile) e perché (difficile) nascono?

Abou Diakite. Ivoriano. Quindici anni. Salvato dalla ONG OpenArms nel Mediterraneo Centrale, trasbordato sulla nave quarantena GNV Allegra in rada davanti le coste di Palermo, traferito d’urgenza -10 giorni dopo- in ospedale, dove muore il 5 Ottobre 2020. Le indagini per accertare cosa sia effettivamente successo e le eventuali responsabilità sono attualmente in corso.

Cosa è accaduto su quella nave? E ancora: cosa accade, in genere, su quelle navi? E ancora: perchè ci sono quelle navi, qual è il loro scopo, per chi?

Criticità del sistema navi-quarantena per persone migranti: analisi e richieste”

Uno sparuto gruppo di attiviste e attivisti di Palermo, scossi dalla morte di Abou, ha testardamente voluto scrivere, coinvolgendo professionisti e associazioni, un documento di analisi ed approfondimento dal titolo “Criticità del sistema navi-quarantena per persone migranti: analisi e richieste”. Il documento ha raccolto in pochi giorni l’adesione di oltre 300 associazioni, enti, ONG, gruppi locali, nazionali e internazionali.

Il documento, insieme ai comunicati stampa, è accessibile in italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo in una cartella condivisa accessibile dal seguente indirizzo: https://drive.google.com/drive/folders/1YjZZo1YQuN73qs3jl3aHKhzyXmuk98pk

E’ possibile ancora firmare e aderire compilando il form che trovate al seguente indirizzo: https://forms.gle/pMQjmQhPrSLYdUfo9

Il lavoro di analisi, che termina con alcune conclusioni e una serie di richieste avanzate al Governo nazionale (che non si è preso la briga di rispondere, ovviamente), è frutto di una precisa, coerente e cosciente volontà di agire sul piano politico: far luce dove invece pare esserci una densa e soffocante “consegna del silenzio”, dove tutto appare nascosto, lontano, segreto e inaccessibile.

Poche sono infatti le notizie sulle navi quarantena (in genere, escludendo gli eventi tragici come quello di Abou e -purtroppo- non solo, si ha notizia solo dei trasferimenti/trasbordi dopo salvataggi operati da qualche nave della flotta civile delle ONG, sovente oggetto di speculazioni politiche e conseguente attenzione mediatica), poche le testimonianze (e quelle che si hanno, sono state caparbiamente raccolte da attivisti, che intercettano i migranti dopo che viene consentito loro di lasciare la nave, o da brave e attente giornaliste), nessuna trasparenza. Perchè? Probabilmente perchè, per molti, è più comodo e tranquillizzante che tutto resti così: un paravento, un meccanismo che nasce da una cultura di negazione dei diritti, di chiusura, di soluzioni semplici a situazioni complesse, di banalizzazione, di propaganda che declina spesso il tema della sicurezza sociale (e di quella sanitaria) nell’ottica xenofoba che vede l’altro, il diverso, lo straniero, necessariamente come un ostacolo, una minaccia, un capro espiatorio, un “di più”, un untore.

Perchè nascono le “navi quarantena”?

Dopo lo sbarco, i migranti sono chiamati a passare un periodo in quarantena. Giustamente.

Solo che, invece di una quarantena in isolamento fiduciario all’interno di un appartamento (che non hanno) o all’interno dei piccoli centri di accoglienza diffusi sul territorio (di fatto inesistenti dopo lo smantellamento degli SPRAR in ossequio ai Decreti Sicurezza dell’allora ministro degli Interni Matteo Salvini) o -ancora- dei grandi centri (pure spesso isolati, fatiscenti, privi di servizi, con condizioni igienico-sanitarie non ottimali, insicuri e certamente da adeguare affinchè possa essere garantito il rispetto delle misure anti-covid), si è scelto di seguire una via diversa, nuova: emettere un bando, noleggiare delle navi, sottoscrivere un contratto con la Croce Rossa Italiana per la sorveglianza sanitaria e trasbordare i migranti lì.

