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Daeş. Viaggio nella banalità del male: un dialogo con l’autrice

Il libro (pubblicato da Meltemi a dicembre 2020) fornisce un vero e proprio spaccato di Daeş, ripercorrendone la storia e la genealogia, compiendo un’analisi anatomica della sua struttura parastatale soffermandosi sul ruolo delle donne e dei foreign fighters e ponendo in questione le relazioni di Daeş con le democrazie occidentali e con l’Islam. Nel libro – di disarmante chiarezza e lucidità – viene sottolineata la mancata assunzione di responsabilità da parte degli stati europei e della comunità internazionale e si evidenzia il fatto che Daeş sia un fenomeno tutt’altro che finito, un’attenzione particolare viene inoltre data anche alla situazione in Rojava.

Sara Montinaro, attivista politica e dei diritti umani, attualmente impegnata in una serie di progetti con la Mezzaluna Rossa Kurdistan, ci guida in questo viaggio all’interno del mondo di Daeş attraverso lo studio della sua organizzazione e tramite interviste alle cosiddette “donne di Daeş” e a ex foreign fighters, non solo fornendoci preziose informazioni e riflessioni, ma anche ponendo suggestioni e invitando a una più attenta e approfondita analisi. Fondamentale risulta impegnarsi nella lotta contro Daeş anche attraverso lo studio e la narrazione di quanto accaduto e di quanto oggi si sta verificando; come ripete l’autrice stessa, infatti, se la sconfitta militare dell’Isis (marzo 2019) è stata sicuramente importante, non è di certo sufficiente.

“Non possiamo essere silenti, non dobbiamo essere complici!”

Per iniziare, prima di entrare nel merito del libro da te scritto, vorrei farti un paio di domande relative all’attuale situazione in Rojava: come si presenta il quadro politico e militare?

Alla luce dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19 e tenendo conto dei progetti a proposito creati e portati avanti dall’associazione internazionale per la quale lavori, la Mezzaluna Rossa curda, come si presenta oggi invece il quadro sociosanitario di questa realtà?

La situazione è quella di una continua escalation di violenza. Non accade mai nulla di particolarmente allarmante, ma si tratta di un costante aumento degli attacchi in maniera sempre più intensa.

Questo autunno le battaglie si concentravano su Ain Issa, mentre da dicembre si sono verificati attacchi anche a Tel Tamer.

Il Syrian National Army (SNA) – coalizione di gruppi armati dell’opposizione siriana, a sostegno della Turchia – cerca di avanzare nei territori, ma non è l’unico attore in campo: nella zona dove sono io – Cizire, nel Nord-Est della Siria -, la Russia, che dovrebbe porsi come garante del Trattato di Sochi – in forza del quale la Turchia dovrebbe mantenersi a una distanza di 30 chilometri dal confine con il Rojava -, non sta facendo sostanzialmente nulla e rimane in silenzio; la Turchia, dal canto suo, compie costanti attacchi in questi territori; la Siria, pure, continua ad intervenire. Rimane, infine, aperta la posizione degli U.S.A.

Per quanto riguarda, invece, la zona di Idlib, a Nord-Ovest, anche qui gli attacchi continuano, da parte del governo siriano, di Al-Nusra e da parte dei proxy della Turchia.

Infine, vi sono costanti attacchi anche da parte delle cellule dormienti dell’ISIS: in media, ve se sono circa venti al mese e si tratta per lo più di attacchi mirati a personalità di spicco all’interno della comunità e ai rappresentanti delle tribù locali, a membri delle Syrian Democratic Forces (SDF) – alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache, le cui maggiori sono le YPG (Unità di Protezione Popolare) e YPJ (Unità di Protezione delle Donne) – e dell’Amministrazione Autonoma del Nord Est della Siria (A.A.N.E.S.).

Per quanto concerne il Covid-19, invece, questo si presenta come una delle varie emergenze della zona. Il virus sta dilagando in un contesto in cui vi sono continui attacchi e bombardamenti e il sistema sanitario è profondamente carente. In Siria, il 60% circa delle strutture ospedaliere è al collasso: lo staff sanitario non è sufficiente in termini quantitativi e a volte trovare dei servizi adeguati, persino nella medicina di base, può essere difficoltoso.

Quello che stiamo provando a fare è di implementare le terapie intensive, ma l’embargo rende difficoltosa anche questa operazione. Una buona notizia è che rispetto ai cinque/sei posti letto in terapia intensiva che si calcolavano presenti nel territorio del Nord-Est della Siria ad inizio anno, oggi se ne possono contare circa ottanta grazie al lavoro di diverse ONG e delle autorità locali.

