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Il 41 bis può essere considerato un trattamento inumano e degradante?

Scritto da Angela Chiodo

L’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (d’ora in avanti CEDU) recita: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti». Esso rappresenta il «cuore pulsante» di tutta la Convenzione, trovando la sua ragion d’essere nella necessità di proteggere la dignità di ogni individuo. Pertanto, costituendo uno dei valori fondamentali delle società democratiche, ha una portata assoluta e inderogabile: ciò vale a differenziarlo da altre norme della Convenzione, che possono subire delle deroghe da parte degli Stati in ipotesi eccezionali quali guerre o un pericolo pubblico che minacci la vita della nazione.

La disposizione, non essendo sacrificabile nemmeno per esigenze di lotta al terrorismo o alla criminalità organizzata, diventa oggi un baluardo contro le derive securitarie e i fattori di crisi che si accinge a vivere il nostro ordinamento penitenziario: in particolare si fa riferimento alla mancanza di spazi minimi garantiti ai detenuti; alla salute minacciata dei soggetti in vinculis; ad un regime detentivo speciale come quello previsto dall’art 41 bis Ord. Pen. che mal si concilia con la funzione rieducativa della pena.

Il filo rosso che accomuna questi argomenti è il concetto di dignità come bene intrinseco della persona, da tutelare in qualsiasi condizione essa si trovi: proprio perché la dignità umana è strettamente connessa alla libertà di ciascuno, occorre che anche le forme di privazione della libertà siano rispettose di questo valore, senza generare un surplus di afflittività a fronte dell’inevitabile livello di sofferenza già connaturato alla detenzione.

A tutela di questo delicato equilibrio, la nostra Costituzione pone il principio di umanizzazione delle pene, sancito dall’art 27 comma 3: la sua funzione è quella di impedire che la sanzione penale diventi un mezzo di sopraffazione o degradazione della personalità concretandosi, invece, in un percorso rieducativo, al termine del quale il detenuto possa reintegrarsi nel tessuto sociale. Oltre agli strumenti legislativi, un apporto di grande rilevanza nella protezione della dignità umana contro eventuali aggressioni viene dato sia dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che dall’azione del Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene e trattamenti inumani e degradanti: pur operando i due organi su piani diversi (reattivo la Corte, preventivo il CPT), motivo per cui spesso le soluzioni a cui pervengono si discostano tra loro, entrambi si prodigano per mantenere alto lo standard di tutela dei diritti dei detenuti.

Anche in materia di 41 bis le considerazioni effettuate dai due organi non sono propriamente coincidenti. Le condizioni di vita e di salute dei detenuti sottoposti al regime detentivo speciale sono state più volte criticate dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti (CPT), il quale ha effettuato ben dieci visite negli istituti penitenziari italiani: di queste, quelle periodiche in cui è stato monitorato anche il 41 bis sono sette (effettuate nel 1992, 1995, 2000, 2004, 2008, 2012, 2016). Ciascuno dei rapporti stilati a seguito delle visite presenta alcuni denominatori comuni, in particolare:

Felisopus at it.wikipedia, CC BY-SA 3.0 http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/, via Wikimedia Commons
  1. la necessità che tale regime detentivo venga applicato soltanto in ipotesi eccezionali e per un periodo di tempo limitato, data la sua marcata incidenza sui diritti dei detenuti;
  2. la preoccupazione dei disturbi cagionati dall’isolamento sulla salute psico-fisica del detenuto;
  3. la dubbia legittimità delle cd. «aree riservate»;
  4. la mancanza di «human contact» tra i detenuti e i loro familiari e tra i detenuti e il personale penitenziario;
  5. la videosorveglianza in cella 24 ore su 24;
  6. la presenza di restrizioni gratuitamente afflittive, che nulla hanno a che vedere con la necessità di recidere i legami con l’associazione criminale di appartenenza;
  7. la convinzione che il regime detentivo speciale sia stato volutamente configurato come uno strumento di pressione psicologica, finalizzato ad ottenere una collaborazione del detenuto con il sistema giudiziario, ponendosi perciò in contrasto con l’art 27 comma 3 Cost. .

Così, con riferimento al primo punto 1), sebbene il CPT si dimostri cosciente della necessità di contrastare la criminalità organizzata, condividendo questo obiettivo, non può non ravvisare nell’attuale configurazione del regime detentivo speciale il germe di ciò che può costituire un trattamento inumano e degradante: definisce infatti il 41 bis come uno tra i più duri regimi detentivi speciali che abbia mai osservato, tanto che sia nel rapporto del 2004 che in quello del 2008 lo assimila alla «negazione stessa del concetto di trattamento penitenziario» 2) .

I punti critici sono costituiti soprattutto dal rinnovo automatico di una misura così logorante in assenza di una motivazione dettagliata e per periodi prolungati, oltre che dall’isolamento diurno a cui i detenuti sono sottoposti. Il Comitato, infatti, osserva che: « It might be useful in this context to recall the generally accepted principle that offenders are sent to prison as a punishment, not to receive punishment. Imprisonment is a punishment in its own right and potentially harmful aggravations of a prison sentence as part of the punishment are not acceptable» 3).

