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Intervista a Cannibali e Re: Individualità in crisi, collettività senza prospettive e società prossime al collasso.

“La nostra missione è riaccendere l’interesse, la partecipazione, l’amore per la nostra Storia, che è il presupposto per rianimare individualità in crisi, collettività senza prospettive e società prossime al collasso. Perché la Storia, mediante la sua narrazione, sia la fiaccola che nella notte buia dei nostri giorni anticipi la via all’umanità che sarà.”

Questo è parte della presentazione che si trova sulla pagina Facebook di “Cannibali e Re”, un collettivo formato da ragazzi e ragazze accumunati da una formazione in Storia, Scienze Politiche e Relazione Internazionali. Dopo aver incrociato il percorso universitario, per la maggioranza a Perugia, decidono di dare vita a questa esperienza nel 2016.

Nel gruppo si condivide una visione politica libertaria, rafforzatasi negli ultimi anni e con un forte accento sull’intersezionalità.

L’obiettivo che si sono posti è quello di fare divulgazione storica. Ci tengono a chiarire subito che non fanno ricerca: vogliono prendere alcuni argomenti e renderli noti il più possibile a quante più persone possibili. Sono partiti da zero: non avevano nessuna associazione né finanziamenti: la pagina Facebook è stato il metodo più semplice per ottenere l’obiettivo prefissato senza alcun investimento particolare.

Sanno che Facebook può essere un mezzo fortemente censorio e limitante. Stianno ancora pagando le conseguenze di decisioni scellerate che il social ha avuto nei nostri confronti durante tutto il corso dell’anno passato (il 2020) ma nonostante tutto è rimasto il metodo più efficace per svolgere la loro attività di divulgazione.

La pagina è stata aperta a Giugno 2016 e a Dicembre dello stesso anno c’erano già 5.000 “mi piace”. Poi c’è stata un’impennata in quel mese e da allora una crescita abbastanza costante, riuscendo a muoversi tra le limitazioni dell’algoritmo di Facebook. Ora sono circa sugli 200.000 le persone che seguono la pagina e sono sbarcati anche altre piattaforme: Instagram nell’estate del 2018 e Telegram da pochi mesi.

Partiamo proprio da qui: Cannibali e Re nasce sui social, nello specifico su Facebook. Questo vi ha dato la possibilità di interagire sin dall’inizio con persone e soggetti esterni al vostro collettivo.

Quello che è interessante è che nella nostra presenza sui social abbiamo sempre cercato di coinvolgere in prima persona le persone che ci seguono, ponendo l’accento sulla partecipazione dal basso. Banalmente, anche nella gestione dei commenti abbiamo sempre cercato di rispondere a tutte/i. Abbiamo sempre fatto nostri i suggerimenti che ci arrivavano e le segnalazioni, su opere d’arte, film, libri. Anche il primo libro, “Cronache ribelli vol.I”, è un impulso che nasce dal basso: all’inizio noi del collettivo eravamo quasi restii alla pubblicazione, visti gli impegni che avevamo e il poco tempo a disposizione, ma la spinta era tanta.

L’almanacco “Cronache Ribelli Vol. I” è un’autoproduzione. Ci siamo sempre autoprodotti rifiutando forme di finanziamento pubblico e supportandoci esclusivamente con la vendita dei nostri libri. Da lì è iniziato il percorso editoriale.

CR I andò oltre ogni migliore aspettativa, vendendo migliaia di copie solo il primo anno e venendo poi ristampato. Abbiamo proseguito pubblicando un romanzo chiamato “L’organizzazione”.

Nel 2018 abbiamo creato un’associazione che si chiama “Associazione Cronache Ribelli” come il libro: abbiamo iniziato a lavorare con le scuole, abbiamo fatto laboratori con varie tematiche; dalla colonizzazione italiana in Libia, alla resistenza, fino al commercio triangolare e alla vicenda dell’Amistad, sul tema della schiavitù.

A giugno 2020 è uscito il secondo almanacco di Cronache Ribelli. A dicembre C’era una (ri)volta il nostro primo libro da leggere e colorare per bambine e bambini.

Contemporaneamente stanno uscendo dei libri scritti al di fuori del collettivo: ad ottobre è uscito il primo su Capitan Harlock, un altro uscirà in questo 2021. La situazione è tutta in divenire.