Solo i migranti, ovviamente. E non tutti. Solo i migranti arrivati dal mare. Le altre persone non ne hanno, evidentemente, bisogno.

Di preciso, il “via” viene dato il 12 aprile 2020 con il decreto 1287 del Dipartimento di Protezione Civile che consente l’utilizzo di navi per lo svolgimento del periodo di sorveglianza sanitaria delle persone giunte sulle nostre coste in modo autonomo e di quelle soccorse in mare in operazioni SAR (per le quali però, ai sensi del Decreto inteministeriale del 7 aprile 2020, non è possibile assegnare in Italia alcun porto “sicuro” di sbarco finchè perdura l’emergenza sanitaria dichiarata il 31 gennaio 2020).

Nascono così, quindi, le “Navi quarantena”. Ma perchè?

C’è una ragione economica?

Premesso che ricostruire in modo preciso il costo complessivo dell’operazione non è -allo stato attuale- possibile (dovendo considerare, oltre al noleggio, anche gli oneri di sicurezza e gli ulteriori oneri di assistenza sanitaria derivanti dalla necessità di operare in mare anziché a terra, oneri sui quali non ci sono dati ufficiali cui accedere in modo chiaro e traparente), è però certamente possibile -a spanne e certamente per difetto- stimare una spesa pari ad almeno quattro volte quella che si sarebbe avuta in strutture a terra. Almeno quattro volte.

Con questi soldi si sarebbero potute (ri-)adattare le strutture esistenti, migliorarle, predisporre i presidi necessari per il contenimento della diffusione del virus, ideare e realizzare percorsi informativi (e magari formativi) e implementare servizi. Eppure si è scelto di spendere (molto) di più pur di tenere i migranti in mare.

Quindi no, il “sistema navi quarantena” non nasce per una questione economica.

C’è una ragione sanitaria?

Quello che stiamo vivendo è un periodo, ne siamo consapevoli tutte e tutti, di grandi sacrifici sotto tanti punti di vista. E certamente l’impegno economico dei governi, incluso quello italiano, è stato (e sarà) straordinario ed enorme. Si può -naturalmente e istintivamente- pensare, quindi, che sia del tutto giustificabile e giustificata una (ulteriore) spesa finalizzata al contenimento della diffusione del virus, alla protezione delle persone dal contagio e alla salvaguardia di tutti gli aspetti legati alla salute, incluso quello psicologico.

Ma è così? No. Affatto.

Diverse sono le criticità emerse analizzando il ricorso alle navi quarantena dal punto di vista strettamente sanitario: è sbagliata la decisione di tenere numerose persone (alcune infette, altre potenzialmente infette) stipate a bordo di navi, dove è impossibile garantire l’isolamento completo dei casi positivi (a meno di non procedere con una vera e propria reclusione in cabina, e anche qui in realtà i condotti di aerazione sono ovviamente comuni) e dove difficilmente ci sono strutture, apparecchiature, personale e tutto il necessario per curarle o per trasferirle rapidamente in ospedale nel caso ci fosse bisogno di ventilazione.

A questo si aggiunge il possibile acuirsi delle situazioni di salute pregresse (a volte difficilmente individuabili in situazioni di stress, numeri elevati, difficoltà a comunicare, mancanza di intermediatori culturali) e di disagio psicologico che le misure di quarantena a bordo di una nave possono provocare su individui che hanno spesso già subito eventi traumatici di varia natura, violenze, privazioni e torture.

Infine, è indubbio che diverse testimonianze convergano su un quantomeno non capillare controllo sanitario a bordo. Forse per un forte sbilanciamento tra numero/specializzazione del personale a bordo (sanitario e di supporto, inclusi i mediatori culturali) e numero di persone “ospitate”. Le morti di Abou Diakite e di Abdallah Said –quest’ultimo già affetto da tubercolosi e morto di encefalite a seguito dell’aggravamento delle sue condizioni di salute, a bordo proprio di quella nave che avrebbe invece dovuto tutelarlo e curarlo– costituiscono un precedente che possiamo unanimemente definire indegno e non accettabile.

