TOP

Intersezionale

bus scolastico

Come parlare di migrazioni a studenti e studentesse?

La mia attività principale in questi giorni è osservare e partecipare ad incontri sulle migrazioni gestiti dall’associazione di cui faccio parte: il Comitato Tre Ottobre. Il mio ruolo si svolge in pochi minuti, controllo che relatori e relatrici siano in collegamento, che la classe o le classi siano online, faccio una breve introduzione e lascio la parola ad esperti e esperte. Poi osservo e ascolto il resto dell’incontro. Gli incontri sono strutturati in modo tale da dare a studentesse e studenti il maggior numero di prospettive possibili sul discorso migratorio.

Ciò intende normalizzare un discorso sulle migrazioni che sia inclusivo, solidale e non discriminante. Partire dalle scuole è fondamentale, per preparare la società futura e per redimere gli errori fatti in passato, garantire che non si ripetano e confrontarsi con menti fresche che guardano il mondo con occhi nuovi. Da tutti gli incontri e le conversazioni avute, emergono quattro frasi da cui partire per parlare di migrazioni a studenti e studentesse. Quattro frasi che racchiudono altrettanti concetti fondamentali e che possono fornire una base su cui costruire una nuova prospettiva, si spera, più umana. 

“Nessuno di noi ha scelto dove nascere” 

Queste parole, ad un primo sguardo scontate se lasciate sedimentare costringono a fare i conti con la necessità dell’astensione dal giudizio. Nessuno di noi ha scelto dove nascere, quindi tutto il portato di sofferenza, lotta e autoaffermazione per chi nasce in zone del mondo con meno accesso alla felicità di altre non dipende e non deve essere attribuito alla persona stessa. L’astensione dal giudizio significa riconoscere che c’è più della persona a guidare le rotte di spostamenti degli essere umani. E che alcune persone devono faticare più di altre per motivi che non dipendono da loro stesse. Quindi se accedere ad un’istruzione continuativa, a cure mediche gratuite, ad una casa che ti protegge è per te scontato, ragiona sulla frase “Nessuno di noi ha scelto dove nascere” e sul fatto che la persona che ti cammina accanto potrebbe non vedere garantito il tuo stesso accesso a tutte le cose che tu dai per scontate. Ciò non per colpevolizzare ma solo per entrare in una prospettiva di diseguaglianze alla nascita, propria del mondo in cui viviamo e con cui o facciamo i conti o finiremo sempre per scrutare l’altro con occhi che semplificano e banalizzano i percorsi di vita altrui. 

“Le persone non sono alberi, non hanno radici; hanno i piedi, quindi camminano” 

Tale frase, vuole invece far riferimento alla dimensione essenziale delle migrazioni. Se ci si ferma a pensare, c’è più di naturale nel migrare che nel concetto di confine. Quando a scuola si studiano i confini, essi si definiscono come linee immaginarie che dividono i paesi. Ecco, nel migrare non c’è nulla di immaginario. E’ un moto basilare per l’uomo che risponde fin dai primi tempi all’esigenza di sopravvivere.

Poi i confini si stagliano tra di loro, immaginari, certo, ma socialmente eretti a difesa di quei conglomerati di esseri umani che li identificano. Ma identificando separano e separando arrestano quel moto naturale degli esseri umani frapponendo visti, decreti flussi e permessi di soggiorno e protezione. Tutto questo sistema di regolazione delle migrazioni si è reso oggi necessario ma ricordare la frase “Le persone non sono alberi, non hanno radici; hanno i piedi, quindi camminano” può forse aiutare a comprendere e forse a ripartire e ripensare un sistema che limita la libertà di spostamento facendosi forte di linee immaginarie. 

“La felicità è un diritto e ognuno deve avere la possibilità di perseguirla come può” 

Un discorso importante che emerge spesso in classe è: “cos’è che spinge le persone a partire?”. Questa domanda è apparentemente facile da rispondere, non a caso abbiamo un ordinamento legislativo che fa una chiara distinzione di diritti in base appunto alle motivazioni di partenza dei migranti. Eppure, questa stessa domanda ha accompagnato il mio corso di Master in politiche migratorie per svariate lezioni. E pochi giorni fa, ad uno degli incontri tenuti dal Comitato Tre Ottobre, eccola lì di nuovo. “Ragazzi e ragazze sapete dirmi quali sono secondo voi le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case?” ha chiesto il formatore. “La guerra” “la povertà” “persecuzioni politiche e religiose” “il clima” sono state alcune delle risposte.