Partiamo dal titolo. Probabilmente tu non ti ricordi, ma sei stata la prima persona con la quale io abbia parlato in maniera un po’ più approfondita di Kurdistan (ricordo ancora il movimento delle tue mani mentre cercavi di spiegarmi la struttura-ombrello e il sistema di rotazione che caratterizza l’organizzazione politica del Rojava mentre bevevamo un caffè in Piazza Verdi a Bologna diversi anni fa). Sempre durante questa conversazione, mi dicesti che avevi iniziato a leggere La banalità del male di Hannah Arendt, saggio il cui titolo riecheggia in quello del tuo libro: perché questo rimando?

Il pensiero per me è stato immediato, il riferimento è stato quasi “scontato”. Credo che Hannah Arendt nel suo libro abbia avuto tantissimi meriti e abbia fornito tante suggestioni. La cosa che mi ha colpito particolarmente è stata la sua capacità di descrivere come delle scelte legate alla vita quotidiana e compiute da persone comuni, persone come noi, possano costituire dei passaggi, più o meno inconsapevoli, che portino poi ad essere parte di una società, di un sistema “totale”. Come, per esempio, Daeş.

In questo senso per me il riferimento nel titolo al saggio di Arendt è stato naturale, come del resto lo è stato anche nella parte del libro in cui parlo della quotidianità a partire dalle interviste ad alcuni foreign fighter o, per esempio, attraverso la descrizione di alcuni documenti. Tra questi ve n’è uno contenente un invito alla popolazione a denunciare atti o azioni che fossero in un qualche modo considerabili sospetti, senza la necessità che alcun crimine fosse effettivamente commesso e sulla base quindi del solo sospetto. Un meccanismo formale, quasi burocratico, che di per sé potrebbe anche non sembrare così deplorevole (per me lo è) ma che, inserito all’interno di un sistema come quello di Daeş, diventava, da un lato, un modo per giustificarsi – essendo esso trattato come un’abitudine, un’azione quotidiana in quel contesto – e, dall’altro, uno strumento per controllare e terrorizzare.

Il richiamo è dunque legato alla presenza di elementi simili tra il regime nazista e lo Stato Islamico, come ad esempio il ricorso a una violenza capillare e sistemica e all’utilizzo del terrore ai fini dell’esercizio di una politica di dominio. Questi sono elementi che accomunano i totalitarismi e le politiche che io definisco dell’odio, delle barbarie, caratterizzate da una violenza che non è per nulla casuale e che viene utilizzata come dispositivo di paura e di controllo.

Dal tuo libro emerge chiaramente questo aspetto dell’organizzazione di Daeş, della violenza quale strumento utilizzato in maniera sistemica ai fini della diffusione di paura e terrore, quale mezzo per l’assoggettamento e il controllo delle popolazioni e dei territori, per la creazione e il mantenimento di un ordine.

Fin da subito sottolinei questo aspetto di Daeş: la sua volontà di ordine, il voler radicarsi e organizzarsi a livello territoriale. Nello specifico tra le terre della Siria e dell’Iraq, in modo da creare un soggetto politico “Altro” rispetto alle entità statuali esistenti: lo Stato Islamico, vera e propria organizzazione parastatale.

Un’altra questione che si nota in maniera lampante è che non ricorri mai all’utilizzo del termine “terrorismo” per definire Daeş, parola che invece risuona quasi sempre nelle narrazioni compiute dai media, e che si presenta però come scivolosa dato l’uso strumentale che se ne può fare, e forse addirittura fuorviante rispetto alla comprensione del fenomeno ISIS.

A cos’è dovuta questa tua scelta?

Nel libro ho fatto spesso riferimento al fatto che sia necessario darsi nuovi strumenti per definire e affrontare Daeş, secondo me anche dal punto di vista giuridico. Si tratta di un fenomeno nuovo e per questo sarebbe importante dotarsi di termini nuovi, anche appunto nell’ambito del diritto.

Parto dal presupposto che non esiste una definizione internazionale e universale di terrorismo; la definizione, infatti, tendenzialmente cambia anche in base alle necessità dello stato. Esistono diverse definizioni di terrorismo e, spesso e volentieri, esso viene utilizzato in maniera strumentale per criminalizzare determinati movimenti di opposizione politica e sociale. Ci sono casi a livello internazionale noti e attuali, come per esempio le recenti manifestazioni del movimento antirazzista negli Stati Uniti, etichettate da Donald Trump come “terroristiche”.