“Le storie sono asce di guerra da disseppellire” scriveva Wu Ming nel 2000. Anche per voi, le storie che raccontate non hanno una mera funzione nostalgica, ma dovrebbero “creare conflitto” come voi stessi dite. Viviamo in un’epoca in cui qualsiasi rivendicazione che provi a mettere in discussione lo status quo viene tacciata come sovversiva, dove lo stesso aggettivo “radicale” viene molte volte usato per indicare pericolosità e la repressione da parte degli apparati istituzionali è addirittura preventiva verso chi lotta per una società diversa. Quali sono gli strumenti che abbiamo per far sì che l’idea del conflitto non venga avvertita come un rischio troppo grande o un estremismo minoritario? E cosa possiamo imparare dalle storie di chi il conflitto in passato lo ha creato? 

Noi crediamo che la storia sia uno strumento utile a sviluppare conflitto all’interno della società nel momento in cui aiuti a costruire la coscienza delle soggettività oppresse e subalterne. Secondo noi attraverso i racconti di violenze e di oppressioni subite da un lato, e le ribellioni a queste violenze dall’altro, la Storia ha la forza di creare un senso di immedesimazione, di evocare dei percorsi che possono avere un’influenza sugli oppressi, sulle categorie subalterne del presente.

Questo è il ruolo che affidiamo alla disciplina.

Oggi effettivamente il rischio che alcuni conflitti del passato non siano considerati riproponibili, oppure che alcune vicende del passato vengano considerate difficili da emulare, è evidente. Ma questo dal nostro punto di vista è figlio della fase politica generale in cui viviamo, o meglio della fase storica.

Il ‘900 è stato il secolo in cui le classi subalterne hanno tentato l’assalto al cielo. Quest’assalto è fallito ed evidentemente siamo ancora in una fase di reflusso per lo meno in gran parte del pianeta (ci sono anche realtà che per fortuna vanno in controtendenza). La conseguenza di ciò è che oggi tutta una serie di pratiche del passato vengono oggi bollate dall’ideologia dominante come fallimentari, figlie di una cultura che è stata sconfitta e non siamo ancora stati in grado di mettere in piedi un nuovo arsenale sia in termini di ideologia che di azioni pratiche capace di confrontarsi con i tempi correnti.

Sicuramente quello che dovremmo imparare da chi in passato ha costruito il conflitto -individui e gruppi – è il rapporto da sviluppare con le masse oppresse, nel senso che è necessario avere un rapporto stretto con tutt* quell* che in questa società sono oggetto di sfruttamento e violenza. Per avere questo tipo di rapporto bisogna sviluppare un tipo di linguaggio che sia fruibile, delle pratiche che concretamente siano in grado di dare l’idea che anche ad uno stato embrionale dell’azione politica si possa comunque già intervenire sulle nostre vite, migliorandone concretamente le condizioni e al tempo stesso riuscendo a costruire attraverso queste pratiche una vasta adesione.

Per noi la questione dirimente è questa: dismettere un certo bagaglio che oramai non funziona più, sia a livello linguistico che di pratiche, e cercare di svilupparne un altro ugualmente radicale che però abbia la forza di intersecarsi profondamente con le necessità, le rivendicazioni, i bisogni delle soggettività oppresse, tenendo conto soprattutto dei loro desideri, delle loro necessità materiali ma anche dei loro bisogni ideali, lasciando loro diventino protagoniste dell’agire politico.

Qualche settimana fa scrivevate “Spostando la linea temporale del racconto più vicino ai giorni nostri risulta difficile suscitare la stessa ammirazione che si ha verso i personaggi del passato. Spesso si fatica a riconoscere chi oggi combatte per i diritti di tutte e tutti, chi sacrifica il proprio tempo, le proprie risorse, i propri affetti e a volte la sua vita per gli altri”. Questa precisazione serviva ad introdurre la vicenda di Eddi Marcucci che ha passato volontariamente 9 mesi a combattere Daesh nel nord della Siria. Nonostante sia universalmente riconosciuta la pericolosità dello Stato Islamico, invece di premiare il suo coraggio e promuovere il suo esempio, lo Stato ha fatto calare su di lei la scure della sorveglianza speciale. In maniera similare sono perseguite, per rimanere in Italia, le persone che si battono per il diritto alla casa, o chi naviga nel Mediterraneo cercando di salvare vite.  
“Saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”, come scriveva Calvino, è ogni giorno più difficile. L’importanza di esserci “qui e ora” sembra perdere sempre più significato.  

