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g8

Lacrime, polvere e gas lacrimogeni.

Illustrazioni di Arcangela Dicesare @caralegnaegliscarafaggi

Lacrime, polvere e gas lacrimogeni. La gola strozzata da una matassa di aghi che non riesco a sputare. Mando giù aria ma i polmoni non si riempiono. Mi sforzo di tenere gli occhi aperti. Sono zuppo di sudore sotto le protezioni di gomma piuma, il caldo e i lacrimogeni mi stordiscono. I Carabinieri urlano, insultano, picchiano sugli scudi di plexiglass, a un certo punto alcuni loro riescono a far passare sotto il nostro muro difensivo bombe lacrimogene a mano.

Ci esplodono tra i piedi, la pelle inizia a bruciare come se avessero versato acido. Scoppiano in mezzo alla ressa di corpi che spinge sugli scudi e prova a respingere l’attacco. Alcuni di noi si piegano in due per l’irritazione provocata dai gas, tossiscono e imprecano, mollano la presa della testuggine. Alle spalle il corpo del corteo preme, davanti il tappo delle forze dell’ordine sembra non dare via di scampo. Non vedo più Mauro, ha lascito la prima fila per soccorrere una compagna che si è accasciata. Sento la paura prendere il sopravvento sui miei movimenti. E’ la fine, penso; siamo costretti ad arretrare.

Dagli interstizi tra le lastre di protezione arrivano colpi di manganello e di calci di fucile, colpiscono sugli scudi personali chi di noi riesce a intuirne la traiettoria, ma molti hanno solo fasce di gomma piuma intorno agli avambracci. Luca è caduto ai lati del nostro sbarramento, i carabinieri gli sono sopra. Due ragazzi lo raggiungono, facendosi largo tra gli agenti che infieriscono con calci e colpi di manganello sul suo corpo disteso a terra, insieme ad altri compagni di un improvvisato servizio d’ordine colpiscono nel mucchio provando ad allontanare il branco e consentire a Luca di rialzarsi.

Ha il volto insanguinato, spalanca la bocca per prendere aria, sui denti bolle di saliva mista a sangue, sulla testa una poltiglia di capelli incollati da un fluido rosso lucente, sotto cui si intravede il cuoio bianco lacerato da una ferita profonda. Gli vengono tamponate le ferite alla meglio, fatica a camminare, non parla, ha gli occhi sbarrati come se avesse visto mostri. I compagni dell’assistenza medica lo portano lontano da noi in una zona più sicura. Il muro di Plexiglass è inutilizzabile, rimaniamo con gli scudi personali a fronteggiare la pressione dei reparti antisommossa che all’improvviso allentano la presa, uno di loro perde l’equilibrio, ma è subito portato in salvo dai colleghi, al riparo dal lancio di oggetti di ogni tipo che li bersaglia e li costringe a ripararsi dietro gli agenti protetti dagli scudi e impegnati in una ritirata fulminea tra nubi di gas lacrimogeni.

Sono minuti interminabili, restiamo in protezione, mentre i nostri compagni presi durante le cariche vengono sbattuti a terra e picchiati con calci e manganelli usati dalla parte del manico. Assistiamo impotenti a scene strazianti di giovanissimi col volto coperto di sangue picchiati fino alla destinazione dentro i blindati. Proviamo ad avanzare, i reparti scomposti continuano ad arretrare. I comandanti parlottano tra loro, sembrano agitati, un occhio alla manifestazione, uno alle loro spalle. Sembrano confusi. Non capisco che succede fino a quando non mi volto verso a sinistra, è un’onda umana che avanza.

Dovrebbero essere i napoletani che provano ad allentare la presa sulla testa del corteo e colpiscono da dietro il cordone delle squadre antisommossa responsabili delle cariche. I Carabinieri si ritirano ancora, per non rimanere imbottigliati, penso. Ormai il gruppo di contatto del corteo, quello che avrebbe dovuto impattare con le resistenze della linea rossa, è cambiato, decine di disobbedienti, dal corpo della manifestazione hanno raggiunto la testa. Avanziamo per dare supporto alle centinaia di persone che, più avanti, ingaggiano uno scontro con i carabinieri, poco prima del tunnel. Si sentono degli spari; un ragazzo dai capelli rossi e ricci ci viene in contro nella nebbia di lacrimogeni, sbraccia, urla qualcosa, sembra un sopravvisuto a un disastro; poi, come se all’improvviso avesse visto un’oasi, inizia a correre nella nostra direzione. Non ha più le protezioni, la maglietta bianca completamente strappata. Si ferma davanti a noi urlando: “Sparanoooo. L’hanno ammazzatiiii”.