Da un lato si pone quindi il problema della strumentalizzazione, dall’altro – ed è la questione che come giurista ho trovato più attinente – ci si dovrebbe rifare, in termini di riferimento, al diritto internazionale umanitario. Quando penso a Daeş, penso a dei criminali e penso quindi allo Statuto di Roma, alla Convenzione di Ginevra, a questo tipo di framework giuridico. Penso ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità, al tentato genocidio degli yazidi, alle presunte violazioni compiute dall’Isis… e dico presunte non a caso, dato che finora nessuno ha voluto costituire un tribunale internazionale.

Per queste ragioni non ho mai utilizzato il termine “terroristi”, non perché non lo siano – hanno comunque utilizzato il terrore come pratica e strumento di controllo e di assoggettamento del territorio e di avanzamento nello stesso -, ma perché credo sia più giusto definirli, soprattutto dal punto di vista giuridico, “criminali”, facendo dunque riferimento allo Statuto di Roma.

Effettivamente è importante ragionare sui termini utilizzati, aprire spazi di riflessione e discussione in questo senso, e provare a dotarsi di parole diverse e nuove.

Assolutamente, perché poi quello che succede è che, nella vulgata comune, i movimenti antirazzisti degli Stati Uniti e l’ISIS vengono considerati alla stessa maniera, vengono trattati come se fossero la stessa cosa…

così come del resto, pensando all’Italia, è accaduto (e accade tuttora), per esempio, anche al movimento NO Tav, attivo da anni in difesa del territorio e della comunità che lo abita e fortemente criminalizzato da media e tribunali.

Non è un caso – a tal proposito – che Eddi, attivista NO Tav e di Non Una Di Meno, combattente YPJ, sia ora sottoposta al regime della sorveglianza speciale proprio per il suo attivismo politico.

Tornando invece alla costituzione di un tribunale internazionale, quali sono le ragioni per le quali non si è ancora proceduto con l’instaurazione di un processo riguardante i crimini commessi da Daeş?

Le autorità locali – l’A.A.N.E.S. – chiedono di procedere in questo senso oramai da diversi anni e così come, del resto, chiedono anche agli stati europei, in particolare, di riprendersi i foreign fighters.

Gli stati europei, dal canto loro, non vogliono né procedere con un tribunale internazionale, né riprendersi i foreign fighters. Ogni tanto accade che le mediazioni tra le autorità locali e gli stati di provenienza dei foreign fighters vadano a buon fine e che, per esempio, alcune donne di Daeş tornino nei loro paesi d’origine. Vi sono stati, inoltre, diversi casi di foreign fighters rientrati in Germania e Austria; la Francia, invece, ha avviato un percorso di riabilitazione e rientro dedicato ai bambini, ma sul cui esito ci sono ancora pochi dati.

Per quanto riguarda il tribunale internazionale, vi sono numerosi problemi inerenti alla giurisdizione. Il tribunale internazionale si inserisce, infatti, all’interno della cornice giuridica legata allo Statuto di Roma, i cui soggetti di riferimento sono gli stati: il Rojava non è riconosciuto in quanto tale, e già questo è un primo problema di carattere basilare. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non hai mai manifestato l’interesse ad aprire un processo per affrontare la questione e comprendere di chi siano le responsabilità, perché inevitabilmente verrebbero chiamati in causa anche gli stati da cui i foreign fighters provengono, e nessuno vuole né assumersi questa responsabilità né, come accennavo prima, riprendersi i foreign fighters.

Questa è proprio una delle questioni alle quali ti dedichi nel capitolo riguardante il ruolo delle donne all’interno di Daeş, ponendo una serie di suggestioni e sottolineando – come stai facendo anche ora – l’immobilismo da parte degli stati europei e la mancanza di volontà di farsi carico di eventuali responsabilità e possibili soluzioni, tentativi che al momento si stanno avendo solo a livello locale.

È esattamente così.

In Iraq – dove è presente la pena capitale per quanto riguarda i reati attinenti alla matrice jihadista dell’ISIS – i processi sono in corso già da tempo e continuano in maniera celere.

In Siria, invece, le autorità locali hanno deciso di non applicare la legge capitale, bensì di ricorrere alle carceri; questa decisione è dovuta a una serie di motivi, tra cui la volontà di rispettare il diritto penale internazionale, sostenuto dalle SDF.

Un’altra questione a mio parere molto interessante è che è stato avviato un percorso di pacificazione e riconciliazione con il territorio, nello specifico con alcune delle cosiddette “famiglie di Daeş”, mostrando così come il sistema penale pensato sul territorio sia completamente diverso: le SDF hanno aperto – in una prospettiva di lavoro e collaborazione sul territorio – una serie di negoziazioni con le tribù di provenienza di queste persone, già a partire dallo scorso anno. In un primo momento questi capi tribù si sono resi garanti per la liberazione dei prigionieri – parliamo comunque sempre di crimini minori; nel frattempo, nei mesi di ottobre e novembre, si è proceduto con il riconoscimento di una vera e propria amnistia: un gran numero di famiglie sono state rilasciate dal campo profughi di Al-Hol e sono tornate nei loro territori.

