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OSSERVATORIO REPRESSIONE: L’esperimento dello stato di sorveglianza

Il Covid-19 ha messo in crisi il mondo intero, la pandemia si è diffusa in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all’auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime.

La pandemia ha portato alla luce i problemi strutturali del modello capitalistico e mostrato la faccia feroce della società con i governi di tutto il mondo impegnati ad introdurre misure straordinarie, comprensive della limitazione delle libertà personali, per contrastare la diffusione del virus, nella cornice di uno “stato di emergenza”.

Contro il coronavirus serve l’esercito”, questo è stato il mantra, dal marzo 2020, del dibattito pubblico che ha attivato dispositivi di controllo limitando profondamente le libertà individuali e collettive, ma nello stato d’eccezione tali limitazioni vengono tollerate, se non addirittura invocate dall’opinione pubblica. Il lockdown ha stravolto l’aspetto delle città svuotando gli spazi di socialità. Ha riconfigurato abitudini, spostamenti, relazioni, ponendo limiti alla nostra libertà mai vista in tempi recenti, attraverso una controversa produzione giuridica e una inaudita militarizzazione delle strade, con l’uso di mezzi tecnologici avanzati come i droni e elicotteri, con il paradosso di vedere multati i senza tetto o le persone che fanno la fila alla mensa dei poveri.

Un esperimento tecnico da “Stato di Sorveglianza“ con l’estensione dei poteri della pubblica sicurezza in modo abnorme da esporre i cittadini a sanzioni del tutto arbitrarie. Un operazione pericolosa dal punto di vista politico e culturale che esprime la volontà di rendere perpetua l’emergenza: oggi di fronte alla paura del virus, domani per governare in nome della paura. L’obiettivo non è tanto il superamento della malattia, quanto l’indottrinamento della coscienza collettiva, il suo adeguamento a una nuova politica normalizzante. Ciò che fa la differenza è il diverso modo in cui gli attori sociali hanno interiorizzato le norme.

Così come nel corpo umano il coronavirus ha amplificato patologie esistenti, nel corpo sociale ha amplificato ingiustizie, settarismo, razzismo e soprattutto disuguaglianza. Ha contagiato i corpi e le coscienze. Ha indotto la paura della perdita dalla vita delle certezze del lavoro, ove mai vi fossero, delle relazioni sociali. Attraverso un uso sociale e politico della “paura” il potere ha legittimato ancor più se stesso in nome e per conto di una “presunta sicurezza” che per manifestarsi e rendersi credibile deve trovare il colpevole e umiliarlo per conferisce un senso al dramma e al sacrificio sociale. Induce sicurezza alimentando la paura. E via così.

Il timore del contagio genera una demarcazione netta tra obbedienti esecutori delle regole e indisciplinati trasgressori. Oggi autoritarismo significa anche delegare ai cittadini il compito di sorvegliarsi a vicenda. Questo clima è stato aggravato dalla confusione delle istituzioni, con il governo che dice una cosa, la protezione civile un’altra e le regioni che fanno di testa loro. La criminalizzazione della gente comune – e conseguentemente l’invito alla delazione – è sempre stata, nella storia, uno strumento repressivo usato nelle situazioni di difficoltà o di crisi per riaffermare il potere dell’autorità. Diventa efficace, quindi, il messaggio che i cittadini per garantire la salute propria e altrui debbano “cedere quote di libertà”.

Lo scopo di chi impone il lessico della “guerra” per contrastare il virus è quello di militarizzare la società, ingessarla. Siamo passati da #iorestoacasa a #coprifuoco. Il coprifuoco è una manifestazione esemplare del potere, l’occupazione poliziesca di uno spazio e di un tempo di libertà. La misura simbolicamente più odiosa e materialmente più inefficace che l’emergenza sanitaria abbia riesumato. La sola logica che si potrebbe riconoscergli è quella di instaurare un clima di terrore tale da indurre i cittadini a ogni rinuncia possibile del proprio spazio di libertà e all’obbedienza in generale. Non ci vuole molto per capire che la scienza in tutto questo non c’entra niente. L’emergenza viene gestita con la logica della guerra: viene meno l’indagine sulle cause e si restituisce potere allo Stato per sorvegliare le persone comuni e per proteggere i signori del profitto.