Del gruppo del movimento delle occupazioni delle case, siamo rimasti in dieci attivi sul terreno, non vedo più gli altri, non vedo Paola. Ho pudore a chiedere di lei in quell’inferno. Insieme agli altri, dall’asfalto recuperiamo una lastra di plexiglass ancora utilizzabile, avanziamo contro un manipolo di celerini che sta per riguadagnare l’ingresso della strada. Si muovono nella nostra direzione, composti, battendo a ritmo marziale gli anfibi sul terreno e i manganelli sugli scudi.

4 mesi prima…

Ida ha steso il bucato accanto al tavolo della cucina comune, tanto vicino che l’odore pungente di coccolino concentrato ti entra nel cappuccino. Litigo con la tentazione di buttare all’aria lo stendino e i suoi panni stesi vicino alla mia colazione. La mattina mi sveglio prima del necessario proprio per evitare di condividere latte, caffè e cornetti con la furia mattutina dei figli di Ida, Flavio e Aurelio (“so nomi romani perché non dovemo dimenticà e radici” mi aveva detto una volta), che alle sette in punto si procacciano il cibo attingendo a piene mani tutto il commestibile dalla dispensa comune. Un giorno avevo fatto tardi e avevo assistito all’immagine del cane di famiglia, Zeus (un bastardino peloso che non aveva mai conosciuto un bagno con il sapone) che slinguazzava nella tazza piena di latte di Flavio, il più piccolo dei due.

Avevo urlato con la voce impastata di sonno per ricevere il rimprovero della madre: “so anticorpi, lascialo sta’!”. Che poi Zeus era solo uno dei tanti passati per la vita della famiglia di Ida: prima, a introdurre il filone mitologico, c’era stata Diana, una piccola dalmata, poi Tritone, di cui avevo solo sentito parlare tanto era stata breve la sua permanenza al palazzo, poi, incomprensibilmente la nobiltà delle origini era decaduta per arrivare a Zecca, un barboncino di tre anni che pisciava sulla porta d’ingresso della mia stanza “pe segnà il territorio” diceva sempre Ida, indolente.

A rimetterci le penne di una delle tante incursioni bagnate di zecca erano stati il Sub comandante Marcos con la sua pipa fumante e il ragazzo di Seattle incappucciato che accerchiava il palazzo del Wto. I due manifesti lasciati incautamente a terra la sera prima, ormai erano buoni solo per pulire le schifezze del cane. Me li aveva regalati Marzia, una delle portavoce del movimento delle tute bianche, dopo una riunione presso il palazzo occupato da giovani e famiglie a San Lorenzo. Era uno dei luoghi dove ci si incontrava per preparare le manifestazioni che il movimento delle tute bianche stava organizzando in vista del vertice del G8 a Genova.

Neanche due anni prima, governava il centrosinistra e D’Alema, allora Presidente del Consiglio, aveva annunciato che dopo il Giappone, il vertice dei grandi della terra si sarebbe tenuto a Genova, nel 2001. Una bella gatta da pelare per il nuovo governo a guida Berlusconi! Oggi, dopo aver accompagnato i ragazzini rom scuola, dovrei andare alla riunione. “E’ importante che vieni, si prepara Genova” mi aveva detto Luca, il vicino di stanza. Lui ci prova a farmi rientrare in carreggiata.

Mi bastano i picchetti antisfratto e le manifestazioni, voglio stare un po’ fuori da tutto ciò che è preparatorio di qualcosa. Io vengo, assicuro presenza, ma le riunioni no, vi prego. Anche perché rischio di incontrare Federica e non è proprio aria. Con lei doveva andare diversamente, c’eravamo detti. “Mica siamo come tutti gli altri”, ci rassicuravamo. Una casa in affitto, poi una famiglia, il lavoro pure se magro ci permette di campare. Impegni e promesse da giovani fidanzati infranti sul fascino del primo giovane palestinese che ti racconta di gesta eroiche e di sofferenze indicibili. Non c’era partita, quelli con la rivoluzione tatuata addosso non fanno prigionieri.

Mi ha lasciato con la promessa di restare amici, come si dice sempre. Se non fosse stato per il movimento di lotta per la casa di Roma, mi sarei ritrovato a pagare un affitto insostenibile e con 1200 euro al mese non campi bene nella “metropoli internazionale”. Perché poi, diciamocelo, Roma con il centrosinistra sarà pure diventata una vetrina e piena di cose belle da vedere e da fare, ma se non hai una rendita, una casa tua e un lavoro come si deve, è impossibile tirare avanti.