Potresti approfondire meglio l’aspetto legato a questi percorsi alternativi al carcere adottati dal popolo curdo?

Parliamo dell’amnistia. Si tratta di uno strumento al quale si ricorre con i soli combattenti siriani, non con quelli di provenienza irachena né con i foreign fighters. Questo perché i militanti siriani sono i locali, e relativamente a questi vi è la possibilità di relazionarsi con le autorità del luogo. L’idea, infatti, è quella di costruire un percorso di riconciliazione – in una prospettiva comunque lunga – con la popolazione siriana, nel tentativo di promuovere trattative e sessioni di discussione nell’ottica di curare tutte le ferite aperte della popolazione, promuovere trattative e sessioni di discussione. Qui la situazione è, infatti, complessa: vi sono tantissime persone i cui parenti e cari sono stati ammazzati da Daeş, le persone non sono così ben disposte nei confronti dei militanti dell’ISIS, non ne parlano quasi mai, ed è ancora molto diffusa la paura di un eventuale ritorno di questa politica del terrore e della violenza.

Ti faccio un esempio: un paio di settimane fa ero in compagnia di un tatuatore, il suo nome è di chiara origine sciita (la corrente religiosa opposta a quella sunnita, a cui l’ISIS si ispira), e durante il periodo di Daeş questa persona è stata fermata mentre cercava di raggiungere la sua famiglia ed è stata trattenuta solo per via del suo nome. Mi ha raccontato questo episodio e del momento in cui ha pensato che sarebbe stato ucciso solamente perché il suo nome è vicino all’Islam sciita. 

Si tratta di ferite tuttora aperte nella popolazione e di percorsi davvero difficili da intraprendere.

Infatti, mi sembra davvero un atto forte e difficile questo: la volontà di curare le ferite ancora aperte tramite la costruzione di spazi di dialogo e accordo proprio nei territori che in prima persona hanno vissuto le violenze di Daeş.

Oltre che difficile, il problema è che molti mujaheddin di Daeş sono ancora profondamente convinti delle proprie posizioni. Davanti a persone che sostengono che Daeş tornerà di sicuro, che sono fermamente persuase di quello che hanno fatto, la situazione diventa davvero tragica.

Io credo che la via intrapresa dalle autorità locali sia quella giusta. Ovviamente esistono delle contraddizioni poiché il processo è davvero complicato: cambiare questo genere di cose richiedere un intervento di anni, in forma continua e precisa, volto a scardinare meccanismi della mentalità delle persone e della popolazione.

È necessario un supporto complessivo, ed è questo a cui faccio riferimento quando parlo della situazione italiana ed europea: non possiamo fare finta di nulla, non possiamo girare la testa dall’altra parte, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, e questo significa cercare di capire ed approfondire, essere presenti ed aiutare, a partire dai foreign fighters, che costituiscono comunque un fenomeno globale. Di conseguenza, anche l’impegno nell’affrontare questo tema deve essere altrettanto globale.

La sconfitta militare, come scrivo anche all’inizio del libro, è sicuramente importante ma non è sufficiente.

Come stai dicendo ora, e come scrivi anche nell’ultimo capitolo del libro, manca il supporto da parte della comunità internazionale, anche semplicemente nel riprendersi i foreign fighters e le donne di Daeş. Affrontare la questione porterebbe – inevitabilmente – mettere in discussione la propria politica interna dal punto di vista del razzismo e delle politiche sociali, la politica migratoria dell’Unione Europea, le proprie relazioni politiche ed economiche con altri stati. Si tratterebbe di un’assunzione di responsabilità di cui gli stati non vogliono farsi carico, preferendo continuare a stringere accordi politici ed economici con regimi dittatoriali, trattando da terroristi coloro che lottano quotidianamente per una società più giusta, criminalizzando chi sopravvive e glorificando chi invece muore.

Le domande sarebbero ancora tantissime, ma forse, per questa prima conversazione possiamo avviarci verso la conclusione.

Il tuo libro è davvero importante, ciò è molto chiaro anche per chi si approccia per la prima volta a questo tema.

Oltre ad approfondire una serie di questioni e fornire moltissime informazioni, nel saggio poni anche numerose suggestioni e domande che rimangono aperte e che speriamo trovino prima o poi risposta (magari in un secondo libro).

“[…] Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza.

Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza e di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia […]”.

Lorenzo Orso Orsetti – compagno Orso Tekoser

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