Per tale ragione il CPT ha a più riprese invitato le autorità italiane a rivedere l’attuale fisionomia del 41 bis in quanto, così com’è configurato, potrebbe comportare danni irreparabili al fragile bilanciamento che deve essere mantenuto tra gli interessi della società e il rispetto del diritto fondamentale della salute del detenuto, sfociando in un trattamento inumano e degradante 4) .

Gli effetti prodotti dalla c.d. «bubble like atmosphere» sono ancora più accentuati nelle aree riservate e, in generale, sono la risultante di numerosi fattori quali la scarsa offerta trattamentale e l’assenza di contatti umani. Infine, ulteriori sofferenze psicologiche, secondo il Comitato, sarebbero provocate da tutta quella serie di restrizioni eccessive, non funzionali allo scopo per cui il 41 bis è stato configurato. Questa convinzione, in particolare, è stata espressa a seguito dell’introduzione della circolare DAP n. 3676/6126 del 2 ottobre 2017: « Different restrictions were imposed on inmates by virtue of different circulars of the prison administration on issues such as the size of personal photos and the number and type of books (including those used for university courses) admitted into the cell. The grounds for such restrictions, purportedly related to security issues, were not evident to the delegation.».

Il 41 bis è passato anche al vaglio della Corte di Strasburgo e, sebbene sia stato giudicato lesivo degli articoli 6,8,13 Cedu, finora non è mai stato ritenuto in contrasto con il divieto di pene e trattamenti inumani e degradanti in senso sostanziale, in considerazione delle esigenze di prevenzione che esso persegue: i giudici alsaziani, infatti, oltre a considerarlo uno strumento necessario a interrompere definitivamente i legami tra i soggetti detenuti e le associazioni criminali, qualificano come «relativo» l’isolamento sociale e sensoriale che lo caratterizza 5).

Per stabilire se un regime detentivo speciale sia compatibile con l’art 3 Cedu, vengono utilizzati principalmente due parametri: il grado di isolamento a cui è sottoposto il detenuto e l’utilità o meno di prescrizioni gratuitamente afflittive o palesemente superflue.

Nonostante nella giurisprudenza alsaziana inizi ad insinuarsi il dubbio che anche l’isolamento relativo, se protratto per lungo tempo, possa produrre sulla salute psicofisica dell’individuo gli stessi effetti nocivi di quello assoluto (si veda, ad esempio, la dissenting opinion di alcuni giudici nel caso Ramirez Sanchez c. Francia), si ha tuttavia l’impressione che, quando si tratta di ricorsi che hanno a che fare con la criminalità organizzata di stampo mafioso, la Corte non tenga particolarmente in considerazione gli effetti che il regime detentivo speciale provoca sulla salute psicofisica del detenuto, mettendo così al primo posto le istanze di difesa sociale. Infatti, le motivazioni sembrano tra loro molto simili e sbrigative, anche laddove riguardino detenuti anziani e affetti da gravi patologie6).

Eppure, ad un primo sguardo, i presupposti per qualificare il 41 bis come trattamento inumano e degradante, secondo la giurisprudenza di Strasburgo, ci sarebbero tutti: i periodi di isolamento relativo prolungato (soprattutto all’interno delle cd. «aree riservate»); gli automatismi applicativi che spesso si rinvengono nei decreti di proroga della misura; le limitazioni inutilmente afflittive legittimate dalla legge 94/2009 e confermate dalle circolari DAP che si sono susseguite nel tempo, fino all’ultima del 2 ottobre 2017.

Non può passare inosservato, tuttavia, lo spiraglio di apertura costituito dalla sentenza Provenzano c. Italia del 25 ottobre 2018, in cui la Corte di Strasburgo ha condannato il nostro Paese per violazione dell’art 3 Cedu: la censura ha avuto ad oggetto l’inadeguatezza della motivazione, nel provvedimento di proroga della misura. Infatti, non vengono date spiegazioni sufficienti su come la capacità comunicativa del ristretto potesse continuare a costituire un pericolo per l’ordine e la sicurezza e, quindi, giustificare la prosecuzione del regime detentivo speciale nonostante il serio deterioramento cognitivo e lo stato vegetativo in cui versava 7).

La sussistenza di automatismi applicativi in ragione della pericolosità sociale del detenuto, dunque, potrebbe essere una strada ancora poco battuta, ma utile nella direzione di qualificare come inumano e degradante il regime detentivo speciale o, quanto meno, di modificare l’art 41 bis nella parte relativa ai presupposti che giustificano una proroga della misura: infatti, secondo la Corte, la pericolosità sociale del detenuto deve essere soggetta ad una revisione periodica operata da un organo indipendente, la quale sia tanto più rigorosa quanto più è prolungata la durata del regime detentivo speciale 8) .

