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#MeTooGay: l’allarme di una decostruzione interrotta

Il 22 Gennaio 2021 uno studente vicino al PCF Guillaume T., ha affermato di essere stato violentato da Maxime Cochard e dal un altro membro del Partito Comunista Francese nell’ottobre 2018. Conscio del peso politico dei due politici a Parigi, il giovane ragazzo ha raccontato la propria storia su Twitter:


“Avevo solo 18 anni ed ero particolarmente vulnerabile hanno approfittato della mia giovinezza, della mia ingenuità, ma soprattutto del fatto che a causa di problemi familiari non avevo un posto dove dormire. Si sono serviti delle loro responsabilità all’interno del PCF per avere rapporti sessuali indesiderati con me.”

Questo post, nella sua rilevanza pubblica, ha avuto l’effetto di rompere un silenzio che per troppo tempo ha pesato come una cappa sulla comunità queer e che solo grazie al movimento transfemminista oggi possiamo vedere chiaramente: quello della maschilità abusata. Sull’onda del movimento #MeToo nasce quindi il #MeTooGay attraverso cui centinaia di vittime, perlopiù omosessuali e bisessuali, hanno raccontato la propria storia.


Non è un caso che tali abusi vengano denunciati sempre più spesso in questi ultimi tempi e questo ci dice molto sulla natura dell’abuso come anche del posizionamento di genere.
Il Ciseteropatraricato può esistere infatti solo in una società binaria, che poggia su una rigida divisione dei ruoli sociali e politici che da significato ai genitali come strumenti di potere.
In questa divisione “l’Uomo” assume il ruolo dominante rappresentando la forza, la ragione, il predatore (la res cogitans cartesiana) mentre la “Donna” rappresenterebbe la cura, l’emozionalità, la preda (la res extensa). In questo gioco abbiamo da un lato un soggetto beta per “natura” ovvero la donna e dall’altra un uomo che è pensabile solo come dominatore.
Tale schema interazionale ha diversi effetti pratici.

Come spiegherà Gasparrini in “Perché il femminismo serve anche agli uomini”, l’uomo viene socializzato solo a pensare le proprie interazioni sociali come pratiche di dominio in cui vi è un soggetto attivo ed uno passivo, un binarismo fondamentale in cui tendere al ruolo dominante per “natura”.


La descrizione della maschilità diventa quindi una prescrizione fondamentale che tende ad invisibilizzare, ridicolizzare e silenziare qualsiasi abuso subito perché semplicemente non intelligibile nei rigidi canoni del binarismo o meglio della Zweigeschlechtlichkeit (binarismo di genere in tedesco – da Zwei, due- geschlechtlich, agg. di geschlagen, ciò che viene colpito, battuto, – keit suffisso sostantivante degli aggettivi cfr in italiano -ità) ovvero ciò che viene battuto in due precise forme di esistenza.


Se un soggetto viene “battuto” nell’essere un soggetto Alpha, non avrà gli strumenti politici e psicologici per comprendere che determinati atteggiamenti subiti possano essere abusi e quando questa eventualità diverrà realtà, l’unica via di fuga sarà la rimozione dell’evento in una scissione del Sé che conduce al disagio psichico come sintomo.


L’impossibilità di comprendere si trasforma in un’impossibilità di chiedere aiuto, di ammettere con se stessi e con il mondo le proprie fragilità, le proprie paure fino all’autoannientamento in cui l’unica maniera per sopravvivere è riprodurre il pattern tossico del binarismo: se non puoi essere l’abusato, diventerai l’abusante che si esprime attraverso un controllo fisico o psicologico, poiché in questo schema se subisci un abuso da uomo, è colpa di una mancanza della capacità intrinseca di “dominare”, di una propria debolezza negata fino alle estreme conseguenze e non quindi di problemi relativi al consenso.


Perché se da un lato come movimento queer abbiamo plaudito al #MeToo delle donne, alla marea transfemminista che denunciava gli abusi e ci dava gli strumenti per riconoscerli, d’altra parte non abbiamo mai affrontato davvero la questione del consenso sui nostri corpi, specie e soprattutto la comunità gay, che si è autoassolta dalla propria maschilità, come se tale questione non ci riguardasse da vicino.


Non dobbiamo avere paura di ammettere che il mondo gay può essere profondamente machista e capace di introeittare questi patterns nelle proprie figurazioni sessuali e nelle proprie pratiche. Quando queste come “l’Attività” e la “Passività” smettono di essere consensuali pratiche sessuali e si fanno una riarticolazione del binarismo, abbiamo un problema. Questo viene esemplificato dalla classica e stupida domanda che tutti ci siamo sentiti fare dal conoscente etero di turno almeno una volta nella vita: “E chi fa la donna?” che ha un significato molto più profondo del chi fa cosa sotto le lenzuola.


In questa frase troviamo l’essenza della performatività del genere di cui Butler ci parla: il genere diventa un presupposto di esistenza, un posizionamento nel mondo che si fa non spaziale ma esistenziale, una sorta di In-der-Welt-sein (essere-nel-mondo).

Se per essere intelligibili in un mondo dicotomico è necessario il genere, allora questo verrà ricodificato anche nell’interazione omosessuale attraverso un processo di “femminilizzazione” di una delle parti: in questo spazio si “dà” la maschilità abusata.


I femminismi ci hanno insegnato che l’abuso è prima di tutto una questione di potere e questo viene palesato in maniera plastica nel caso dello stupro come espressione del bullismo omofobo o addirittura pratica militare: la penetrazione diventa strumento per stabilire una gerarchia che sia eterosessuale o coloniale.
L’uomo abusato per rielaborare il trauma politicamente ha bisogno di supere la funzione simbolica del Padre, quindi rompere l’ordine in cui quel trauma non ha posto e comprendere il lato oscuro del suo privilegio, il quale può esistere solo nel silenzio di emozioni interrotte e negate.


Ammettere che esista tale dimensione non significa negare che esista una gerarchia di genere in cui l’assoggettata per antonomasia nella violenza strutturale di genere è la donna quanto addentrarsi nella complessità sociopolitica di questa gerarchia.


Quando un uomo ha cercato di estorcermi del sesso, bloccandomi al muro, come contropartita ovvia di qualcosa che mi offrì, non avevo gli strumenti politici per comprendere cosa fosse successo e sono scivolato in uno stato di indefinita angoscia tramite un meccanismo autodistruttivo in cui quello stesso stato era frutto di una mia colpa.
Solo spostandomi ai “margini” della mia maschilità, dialogando in senso transfemminista con altr* comapagn* sono arrivato alla conclusione che quell’evento rimosso era stata una violenza.
Ma se la decostruzione è un processo indefinito, è anche il presupposto categorico per rielaborare il trauma della violenza subita, per darle un significato che non la rimuoverà ma che quantomeno diventerà qualcosa per comprendere noi stess* e il mondo in cui viviamo.


Questo non vuol dire che un uomo debba passare per un abuso per comprendere la matrice politica del Ciseteropatriarcato, quanto che ammettere che questa possibilità sia esistita, esiste e potrebbe esistere, sia un momento di decostruzione.


Anche perché come ci ha insegnato il movimento femminista: il personale è politico.
Pertanto, non dobbiamo avere paura di urlarlo in Francia come nel mondo: #MeTooGay

Davide Curcuruto (1996) messinese laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra l'Università di Bologna e la Humboldt Universität di Berlino, attivista Queer nel collettivo La Mala Educación e la rete B-Side Pride. I suoi interessi accademici di inseriscono nell'intersezione fra la Sociologia Economica, i Gender e Subaltern Studies nel contesto mediterraneo.

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