Per rispondere da questa domanda non possiamo non partire dall’analisi della fase storica che stiamo vivendo. C’è una dissonanza forte nel momento in cui le persone vanno a giudicare eventi simili ma avvenuti in tempi diversi. Il conflitto del passato è visto in maniera totalmente diversa. Questo accade perché siamo in una fase in cui l’ideologia dominante occupa tutti gli spazi pubblici, economici e della socialità. Tutte le forme di ribellione a questo status quo vengono bollate come teorie strampalate, anche quando in realtà sono messe in pratica, come accade nel confederalismo democratico della Siria del Nord: un’esperienza rivoluzionaria partecipata da milioni di persone che, oltre ad aver combattuto l’ISIS, ha realizzato una società femminista, egualitaria, ecologista. Nonostante ciò se ne parla solo come se fosse un’impresa utopica, insostenibile, impossibile.

Quindi le persone che partecipano a questa esperienza, provenendo da tutto il mondo e recuperando l’internazionalismo che è un valore fondamentale di tutti i movimenti che hanno cambiato la storia, vengono attaccate dalle istituzioni perché rappresentano concretamente la possibilità di vivere in maniera diversa ma soprattutto testimoniare come ancora oggi sia possibile realizzare un altro mondo.

E’ evidente che sul piano pratico, viene scatenata una violenza repressiva che non ha alcun tipo di ragione giuridica e che anzi viola qualsiasi diritto elementare degli individui, che sono sottoposti a limitazioni della propria libertà individuale. Oltre ciò, quello che secondo noi è ancora più grave, è l’ipocrisia che circonda questi atti, ovvero il tentativo di punire da un lato i soggetti che incarnano l’esperienza di cambiamento concreto, senza mai accusare pubblicamente chi ha combattuto l’ISIS. Al tempo stesso, subdolamente, si continua a trattare con la Turchia, a vendere armi ad Erdogan che le userà per provare di distruggere l’esperienza del confederalismo democratico. Noi abbiamo sempre provato a mettere a disposizione la nostra voce per parlare di quello che è successo e sta succedendo in Siria del Nord, sia dell’invasione Turca, sia delle lotte coraggiose di tutti i gruppi che partecipano all’esperienza del confederalismo democratico e della possibilità concreta nel XXI secolo di sviluppare un modello alternativo di società.


 

Sempre relativamente alla necessità di agire, un tratto distintivo dell’evoluzione degli oppressori è quello di aver imparato sempre di più ad agire nell’ombra; tenere a bada gli eccessi di vanità per poter essere più difficilmente individuabili. Questo rende più difficile per gli oppressi canalizzare le lotte verso un nemico che non ha volto né divisa. Cosa ci insegnano le storie del passato rispetto alla necessità dell’intersezione di queste lotte, al bisogno di sintetizzarle e di convergere vero l’oppressore ultimo?


 
Sicuramente l’oppressore è diventato più “sottile” e ha sviluppato nuovi meccanismi di controllo sociale rispetto al passato; ma è anche vero che è come se fosse rimasto l’unico attore in campo. Nel momento in cui è rimasto solo, ha plasmato ogni aspetto della sua società a sua somiglianza. Nel momento in cui c’è una sola cultura -non più quindi dominante, ma totalizzante – è anche molto difficile che gli oppressi riconoscano la loro condizione, che sviluppino coscienza rispetto al proprio stato. Sicuramente quello che noi pensiamo è che raccontare specifiche vicende del passato possa aiutare le persone ad immedesimarsi e sviluppare una coscienza che spesso manca. Chi legge le nostre storie si potrà magari rendere conto che, nel 2021, la sua vita assomiglia più a quella di fine ‘800 o inizio ‘900 piuttosto che a quella dei suoi genitori negli anni ’80.

Pensiamo ad esempio allo sdoganamento di una serie di sistemi di sfruttamento sul posto di lavoro, o al rischio concretissimo di perdere alcuni diritti politici o civili conquistati nel dopoguerra.

