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Le insicurezze di un sex worker

Qua è dove racconto le mie paranoie sul corpo, la mascolinità e la salute mentale

Vi ho mai parlato di quella volta che mi sono cagato addosso su un autobus?

Perché se vogliamo parlare di corpo, dobbiamo partire da qui: dalle sue cosiddette imperfezioni, dagli odori che emana che – per fortuna! – non sono mai profumi, dall’imbarazzo che ci provoca e dalle pieghe della sua pelle che ormai è l’unica cosa vera che ci è rimasta. Siamo dentro a un corpo o siamo il nostro corpo?

Io sono un praticone e che a certe domande metafisiche ho sempre preferito glissare, ma continuano comunque a galleggiano nella mia testa: tanti palloncini colorati di IT tra una vittima e l’altra.

Nel precedente articolo ho raccontato a gamba tesa di quanto io sia disinteressato al giudizio altrui mentre giro video pornografici da caricare sul mio profilo Onlyfans. Ed è vero: me ne frego. Ma è solo una parte della storia.

L’immagine del mio corpo si ritrova quotidianamente a confrontarsi con l’immagine di altri sex worker maschi che sono più atletici, muscolosi, dotati, belli di me.

Questo confronto mi fa sentire inadeguato, mai all’altezza di un supposto standard di come dovrebbe essere un sex worker maschio che ha come pubblico maschi che fanno sesso con maschi.

Potremmo catalogare tutto questo come una mia insicurezza, chiuderla qui e andare a mangiare una pizza.

Ma quando definisco gli altri sex worker belli e io un cesso a pedali, mi è chiaro che la bellezza esiste solo se contestualizzata al momento storico e culturale e a determinate strategie di marketing.

Nel 2004 ci piaceva Raoul Bova perché davvero pensavamo fosse bello o perché Mediaset ci rincoglioniva tutti i giorni dicendoci che Raoul Bova era bello?

Per fortuna il mio esibizionismo supera la mia inadeguatezza e i filmati per adulti li carico con piacere, ma mi chiedo – col loro susseguirsi di segoni a due mani, sputi, bestemmioni e simulazioni di violenti coiti dentro indifesi ma vogliosi e consensuali pertugi bagnati – questi video non contribuiscano a mantenere e fomentare quella mascolinità tossica che mi pavoneggio di voler abbattere.

E aggiungo: sono un maschio se, oltre a usare il mio personale scettro di carne, voglio lo scettro di Sailor Moon? Sono maschio se il mio film preferito è il live action delle Bratz?

E domande dopo domande, che mi logorano dentro come la macarena intestinale che mi accompagnò in quel lungo viaggio in autobus – si arriva al’interrogativo finale: Cos’è il maschio?

Josephine Yole Signorelli in un’intervista ha prontamente risposto: “Un’invenzione, come la femmina“.

E così salgo in groppa al mio cesso a pedali, con la consapevolezza che il mio – o forse il nostro, di tutte e tutti noi – starsene al mondo è una continua contrattazione tra gli stereotipi che ci hanno cacciato giù a forza fin dall’infanzia e la libertà di vivere come più ci piace.

Guidando il mio cesso a pedali per queste tristi, nebbiosi, valli di lacrime padane, a volte sprofondo giù, come Artax nella palude della tristezza.

E mentre annego, come posso avere il tempo di gestire un Onlyfans?

Il mio profilo, dunque, se ne sta lì, malcagato come ci malcagavano quando non ci invitano alle feste alle medie: con pochi video caricati, con poca promozione, con poca forza per farlo diventare una fonte di guadagno.

Come si può, da sex worker in potenza, occuparsi di un profilo Onlyfans, se la propria mente galoppa verso buchi neri?

Buchi che non sono di culo, ma piuttosto tane del Bianconiglio. Non conducono però al Paese delle Meraviglie, anche perché – forse – da queste parti l’unica meraviglia che vorremo è quella di non vivere più.

Non concludo con un lieto fine o mirabolanti progetti per il futuro: perché per prendersi cura della propria salute mentale bisogna davvero – metaforicamente o meno, vedete voi – cagarsi addosso su un autobus.

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