TOP
ragazzi e palloncini

Amore, intuizione, politica «Il primo progressista è l’amore».

«L’amore è il solo modo di ottenere sull’esistenza altrui un’intuizione immediata». (V. Jankélévitch, Traité des Vertus, II, 2, 213-214).

Ma perché mai – è legittimo domandarci – l’amore dovrebbe avere qualcosa a che vedere con l’intuizione? L’amore è intuizione? L’intuizione può forse essere amorosa? E che cosa intendiamo quando parliamo di «intuizione»?

Secondo il filosofo francese Vladimir Jankélévitch, l’intuizione altro non sarebbe che intravisione. Intuire è intravvedere. Ma intravvedere cosa? Intravvedere chi? Forse niente. Forse tutto. Forse tutto e niente allo stesso tempo. Intuire qualcosa, anche se forse non sappiamo bene cosa. Interrogato, Jankélévitch ci risponderebbe, in effetti, che si tratta di intuire «un non-so-che», «gli amanti amano un non-so-che» dell’altro/a (Ibid., p. 279).

E subito la tradizione platonica, Simposio e Fedro in testa, si affretterebbe a dar manforte a questa tesi. Gli amanti si amano, ma non sanno cosa sia ad innescare questa implosione centrifuga, questa miccia che è un tutt’uno con la propria polvere da sparo, questo amore che, come l’Eros di Diotima, non ha altra stabilità che il suo esser nomade, che non vuole altra dimora che la frontiera. Frontiera tra me e l’altro. Frontiera: unico luogo, sacro e santo al tempo stesso, perennemente aperto, mai chiuso, dove io tocco l’altro così diverso da me e dove l’altro mi tange. E così, in un mare di differenze, mi scopro impuro tra impuri, diverso tra diversi, altro tra altri.

E così l’impurità dell’altro tocca me, impuro, e miracolosamente mi sana. Perché fin quando saprò di essere «altro» o «altra» per qualcuno: allora, forse sarò salvo, salva. Finché potrò perdermi in un mare d’alterità e differenze, allora sarò salvo, salva. Perduto, ossia salvato. Ennesimo paradosso dell’umano, ennesimo paradosso dell’amore. Intuire è dunque cogliere la totalità avvolgente e sfuggente di un mistero che mai potrò possedere, mai rinchiudere nei limiti della mia ragione, che mai potrò definire nel recinto angusto di qualche parola – fosse anche d’un vocabolario intero –, che mai potrò capitalizzare.

Intuire è in fondo tornare all’origine del mondo, del mondo che «l’altro», «l’altra» costituiscono ai miei occhi e coglierne l’irripetibile ed inestimabile unicità.

Così come l’amore fa balbettare gli innamorati fino a silenziarli, così l’intuizione dell’altro-da-me mi ammutolisce. Non c’è più spazio per le parole, non c’è più spazio per il dire, ma solo per il fare. E chi mai potrebbe definire l’amore? Chi mai potrebbe dire di cosa sia fatto? Chi s’ama non si dice perché si ama, non si confessa di che cosa si ama, perché in fondo non lo sa. Docta ignorantia. Chi s’ama, tace.


E fa l’amore. Quest’intuizione, dunque, non è mai visione definitiva. Non è mai ultima parola. Ma sempre penultima parola. Mai vedrò l’altro una volta per tutte in ciò che davvero lui o lei è. Sempre, invece, lo intravvederò e questo mio intravvederlo si rinnoverà di giorno in giorno. Tensione costante verso l’altro e le sue differenze, tensione che mozza letteralmente il fiato. Il mondo che «l’altro» o «l’altra» è ai miei occhi, nascerà ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni istante, come fosse il primo istante di una creazione. Creazione continua davanti alla quale il soggetto umano – che è anzitutto soggetto morale – non potrà che ricominciare ogni istante ad amare, se lo vorrà.

È forse questa l’istanza morale più urgente ed ineludibile che sta al fondo della coscienza: amare e ricominciare ad amare, incessantemente, instancabilmente. Responsabilità nella quale il soggetto è chiamato ad una severa e costante vigilanza sulle proprie azioni ed intenzioni morali: ne va dell’altro, dell’altra. Ne va di mondi irripetibili. (Forse che qui, oltre la metafora, amore e salvaguardia del pianeta si intreccino?).

Ma in amore si osa, occorre osare, si deve osare. Forse è questo l’unico imperativo che, intorno all’amore, concili forma e contenuto. Osare amando, amare osando. Noi oseremo, dunque. E oseremo ponendo queste stesse domande – intravvedere cosa? intravvedere chi? l’intuizione può forse essere amorosa? –, ponendole appunto alla politica. La politica è intuizione? La politica è intravvedimento? È mai possibile che politica e amore si intreccino? E che si intreccino intorno all’intuizione?

Ma con quale diritto – potrebbe immediatamente tuonare qualcuno – rivolgiamo alla politica domande destinate in principio all’amore? Con quale diritto dunque? Fuori da qualsiasi diritto, risponderemo. Ma secondo quale logica, allora? Secondo una logica che va oltre ogni logica. La logica dell’impossibile, una logica dell’altro come impossibile perché impossedibile. Una logica che solo l’amore rende possibile. Una logica che non dice, ma piuttosto scrive. Una logica che come Eros non ha altra dimora che la frontiera. Una logica che addirittura le apre e le dilata le frontiere: verso un oltre che è al di là delle differenze ed al tempo stesso le preserva nella loro pluralità.

Rivolgeremo queste domande alla politica, dunque.