Ci rendiamo conto che questa ideologia dominante che continua a raccontarci che questo è il migliore dei mondi possibili, in realtà ci sta ampiamente mentendo. Sicuramente per rafforzare il processo di autocoscienza, è importante anche fare qualcosa che in passato non è stato fatto a sufficienza, ossia quello di unificare all’interno di una narrazione collettiva quelle che sono tutte le storie di oppressione, che è quello che proviamo a fare anche noi.

Questo nell’ottica di non dividere gli oppressi anche in termini di rivendicazioni: non basta soltanto che ogni soggettività oppressa, ogni gruppo oppresso, lotti per i propri diritti per uscire dalla propria condizione, ma che si faccia carico anche di liberare dall’oppressione tutti gli altri soggetti che ne sono vittime, anche se nell’immediato questa oppressione non sembra riguardarli. In realtà, da una lettura approfondita della storia ma anche da un’analisi della fase contemporanea, noi ci accorgiamo che le forme di oppressione, di classe, di genere, provenienza, sono profondamente intersecate, e che è impossibile liberarsi di una di loro se non si combattono tutte insieme. Lo spettro del conflitto va allargato portando dentro più cause possibili e mettendo in risalto la necessità di operare su un terreno più ampio di rivendicazioni.

Alcune storie del passato ci raccontano anche di vittorie degli oppressi che poi hanno tradito le speranze, di sogni che sembravano realizzarsi e si sono poi trasformati incubi. Il potere, troppe volte, ha piegato le migliori volontà e corrotto gli animi che sembravano più puri. 
Eppure, anche tra gli oppressi, la volontà di raggiungerlo rimane forte. 
Questo modello, nel corso della storia, è stato più volte ribaltato: l’estate catalana durante la guerra spagnola o l’esperienza dei contadini ucraini durante e subito dopo la rivoluzione russa, ad esempio. 

Rispetto alla questione del potere ci sono punti di vista politici differenti.

Anche a livello storico abbiamo chi ha agito in maniera diversa: chi ha puntato a prendere possesso delle leve di potere per usarle a fini rivoluzionari e chi invece ha ritenuto che certe leve non potessero essere usate che andassero immediatamente distrutte, perché rappresentavano un freno al cambiamento sociale. Noi innanzitutto pensiamo che tutta la storia dei gruppi oppressi, quindi anche la storia delle Rivoluzioni, debba essere oggetto di giudizio da parte delle soggettività subalterne e non da parte degli oppressori e quindi ci teniamo a specificare che ogni nostro tipo di ragionamento parte da questo presupposto.

I limiti, gli errori e persino le aberrazioni di certe esperienze, devono essere analizzate anche con severità ma sempre e soltanto dalle soggettività oppresse.

Per questo non abbiamo mai voluto accodarci alla narrazione dominante su temi come questi ma abbiamo fatto una critica, sempre sul piano storico, di determinate vicende. Sicuramente nel corso del ‘900 ci sono state esperienze che hanno avuto anche meno contraddizioni dal punto di vista dello sviluppo e del modello che hanno cercato di mettere in campo. Nella domanda ne sono citate due che sicuramente sono state esperienze meno contradditorie, ma va anche tenuto conto che sono esperienze che si sono sviluppate in un periodo molto breve e che comunque sono state poi duramente represse. Non abbiamo quindi nemmeno visto come si sarebbero sviluppate in un periodo più lungo e a quali risultati effettivi avrebbero portato. Bisogna considerare anche questo: le suddette esperienze sono state cancellate pur godendo di grande appoggio popolare, probabilmente anche perché non hanno avuto la possibilità di organizzarsi dal punto di vista militare in maniera adeguata.

All’interno del ‘900, in un periodo in cui la violenza è stata spesso utilizzata per risolvere i conflitti politici, non sapersi organizzare in difesa del proprio progetto e delle persone che vi partecipavano, è sicuramente stato un grosso limite che andrebbe analizzato per non ripeterlo. Queste esperienze ci insegnano che purtroppo non hanno avuto la forza per difendersi ed imporsi, nonostante avessero risolto molte contraddizioni nei confronti del potere.