Quindi no, le navi quarantena non trovano giustificazione neppure nel garantire il diritto alla salute alle persone migranti.

C’è una ragione basata sui diritti?

L’uso delle navi quarantena è progettato per essere dedicato in modo esclusivo alle persone non italiane in percorso migratorio e, di queste, solamente alle persone arrivate attraverso il mare, risultando, quindi, indiscutibilmente e strutturalmente discriminatorio.

Queste persone vengono confinate in una condizione disagiata, spesso degradante, fortemente impattante dal punto di vista fisico e psicologico, in una situazione -per le poche testimonianze raccolte e riportate- spesso di perdurante e pericolosa assenza di cure anche per i casi vulnerabili e le vittime di tortura (torna in mente Abou). Manca informativa legale, la possibilità di contattare associazioni territoriali o avvocati.

Sulle navi sono spesso stati trattenuti, verosimilmente in regime di promiscuità, anche MSNA (minori soli non accompagnati). Non uno o due. Centinaia. In spregio delle stesse leggi italiane. Il diritto prevede infatti l’apertura di una tutela (nomina di un tutore legale) immediatamente nel momento in cui si venga a conoscenza della loro presenza sul territorio italiano (e sì, le navi sono territorio italiano, le leggi valgono anche lì). Si tratta di una gravissima violazione dei diritti delle persone. E si è protratta fino ad ottobre 2020, quando, su pressione di diverse associazioni e del Garante per l’Infanzia, la “prassi” è stata interrotta. Se qualcuno cercasse una circolare, un documento, un dispaccio, un post it, una qualsiasi scrittura pubblica che certifichi e formalizzi l’ordine di non trasferire più a bordo i minori non accompagnati non li troverebbe: l’indicazione e la rassicurazione sono arrivate solo oralmente. Perchè?

Altra violazione dei diritti è stato il trasferimento coatto, avvenuto ad ottobre 2020, di persone straniere dai centri di accoglienza (all’interno dei quali erano presenti, a volte anche da molti mesi) alle navi quarantena. Non c’è alcuna disposizione di legge che giustifichi tali trasferimenti (il dispositivo delle navi quarantena è dedicato ai soli migranti in ingresso, via mare, nel territorio italiano), quindi era (ed è) illegale. Analogamente a quanto visto per i MSNA, anche in questo caso la prassi (definita un “errore” dallo stesso Ministero) “sembrerebbe” essere stata interrotta, a fronte delle forti pressioni delle associazioni, ma -anche in questo caso- non emergono che dichiarazioni a voce.

Quindi no, il “sistema navi quarantena” non nasce neppure per garantire maggiori diritti alle persone. Tutt’altro.

Ma allora, per quale ragione è stato messo in piedi questo sistema?

La scelta” (della misura delle Navi Quarantena) “nasce dall’esigenza di garantire anche le comunità locali perchè le navi quarantena servono appunto per tenere quattordici giorni fermi i migranti che arrivano sul nostro territorio proteggendo le comunità che erano ovviamente in preoccupazione, visto che siamo in epoca di pandemia“.

E’ stata fatta una gara dalla protezione civile, quindi ci saranno dei costi ovviamente, ma costi che ci sarebbero stati egualmente -seppure in misura minore- se” (i migranti) “fossero stati sul territorio, ma certamente con una garanzia maggiore.. e quindi c’è una maggiore sicurezza

Queste frasi sono state pronunciate a settembre 2020 dalla ministra degli Interni Luciana Lamorgese, intervistata da Quarta Repubblica (Rete 4). Il video è ancora disponibile sul sito del Viminale alla seguente URL: https://www.interno.gov.it/it/ministro-lamorgese-sulle-navi-quarantena-sorveglianza-sanitaria-dei-migranti.