L’infelice formulazione testuale dell’art 41 bis dell’ordinamento penitenziario, invece, richiedendo la prova di una circostanza negativa quale è l’esclusione della sola capacità di mantenere i legami con l’associazione criminale originaria determina, sostanzialmente, un meccanismo reiterativo del decreto applicativo, che rischia di automatizzarsi 9).

Sotto questo profilo, raccomandazioni pervengono anche dal CPT che, nel suo ultimo rapporto, richiede maggiore attenzione affinchè le motivazioni del provvedimento di rinnovo della misura siano quanto più possibile oggetto di una valutazione individualizzata ( «The CPT recommends that the renewal of “41-bis” applications be based on an individual risk assessment that provides objective reasons for the continuation of the measure and not merely an absence of information to show that the person in question is no longer linked to a particular organisation.»)10).

Note

Note
1 Preoccupazione espressa nel Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 21 novembre 2004 al 3 dicembre 2004, § 88.
2 Tali riflessioni sono contenute in diversi rapporti del CPT, in particolare in: Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 22 ottobre al 6 novembre 1995, §§ 90-91; Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 14 al 26 aprile 2008, §84. Il CPT parla di negazione del trattamento penitenziario sia nel Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 21 novembre 2004 al 3 dicembre 2004, § 88, che nel citato Rapporto sulla visita effettuata nell’aprile 2008, § 82.
3 Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dall’ 8 al 21 aprile 2016,§ 80.
4 Sebbene tutti i rapporti dal 1995 al 2016 abbiano ad oggetto l’isolamento, queste preoccupazioni vengono espresse soprattutto nei più recenti: sia nel Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dall’ 8 al 21 aprile 2016, §§ 78-79- 80; Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 13 al 25 maggio 2012, § 54; Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 14 al 26 aprile 2008, §§ 78-84. È nel citato rapporto relativo alla visita del 2016, § 80 che, con riferimento all’isolamento diurno, il CPT afferma: «The prolonged and punitive measure of “isolamento diurno” observed by the delegation in respect of the cases descrive above, could well be considered as inhuman and degradating treatment.».
5 Sulla compatibilità del 41 bis con l’art 3 Cedu vedi: Cassibba F., Colella A., Art 3 in Corte di Strasburgo e giustizia penale, a cura di Ubertis G. e Viganò F., p. 77; Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Rapporto sul regime detentivo speciale, indagine conoscitiva sul 41 bis, aprile 2016, p. 37; De gioiellis D., Regime penitenziario di rigore tra esigenze di sicurezza e diritto alla salute, p. 168 in www.romatrepress.uniroma3.it.; Della bella A.,. Il “carcere duro” tra esigenze di prevenzione e tutela dei diritti fondamentali. Presente e futuro del regime detentivo speciale ex art. 41 bis o.p., Milano, 2016,p. 315; Nicosia E.,Il 41 bis è una forma di tortura o trattamento crudele, inumano o degradante? in Riv. It. Dir. e proc. pen., 2009, p.1250.
6 Vedi De Gioiellis D. op.cit., p. 169; Della bella A., p. 325. La lista delle pronunce in questione è lunga: a titolo esemplificativo possono essere citate Messina c. Italia (C. edu, sez. II, 18 dicembre 2000); Gallico c. Italia (C. edu, sez. IV, 28 giugno 2005); e, per ciò che concerne detenuti con condizioni di salute compromesse, Enea c. Italia (C. edu, Grande Camera, 17 settembre 2009); Stolder c. Italia (C. edu, sez. II, 1 dicembre 2009); Riina c. Italia (C. edu, sez. II, 19 marzo 2013).
7 Corte edu, sez. I, Provenzano c. Italia, 25 ottobre 2018, § 154.
8 Vedi Della bella A., op.cit., pp. 320, 322 in cui, sia con riferimento all’inadeguatezza delle condizioni materiali di detenzione che per quanto riguarda gli automatismi applicativi viene citato il caso Corte edu, IV sez., Harakchiev and Tolumov c. Bulgaria, 8 luglio 2014 in www.hudoc.echr.coe.int.
9 Per maggiori informazioni vedi Palma M., Rapporto tematico sul regime detentivo speciale ex articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario (2016 – 2018), p. 9 in www.garanteprivatiliberta.it
10 Rapporto al Governo italiano sulla visita effettuata dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti in Italia dal 12 al 22 maggio 2019, § 55 in https://rm.coe.int/16809986b4 .

Mi sono laureata in giurisprudenza nel 2019, con una tesi di laurea sui trattamenti inumani e degradanti in carcere. La tutela dei diritti delle categorie più deboli e la partecipazione sociale sono le principali traiettorie su cui si instrada il mio percorso di crescita personale. Credo nel valore della formazione: per tale ragione, ho conseguito il diploma di Master in diritto e criminologia del sistema penitenziario nel 2020, con una tesi su “Giustizia riparativa e associazione mafiosa” e, attualmente, svolgo il Dottorato di ricerca presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Membro Yairaiha dal 2017.

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