Tra le storie che raccontate, ci sono sia esperienze singole che collettive. Su queste ultime vi state focalizzando per il vostro lavoro in corso d’opera: “La battaglia della memoria”. Il ruolo dell’organizzazione (che tra l’altro è il titolo del vostro primo romanzo) è fondamentale per far sì che le singole gocce che dobbiamo essere, diventino tempesta. Mai come oggi, con la crisi della rappresentanza politica-sindacale e le spinte del sistema verso l’individualismo, la battaglia propedeutica sembra quella di riprendere coscienza dell’importanza dell’organizzazione 

Abbiamo lanciato questa “battaglia della memoria”: un percorso che porterà alla realizzazione di brevi documentari audio e video e poi, alla fine, di un lungometraggio – ci auguriamo- attraverso il quale raccontare tutte le grandi esperienze di lotta nel nostro paese, dall’unità in poi. Abbiamo fatto questo per ricollegarci al lavoro già svolto ma anche al percorso di rievocazione di cui parlavamo poc’anzi. Effettivamente prendendo visione di quelle che sono state le grandi lotte e le grandi battaglie delle classi subalterne, ci rendiamo conto che l’organizzazione è un aspetto fondamentale. Non a caso il romanzo ha preso quel titolo e parla di un modello organizzativo che, per essere chiari, non è da noi auspicato o auspicabile visto come si va a sviluppare. Il libro racconta un tipo di modello avanguardista, di un piccolo gruppo di persone che, animate dalle migliori intenzioni e da una ferrea volontà e capacità di sacrificio, pensano che pochi individui possano cambiare la società.

Ma falla fine falliscono. Perché il presente del romanzo non è più la fase storica in cui il gesto individuale o il piccolo gruppo di avanguardia poteva pensare di mettere in campo una forza o una capacità d’azione in grado di spingere la società in una certa direzione.

Nel presente si sono perfezionati terribilmente i sistemi di controllo sociale e di repressione. Inoltre dobbiamo tenere a mente che un processo politico che non abbia una dimensione di massa tra gli oppressi, poi avrà delle contraddizioni molto forti. Un gruppo avanguardistico che si ripropone di cambiare la società finisce poi per instaurare nuovi sistemi di controllo (deve farlo anche necessariamente per far sopravvivere il processo rivoluzionario che è stato poco partecipato, magari). Noi crediamo che l’organizzazione del futuro debba allargarsi all’interno della società. Possono esserci diversi livelli di impegno, di militanza e di consapevolezza politica, ma noi crediamo che chiunque possa dare il suo contributo e che non serva più che qualcuno dia tutto ed altri niente, sia perché questo è ingiusto, sia perché un processo collettivo è necessario per la riuscita di questo cambiamento.

Si deve ragionare affinché le nostre idee e i nostri punti di vista diventino sempre più capaci di interagire con quelli delle persone “comuni” affinché le relazioni si rafforzino, affinché la cultura che noi produciamo diventi piano piano una cultura di massa. Il nostro primo lavoro è andare verso l’esterno e parlare con chi sta fuori, chi non conosce determinate vicende e non ha sviluppato una certa coscienza. Trovare strumenti comunicativi che possano risultare comprensibil, sviluppare esperienze che rendano protagoniste più persone possibili, pratiche nelle quali tutt* riescano a riconoscersi. Queste sono le basi necessarie per sviluppare un cambiamento sociale radicale ma soprattutto irreversibile, che è quello che ci serve.

 

Sempre nell’ottica dell’organizzazione, è strano vedere che durante la pandemia – quindi un evento globale- non si stia sviluppando un movimento internazionale degli oppressi, che stanno pagando come era logico aspettarsi, il prezzo più alto dell’emergenza sanitaria. Vediamo le destre reazionarie alimentare una rete di finanziamento e propaganda che va dalla Russia agli USA, mentre non c’è una mobilitazione transnazionale su temi che accomunano gli oppressi di tutto il mondo dai tempi di Genova 2001

E’ vero che si stiano sviluppando più su scala locale o nazionale determinati movimenti, anziché a livello globale.

La sconfitta dell’esperienza del Social Forum deve farci riflettere. Ricordare come si è sviluppata, le contraddizioni che aveva, il modello organizzativo che si è voluto dare: quella sconfitta ha segnato uno spartiacque importante, perché ha portato per tanti al disimpegno, al reflusso, al ritirarsi alla propria vita privata. Per l’ennesima volta è sembrato impossibile mettere in campo uno strumento che permettesse un cambio di rotta a livello globale. Dobbiamo prendere atto che rispondere a questa domanda sulle necessità di sviluppare un movimento globale è veramente difficile alla luce di quanto successo negli ultimi 20 anni.