Se prima del coronavirus ci aggiravamo da sonnambuli nello stato della sorveglianza, oggi stiamo correndo in preda al panico tra le braccia di uno stato della super-sorveglianza in cui ci è chiesto di rinunciare a tutto – la nostra riservatezza, la nostra dignità e la nostra indipendenza – per consentirci di essere controllati e micro-gestiti.

Crescono una miriade di imprese specializzate nel mercato del controllo sicuritario. In Cina, il riconoscimento facciale, a Mosca e negli USA la diffusione della sorveglianza biometrica. Lo stesso ha fatto il governo israeliano. La società sicuritaria prospera nel contesto della pandemia, e il “distanziamento sociale”, diviene la metafora di desocializzazione. Una “democrazia immunitaria” dove il distanziamento è fisico ma anche sociale e politico.

La protesta è inibita dalle nuove regole sanitarie di convivenza, la logica della sicurezza viene estesa a tutti gli ambiti di vita e i giganti della sorveglianza sono pronti a guidare i governi per massimizzare l’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. Non è un progetto innocente. Non è temporaneo. Avere più “smart working”, più teledidattica, più telemedicina, più tracciamenti sanitari, più videosorveglianza implica avere meno investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei servizi sociali. È un progetto che aumenta i profitti dei colossi digitali e aiuta a depoliticizzare la popolazione.

Il “distanziamento sociale” ha sostituito il rapporto tra i corpi con forme di interazione a distanza, governate da un apparato tecnico autorizzato a scandagliare ogni risvolto della nostra vita privata. Parlare in questa situazione pandemica di “stato di eccezione” non significa pensare che siamo all’anticamera della dittatura, piuttosto è la semplice constatazione che la legislazione per decreto sospende le libertà democratiche. Quel che conta in questa forma di governo è l’immunità, dove hanno diritto di abitare gli immuni e il resto possono restare esposti; che siano i migranti da far annegare in mare o consegnare ai torturatori libici, i senza fissa dimora lasciati ai bordi delle strade, i detenuti rinchiusi in celle come topi in gabbia. Tutto questo impedisce di parlare e denunciare gli abusi e le violenze poliziesche.

Attraverseremo una lunga e dolorosa transizione: estensione del controllo sociale, autoritarismo, una fase di “accumulazione originaria del capitale” (basta leggere attentamente la filosofia predatoria che sottende Bonomi, il nuovo presidente di Confindustria). Constateremo, nello stesso tempo, un’intensificazione dello sfruttamento, un impoverimento di massa e violenza statuale nei processi di ricostruzione della catena del valore e dell’accumulazione. Le diseguaglianze cresceranno a dismisura.

Il Covid esiste, è temibile e va contrastato: continuiamo a comportarci responsabilmente ma stiamo attenti a non risvegliarci in un mondo in cui la sua eredità sulle nostre società e sulla nostra salute, potrebbe essere anche più pesante del male. Oggi è la pandemia, domani potrebbe essere qualsiasi altra emergenza, più o meno fondata: la strada è ormai tracciata, la società si sta tristemente abituando al coprifuoco come governo delle crisi sociali.

L’Osservatorio Repressione è una associazione di promozione sociale nata nel 2007. Si prefigge di promuovere e coordinare studi, ricerche, dibattiti e seminari, sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria, la raccolta, la conservazione di materiali e di documenti inerenti la propria attività, cura la pubblicazione di materiali ed esiti delle proprie ricerche, promuove progetti indipendenti o coordinati con altre associazioni e movimenti che operano nello stesso ambito.

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