L’idea, o quantomeno una delle principali idee, che sta alla base dell’impianto stesso delle Navi Quarantena sembrerebbe quindi essere quella di proteggere le comunità locali e garantire sicurezza ai territori. Comunità “ovviamente” (come chiaramente affermato) “in preoccupazione“. Perchè, si potrebbe supporre dall’intervista, “ovviamente” l’arrivo di persone migranti sul territorio, all’interno di centri ad-hoc (generalmente, peraltro, assai isolati dai centri abitati) aumenta il rischio per le popolazioni locali. Rischio santario e non di altro genere, dato che la ministra fa riferimento all'”epoca di pandemia” che stiamo, tutte e tutti, vivendo.

Un po’ come dire che i migranti, in quanto tali, debbano necessariamente essere considerati “untori”, vettori di contagio tra la popolazione o comunque vettori privilegiati di contagio tra la popolazione e che questa (la popolazione), in assenza di tale aggiuntivo e pericoloso fattore di contagio, risultebbe assai protetta, a fronte della (indubbiamente diligente, costante, rigida e meticolosa) osservanza delle direttive di contrasto alla diffusione del virus.

Eppure, stando ben all’interno di una certa retorica anti-immigrazionista, le persone migranti in arrivo sono (paradossalmente?) tra le più controllate; tra gli altri, innumerevoli, privilegi di cui (secondo tale retorica) godrebbero i migranti, figura quindi anche quello di un prioritario e tempestivo accesso ad esami medici, visite sanitarie e tamponi per verificare la presenza del virus SARS-CoV-2. Ancora prima di sbarcare e dopo lo sbarco. Sia per coloro che sono arrivati a bordo di navi che (ricordiamo) li hanno salvati da un naufragio nel Mediterraneo centrale (navi mercantili, navi di ONG di soccorso o navi militari), sia per quelli arrivati autonomamente e scortati a riva dalle motovedette della Guardia Costiera.

Quindi per queste persone, appena arrivate, provate da sofferenze indicibili (e, spesso, per noi del tutto inimmaginabili), piegate da ore e giorni di angoscia in mare, tra onde, disperazione, preghiere, a volte compagni morti, tra le più controllate per quanto riguarda il covid, è necessario ideare, implementare e utilizzare un sistema complesso e costosissimo, fortemente discriminatorio, del tutto inefficace nel garantire alle persone il diritto alla salute, ma utile a “proteggere le comunità locali e i territori“?

Parrebbe di sì. O forse c’è dell’altro.

Altro?

In realtà alcune associazioni locali e nazionali (come ASGI e MSF) hanno raccolto diverse testimonianze (alcune di persone con gravi ed evidenti vulnerabilità) che presentano uno scenario (coerente e consistente) di assoluta mancanza di informazioni, di difficile/impossibile accesso alle procedure di richiesta di asilo o protezione, di trasferimenti immediati e senza preavviso nei Centri per il Rimpatrio (ad esempio per le persone di nazionalità tunisina), di consegna di provvedimenti di espulsione (spesso neppure tradotti e senza aver potuto neppure conoscere le procedure di richiesta di asilo o di ricongiungimento familiare).

Le navi quarantena sembrerebbero quindi (ulteriori) strumenti per l’attuazione di politiche di selezione, arbitraria e preventiva, e di respingimento dei migranti.

Ricordiamo che il principio di non respingimentoè un principio fondamentale del diritto internazionale: ai sensi dell’art.33 della Convenzione di Ginevra a un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio né può esso essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate.

Per effetto della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, il divieto di refoulement si applica indipendentemente dal fatto che la persona sia stata riconosciuta rifugiata e/o dall’aver quest’ultima formalizzato o meno una domanda diretta ad ottenere tale riconoscimento” (da Open Migration, URL diretta: https://openmigration.org/glossary-term/principio-di-non-refoulement/)

La paura che le navi quarantena da presidio temporaneo ed emergenziale possano diventare “hotspot galleggianti”, assurgendo a Sistema potenzialmente replicabile anche in altri contesti (italiani, europei ed extra europei), è forte e concreta.

E, quindi, preoccupante.

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