Oggi è anche necessario sviluppare sui territori delle proposte e delle pratiche che siano molto legate a determinati spazi geografici, che abbiano la capacità di modularsi sul tessuto sociale con cui vanno a confrontarsi, perché poi le realtà, non solo a livello globale ma anche all’interno di orizzonti più stretti, si confrontano con problematiche ed esigenze diverse. Cercare necessariamente di sviluppare un movimento che varchi i confini prima di prevedere un lavoro di base, secondo noi è difficile. Crediamo anche che la migliore alternativa e il miglior modo di mettere in campo un messaggio che vada a controbattere alla propaganda dell’ideologia dominante, sia quello di far vedere concretamente nei territori come sia possibile realizzare altre forme di socialità, altri modelli economici e di gestione politica del territorio.

Secondo noi va fatto un percorso dal basso verso l’alto: mettere insieme queste esperienze, capire i punti che possano avere in comune e costruire poi un’organizzazione internazionale con degli eventi globali che combattano il capitalismo su scala mondiale, piuttosto che fare il contrario, ossia produrre dall’alto un’alternativa ideologica e cercare di calarla sui contesti territoriale. Sicuramente le destre reazionarie hanno più strumenti di noi nel mettere in azione strumenti propagandistici che funzionano bene un po’ dappertutto, perché alla fine alimentano le stesse paure e si basano sulle stesse parole d’ordine. E’ sempre più facile creare un sistema di propaganda reazionario che si basa sulla conservazione dello status quo e sul perpetrarsi di un’ideologia che è già dominante piuttosto che svilupparne una nuova che abolisca la realtà delle cose presenti e ne costruisca un’altra.

E’ importante fare il lavoro certosino anche a livello comunicativo, cercando di raggiungere tante persone in maniera mirata, piuttosto che contrapporre un messaggio generico su scala globale: sia per i mezzi a disposizione, sia per la diversa natura dei messaggi, in caso diverso ne usciremmo sconfitti.

Per concludere, torniamo da dove siamo partiti, ossia lo spazio virtuale in cui siete nati e che vi ha visto crescere in questi anni. La possibilità di divulgazione delle storie degli oppressi -e del loro riscatto- a mezzo social è messa a serio rischio dai vincoli che Facebook sta arbitrariamente mettendo alla vostra pagina.

Da circa un anno subiamo forti limitazioni di visibilità da parte di Facebook, e nelle ultime settimane queste si sono intensificate. Abbiamo ricevuto nuovi avvisi sulla “qualità della pagina” che confermano il rischio della chiusura e allo stesso tempo alcuni utenti ci hanno segnalato che cercando di mettere “mi piace” a Cannibali e Re ricevono avvisi sulla necessità di supervisionare prima i nostri contenuti. La causa di tale situazione va ricercata probabilmente in una molteplicità di cause: nell’incapacità di valutazione dell’algoritmo, immagini crude ma chiaramente storiche sono state considerate violente, e segnalazione in massa di alcuni contenuti.

Nonostante i nostri interventi, sia tramite canali interni al social sia per mezzo del nostro legale, crediamo che questo processo sia irreversibile e che potrebbe concludersi con la chiusura di Cannibali e Re.

Ad oggi vediamo ridotta del 70% la nostra visibilità che fino all’inizio del 2020 aveva una portata media di 500.000 persone a settimana (con picchi oltre il milione). Insomma, decine di migliaia di persone hanno conosciuto le storie degli oppressi e delle loro ribellioni grazie a questa pagina. Cosa che con altri strumenti, senza fondi pubblici e privati a disposizione (perché così abbiamo sempre operato), sarebbe stato e resta impossibile fare. Chiaramente il nostro lavoro di divulgazione passa e passerà ancora dai libri – e appena possibile dalle presentazioni – i documentari della Battaglia della Memoria e nuovi laboratori nelle scuole. Abbiamo sempre pensato che lo spazio virtuale esattamente come quello fisico andrebbe egualmente distribuito, messo al servizio della collettività e gestito attraverso processi di partecipazione democratica. Fatto per cui, nel nostro piccolo, continuiamo a lavorare attraverso la nostra narrazione. Fino ad allora continueremo ad agire nelle pieghe che ci siamo guadagnati all’interno degli spazi privati.

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