Politica verso la quale, negli ultimi tempi, sia dal suo interno che dal suo esterno, sentiamo spesso muovere una certa critica: ossia che essa, ad oggi, abbia perso la capacità di avere una visione, un’intuizione. Intorno a questa osservazione è un fuoco incrociato di crisi – ed è in fondo la multicrisi che ha segnato l’inizio di questi anni Venti del ventunesimo secolo – : crisi pandemica, crisi economica, crisi ambientale, crisi delle democrazie, crisi delle ideologie, crisi del bipolarismo e via discorrendo. Non entreremo nel merito di analisi che spettano alla competenza della politologia e della sociologia, ma ci limiteremo a porre una problematizzazione in seno a questa crisi della visione politica in quanto crisi dell’intuizione politica. Una problematizzazione che spetta anzitutto alla filosofia porre e che solo essa, in quanto primariamente filosofia morale, ha il dovere e l’urgenza di innescare.

Quand’è infatti che un’intuizione, una visione, vanno in crisi? O meglio, quand’è che la facoltà di intravvedere all’orizzonte, di intravvedere l’orizzonte, di intuire l’evento dell’avvenire che ci viene incontro con le sue istanze, le sue sfide, le sue opportunità e le sue urgenze, quand’è che questa facoltà va in crisi, o cessa addirittura? Ebbene, ciò accade quando l’intuizione cessa d’essere intuizione amorosa, risponderemo. Quando l’amore finisce. Ma può mai l’amore finire? Può mai l’amore – il privo di morte (a-mors) secondo alcuni, il «forte come la morte» secondo altri – può mai finire? Può finire certamente, nella misura in cui prende le mosse dalla libertà degli individui. Può finire, certamente. Nella misura in cui nell’istante successivo può anche ricominciare.

In questo senso esso è forte come la morte: basta una piega infinitesimale della libertà, dell’intenzione ed ecco l’amore morire. In questo stesso senso esso è però anche privo di morte: è sufficiente, infatti, un nuovo movimento della libertà, dell’intenzione, anche il più impercettibile ed esso subito scavalca la morte e rinasce. Amore che è invenzione dell’umano. Inventio, invenire: inventare e trovare al tempo stesso. Lo trovo, dal momento che esso mi precede: l’amore è già al mondo prima che io stesso venga al mondo. Lo invento, lo creo per una continua prima volta, dal momento che senza la mia libertà, l’amore non è né mai potrà continuare ad essere.

È dunque quando termina l’amore che l’intuizione cade lentamente in una crisi inesorabile ma non irreversibile, cessando d’essere amorosa. E cos’altro è un’intuizione amorosa se non intravvedere l’orizzonte, intravvedere all’orizzonte l’avvenire che avanza verso di me, scorgere tra giochi di luci ed ombre l’evento per eccellenza che è l’evento dell’alterità. Intuizione amorosa, tensione incessante verso l’avanti a me.

Con tutto ciò che amare comporta: lacerazione, sofferenza, gioia, lotta, perseveranza, realtà ed idealità. Inquesto senso potremmo osare – ancora una volta – affermando che l’amore in fondo è politicamente schierato. Se Aldo Moro aveva ragione quando nel 1963 affermava che è doveroso per la politica fornire «la garanzia che la società che ci è stata affidata non ristagni ma progredisca in uno spirito autentico di giustizia, cioè noi non siamo dei conservatori», allora è altrettanto vero che l’amore è un progressista. Intuire amorosamente il futuro. È questa crediamo la vocazione morale che abita e sempre abiterà la coscienza della politica.

Vocazione alla quale certamente si può dire di sì come dir di no. Intuire amorosamente il futuro, andargli incontro istante presente dopo istante presente. Inventare amorosamente il futuro, creando un presente come fosse sempre la prima volta, senza far finta che un passato non vi sia stato. Machiavelli, forse, ci accuserebbe di naïveté: ma ignorerebbe che il peggior nemico – anche in politica – è il nemico innamorato. Omero lo aveva ben compreso. Un nemico innamorato anch’esso di ciò di cui, di chi è innamorato il suo avversario. Innamorato del futuro.

Cosa deve fare dunque la politica? Non risponderemo secondo l’ordine del «cosa», stilando improbabili ricette che non spettano a noi e all’ambito di studi a cui apparteniamo. Risponderemo piuttosto secondo l’ordine del «deve», del «dovere», dell’istanza morale, dell’urgenza, della vocazione politica. Occorre tornare ad interrogarsi sull’amore. E chissà, che anche dalla piega più impercettibile d’una mente e di un animo coinvolti in questa problematizzazione, non scaturisca un nuovo inizio. Oltre la fine. Chissà che l’amore non ricominci. Chissà che l’umano non ricominci a inventare l’amore. Chissà che «i molti» (οἵ πολλοί, da cui polis, πόλις, lo Stato) non ricomincino a inventare l’amore. Chissà che la politica (πολιτική, politiké, che attiene alla polis, alla città, al «luogo dei molti») non riscopra, più presto di quanto si possa immaginare – vogliamo sperarlo –, la sua vocazione di guida in un tragitto, disseminato di pluralità e differenze, che è chiamato ad essere progresso. Dove il primo progressista è l’amore.

Per un’intuizione politica dell’avvenire, dunque. Per un avvenire del politico, politiche dell’amore.

E forse è vero, sempre per citare Moro, che «la politica è un omaggio reso quotidianamente alla verità e alla bellezza della vita». E non c’è bellezza senza differenze, non c’è bellezza se non «altrimenti». Ma adesso non domandatemi cos’è la verità perché su questo neanche Cristo rispose a Pilato.

Post a Comment