Risposte varie, che riproducono fedelmente il quadro legislativo e vanno persino oltre. Vi è inclusa infatti la distinzione tra migrante economico che fugge dalla povertà e quella di rifugiato politico che scappa dalla guerra. Ma si apre anche il discorso al clima e a coloro che dovrebbero essere definiti rifugiati climatici. Poi una voce afferma: “Si spostano perché non ritengono che quella che stanno conducendo sia vita, e vogliono cominciare a vivere”.

Questa frase, in varie forme, risuona spesso negli incontri. Solo pochi giorni prima si era infatti detto: “Chi va per mare non cerca di il benessere, cerca di vivere”. Queste affermazioni aprono un nuova dimensione alle motivazioni per le quali le persone si spostano. Non c’è solo il mondo a pesare da fuori, quelli che in teoria delle migrazioni si chiamano fattori push and pull, che spingono e attirano le persone fino a strapparle. C’è anche l’individuo e la sua agency, ovvero la possibilità di scegliere di perseguire la sua felicità nel modo e nel luogo più adatto. 

“Occuparsi di migrazione non significa essere buoni, significa applicare specifici diritti” 

Giungiamo infine ad un ultimo concetto, che pertiene più da vicino l’Italia e il modo in cui pensiamo le migrazioni in questo paese. Se ascoltiamo i principali discorsi sulle migrazioni si intuiscono delle nette categorizzazioni. Da una parte ci sono i migranti, gruppo vulnerabile, generalmente demonizzato come “altro” pericoloso o paternalisticamente considerato debole. Ne deriva che coloro che si occupano di migrazioni vengano spesso tacciati di buonismo. Pur tralasciando l’accezione negativa, vi è una certa idea di buon samaritano che accompagna il lavorare con i migranti, derivante appunto dal loro essere definiti come categoria debole e vulnerabile.

Questa pregiudizievole catena di etichette permette di incasellare il discorso migratorio in una cornice morale allontanandosi così da una più appropriata definizione giuridica. Ma guardando alla nostra Costituzione, alla carta che fonda e costituisce la nostra Repubblica, vediamo che garantire l’asilo non è la rivendicazione di una persona buona ma di una attenta lettrice dell’articolo 10. Il quale peraltro non confina tale diritto di asilo a casi speciali, ma a chiunque non veda garantito l’esercizio delle libertà democratiche nel suo paese. Quando parliamo di migrazioni e ci battiamo per cambiare le cose non siamo persone buone, la bontà non c’entra. Vogliamo solo applicare i diritti costituzionali di tutti e tutte.

Chiara Gullotta è laureata in Cooperazione Internazionale e ha un Master in Politiche Migratorie all’Università delle Nazioni Unite a Maastricht (Olanda). Collabora ora con diverse organizzazioni non governative in Italia e si occupa di progetti di sviluppo per l’inclusione dei migranti a Roma.

Comments (4)

  • AGOSTINO LETARDI

    Mi trovo in perfetta sintonia con l’approccio definito in questo articolo alla questione migrazioni
    Avendo la richiesta di partecipare ad un incontro promosso da Mediterranea per il prossimo sabato, posso chiedere se vi sono letture che, a suo avviso, possano presentare la tematica secondo tale approccio. Grazie anticipatamente

    reply
    • Chiara Gullotta

      Ciao Agostino! Come prima lettura mi sento di consigliarti “La Frontiera” di Alessandro Leogrande, penso si adatti anche all’incontro a cui parteciperai con Mediterranea. Per approfondire un po’ invece, sto leggendo ora “Storia dell’immigrazione straniera in Italia” di Colucci, un testo molto comprensivo. Spero di esserti stata utile!

      reply
      • AGOSTINO LETARDI

        Si, è lo stesso libro che ha proposto un’altra partecipante del gruppo di lettura cui appartengo e che è coinvolto in questa iniziativa. Stavo anche pensando di leggere Mediterraneo blues, di Iain Chambers. Grazie della risposta e dei suggerimenti e buon lavoro

        reply
  • Chiara Gullotta

    Ciao Agostino! Uno dei primi testi che mi sento di consigliarti è “La Frontiera” di Leogrande, penso si adatti bene anche all’intervento a cui parteciperai sabato. Per qualcosa di più approfondito sto leggendo ora “Storia dell’immigrazione straniera in Italia” di Colucci che è un testo sicuramente comprensivo anche se più denso da leggere. Spero ti sia utile! A presto

    reply

Post a Comment