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la citta delle donne

CRISTINA DA PIZZANO: MADRE DEL FEMMINISMO ANTE LITTERAM

(poetessa, scrittrice, editrice e filosofa, è italiana una delle prime paladine dell’emancipazione femminile) 

Cristina da Pizzano nasce a Venezia nel 1365 in pieno Medioevo. Suo padre, il bolognese Tommaso da Pizzano, è una delle figure intellettuali più in vista di Venezia, medico, astrologo, consigliere della Serenissima e professore presso la prestigiosa Università di Bologna. 

Grazie alla sua preparazione culturale il Dottor Pizzano è conteso presso tutte le corti europee. Tra queste egli accetta l’offerta del Re di Francia Carlo V, convinto che vivere presso la corte francese gli avrebbe permesso di crescere i figli in un ambiente colto e stimolante. In controtendenza con le usanze dell’epoca – e contro il volere della stessa moglie – vuole favorire l’istruzione della figlia femmina, un privilegio che a quei tempi veniva riservato ai maschi. 

Cristina ama la letteratura e la poesia, e si dedica allo studio con grande passione frequentando assiduamente la Biblioteca del Louvre. Pur essendosi adeguata al trasferimento in Francia, mal sopporta le ferree regole di corte, in particolare quella di francesizzare i nomi italiani. A chi la introduce come Christine de Pizan lei ribadisce “je suis une femme italienne”

Pizzano, oltre che incredibilmente colta, è una ragazza bellissima che attira molti pretendenti. Ancor prima di diventare maggiorenne accetta il matrimonio combinato con il ventenne Etienne Castel del quale si innamorerà e col quale avrà 3 figli. Per la giovane tutto sembra andare a gonfie vele, fin quando, nel giro di pochi anni, vengono a mancare tutti gli uomini della sua vita: muoiono prima l’amato padre, poi il Re e infine anche il giovane marito.

A quel punto la sua vita sembra capovolta. I fratelli non vedono l’ora di rientrare in patria mentre lei resta per accudire la madre ormai anziana, mentre la guerra dei cent’anni è alle porte. Dopo la morte del Re i gelosi di corte cominciano a guardare con invidia e rivalità quella giovane italiana che si ritrova a 25 anni sola, senza entrate economiche, a dover crescere 3 figli piccoli. La società maschio-centrica medievale riservava alle vedove un’unica possibilità: risposarsi. Ipotesi che però l’emancipata Cristina, pur privata di tutti i suoi punti di riferimento, scarta a priori, tanto da prendere una decisione: «Mi ritrovai con un animo forte e ardito di cui mi sorprendevo ma capii di essere diventata un vero uomo. Ora io fui vero uomo».  

La metafora del “diventare uomo” sottintende una metamorfosi: la necessità di andare avanti con le proprie forze prendendosi carico della famiglia e dedicandosi ad un mestiere – quello della scrittura – che veniva considerato un lavoro da uomo. 

La sua idea di spedire a casa dei suoi conoscenti plichi contenenti le sue opere le fa ottenere una discreta visibilità, e per tutti diventa l’italienne, per la testardaggine nel voler sempre sottolineare le sue origini. Padroneggiando perfettamente il linguaggio letterario, dotata di una cultura di ampio raggio, è perfettamente a suo agio nei dibattiti ‘maschili’, ed è in quelle conversazioni che esprime appieno il suo femminismo. La sua è una battaglia verbale che denuncia le ferree regole matrimoniali e il patriarcato, con lei da una parte e i letterati maschi dall’altro. 

La scrittrice affronta anche temi politici, essendo contraria nel modo più assoluto all’impeto guerrafondaio, e indicando in una monarchia circondata da consiglieri illuminati e disinteressati il miglior governo possibile. 

Ma l’intento primario di Cristina è sviluppare una discussione sulla misoginia che toglie dignità alle donne, e lo fa mettendo in dubbio tutte quelle opere maschili che fino a quel momento erano state celebrate e mai contraddette. I suoi accesi dibattiti si concentrano dapprima sulla necessità di un aiuto economico per le vedove, poi sulla diffamazione che colpiva certe donne a causa di una doppia morale e degli stereotipi di genere. 

La filosofa ormai è conosciuta e apprezzata ed è un fiume in piena, scrive un libro dopo l’altro con un tocco di penna controverso e per questo affascinante. L’italienne si dimostra anche stratega di marketing. Anticipa i tempi creando “Scriptorium”, una casa editrice formata da un team di donne che impreziosiscono le opere con disegni e immagini. Lei stessa viene rappresentata con l’inconfondibile abito blu che la rende subito riconoscibile. 

Nonostante i francesi – come spesso accade – abbiano fatto di tutto per appropriarsi della sua identità, è proprio grazie al suo monumentale lavoro che la storia di questa paladina dell’emancipazione femminile è potuta arrivare fino a noi. 

Ma è con “La città delle dame”, pubblicato nel 1405, che Cristina sforna il suo capolavoro: la più importante, dissacrante e definitiva opera che la collocherà in cima alla lista delle nostre più importanti attiviste della storia, ad origine del femminismo moderno.

La sua è una città immaginaria popolata da sole donne, che si bastano da sole: donne guerriere, intellettuali, regine, fondatrici, amazzoni. Un vero e proprio trattato che è una rivalsa al femminile per quella fetta di popolazione che veniva relegata ad ascoltare, e mai ad agire. Cristina usa il linguaggio allegorico per auspicare un ribaltamento del ruolo femminile fino alla completa parità e, cosa ancora più importante se non profetica, rivalutare il ruolo fondamentale che le donne hanno avuto nel passato e la loro attitudine a governare. É quasi imbarazzante riscontrare tanta attualità in un’opera medievale. Un testo davvero rivoluzionario, che è una ferma denuncia alla prevaricazione e che affronta anche il dramma dello stupro, per finire con una critica pesantissima ai grandi intellettuali che hanno limitato l’istruzione alle donne e sottaciuto il loro ruolo nella storia. 

“Come fate voi a dimenticare il gran bene reso al mondo da noi donne? Come dimenticare il contributo della regina Cerere allo sviluppo delle tecniche agricole, o quello di Iside, che inventò un sistema di scrittura simbolico oltre all’arte del giardinaggio? E Minerva? Non fu forse lei a inventare le lettere dell’alfabeto? E Aracne, che scoprì come tingere e tessere la lana, o Panfila,

che ricavava seta dai bachi. E ancora Proba, che riscrisse l’intera opera di Virgilio, e Zenobia, Semiramide, Medea, e Nicostrata, che inventò l’alfabeto latino…come farebbero a esprimersi senza la scrittura i grandi intellettuali che oggi la usano proprio contro le donne? Non potrebbero certo scrivere pagine e pagine di storia ‘al maschile’ che esclude sistematicamente, strumentalmente, consapevolmente e ingiustamente ogni riferimento positivo alla figura femminile, presentando non tanto un punto di vista maschile, ma un punto di vista mancante di onestà e verità!” 

Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista letteraria Storie Leconte di Roma. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, tra cui Il Fatto Quotidiano, il Manifesto, Tpi. Pubblica articoli di ricostruzione storica e realizza reportage di attualità per la rivista cartacea L&S di Torino. É portavoce del Collettivo donne contro le violenze

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