Se hai venticinque anni e un lavoro precario o c’hai le spalle coperte o puoi solo occupare una casa per evitare il disastro. Certo, devi avere a che far con Ida, i suoi figli e le sparizioni misteriose dei suoi cani, con le assemblee permanenti, con i picchetti, per impedire alla polizia di entrare, fatti in ogni condizione atmosferica, però almeno hai un tetto sulla testa e non stai mai solo. Mica è poco. Al campo dormono ancora tutti, Sara, la coordinatrice del progetto di scolarizzazione, in sostanza il mio capo, si batte l’indice sul polso, lei è puntuale e quei cinque minuti di ritardo la fanno impazzire, si trattiene, lo capisco dalle narici allargate e dalla bocca serrata. “Giulià, so le sette e trentacinque!” dice aprendo le braccia per accompagnare una smorfia tra l’incazzato e l’annoiato. Bussiamo a tutte le baracche, da alcune arrivano rumori di risveglio, da altre giunge un silenzio profondo che scatena l’aggressività di Sara e i suoi pugni sulle porte di legno improvvisate: “a quest’ora devono essere già pronti, forza un po’” urla. Pochi minuti dopo la piazza del campo si riempi di ragazzini e ragazzine assonnati.

Sara è soddisfatta come un tenente di fronte a un’adunata. Dopo aver fatto l’”accompagno” presso le rispettive scuole dei ragazzi, ci fermiamo a prendere il solito caffè, vicino alla fermata della metro. “sei stravolto! Ma manco ti sei pettinato stamattina?”, attacca il mio capo. Arrossisco.“Dormo poco e poi non vado d’accordissimo con i vicini. La sera Ida litiga fino a tardi con i figli perché non vogliono andare a dormire. E poi la fine della storia con Federica non è che concili il sonno.

Che c’ha trovato nel palestinese ancora devo capirlo. Storia da mancato martire a parte, eh!”. Ridiamo, io più per farle compagnia e apparire leggero, ma lei evidentemente se ne accorge mi fa una carezza che non aspettavo. “Stasera vado all’assemblea, mi sa che l’incontro pure. L’ultima volta che l’ho vista, e mi stava pure a venti metri di distanza, sono andato in iperventilazione. Tipo un attacco di panico”. Stava sempre accanto a uno alto, con la pelle mezza scura. Mi sa che era il tipo”. “E mi sa di si” ridacchia. “Comunque, secondo me, devi mandarla giù questa storia. Sono passati cinque mesi e ancora non ti dai pace. Stasera vai all’assemblea, devi fare palestra, allenarti alla sua presenza.

Sennò ti seghi il terreno sotto i piedi. Poi ho saputo che i compagni tuoi stanno preparando la manifestazione per Genova, secondo me ti fa bene, dai”. Poi la frecciatina : “non ti puoi annoiare, passerete mesi intensi di riunione e litigi, riunioni e litigi. State già andando divisi a Genova, vero?”. La testa abbassata sul caffè e lo sguardo che mi arriva di taglio a interrogarmi. “Si, così sembra. Vabbè ma mica è una novità questa” , le sorrido.

Intorno alle 19.00 Luca mi aspetta con la macchina sotto le case occupate. Lo seguo malvolentieri, per andare a San Lorenzo. Il traffico ci rallenta e questo mi rassicura. Roma a quest’ora è solo macchine e clacson, luce fiacca e gente per strada che si sbriga per tornare a casa. Luca parla in continuazione lungo il tragitto, afferro solo qualche parola “vogliono fare un muro intorno al posto del vertice”, “quell’altri già si stanno acchittando la loro piazza, senza coinvolgerci”, poi tante sigle di partiti che neanche conosco e che hanno fatto questo e quello, che la devono pagare. Parcheggia davanti al palazzo occupato dove faremo l’assemblea, io sono in iperventilazione da Federica ormai da quando ho messo piede in macchina.

La sala è strapiena, si respira subito un clima eccitato, tante voci che si sovrappongono, si discute in capannelli, oltre ai militanti storici del movimento dei disobbedienti vedo tante facce nuove, ragazzi giovanissimi che vengono dall’università e dai Centri Sociali. L’aria sa già di fumo di sigaretta e mozziconi spenti a terra. L’effetto inerzia della spinta di Luca che a modo suo mi indica la via per raggiungere le sedie in fondo alla sala, si ferma sul corpo di Paola che dà il benvenuto “Ciao Giulià, c’hai una cera di merda. Ci tenevo a dirtelo da quando sei entrato”. Arriccia gli angoli della bocca in un sorriso trattenuto.

Le sorrido e la seguo dopo che mi ha fatto segno di raggiungere Mauro, uno di quelli che si sta dando più fa fare per il controvertice. Conosco Paola da pochi mesi e già posso considerarla un’amica. Si stava laureando con una tesi sulla Resistenza e mi aveva chiesto aiuto “perché tu sei un esperto, dicono”. Non dico che ci sentiamo tutti i giorni, ma quasi. Mauro chiama tutti all’attenzione, l’assemblea sta per iniziare. Di Federica nessuna traccia.

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