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Le felici e violente vite delle donne

Questo testo non esisterebbe senza i miei branchi femministi, a cominciare da Ambrosia, e senza le donne che mi hanno fatto conoscere Itziar: grazie Maya, Slavina e Valentine/Fluida Wolf. E grazie a tutte voi – conosciute o meno – che quando mi avete vista barcollare mi avete raccolta.

All’orale della mia maturità, che si svolgeva nella palestra della mia scuola, mi sono presentata avanzando verso la fila di cattedre che ospitava la commissione e fermandomi a pochi passi dalla sedia posizionata esattamente in mezzo ho chiesto di poter far vedere qualcosa al mio professore di latino e greco, grazie al quale avevo scoperto i film di Jacques Demy e la musica di Bola de Nieve. E così ho iniziato a girare su me stessa per mostrare che la gonna del mio vestito rosa faceva una ruota perfetta. La professoressa di matematica commentò: “da te mi aspettavo qualcosa di più intellettuale”.

Leggendo le opere di Itziar Ziga 1)Lei si definisce così: “sono una zoccola basca femminista radicale sboccata propagandista. Prima che lo sputi fuori qualcuno, l’ho già detto io”. Itziar Ziga, Diventare cagna, Golena Edizioni, 2016, p. 16. non posso che ripensare a quella ragazza, che poco dopo iniziava ad attraversare il dipartimento di filosofia in minigonna e scarpe di vernice rosse, tacchettando tra gli scaffali della biblioteca in cerca degli scritti jenesi di Hegel. Vestiti colorati stretti in vita, senza trucco tranne un rossetto a metà tra un grido di guerra e uno scudo protettivo, coi peli sui polpacci e i talloni screpolati, gli anelli enormi e gli orecchini scintillanti, provavo a scoprire una femminilità in cui stare bene, dopo essere passata attraverso varie fasi, tra cui quella che Itziar Ziga descriva come “da apprendiste camioniste”, in cui “allo scopo di evitare che il malvagio patriarcato lasciasse” sul mio corpo “i suoi vergognosi segni” 2)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 32 rubavo a mio padre i suoi maglioni e i suoi pantaloncini, in una contraddizione che mi sarebbe balzata agli occhi solo molto tempo dopo.

La rivendicazione di una femminilità esibita era già presente in Diventare cagna, in cui Ziga si appropriava di quell’insulto – cagna – per trasformarlo nella parola in codice per dare spazio alla “femminilità estrema, radicale, sovversiva, spettacolare, insorgente, esplosiva, parodica, zozza, mai impeccabile, femminista, politica, precaria, combattiva, scomoda, arrabbiata, spettinata, con il mascara colato, bastarda, sfatta, persa, prestata, impulsiva, smarrita, eccessiva, esaltata, impertinente, canaglia, viziosa, borgatara, bugiarda…” 3)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 27. Una femminilità sfacciata, che si nutre della “femminilità parodica esibita da checche, travestiti e transessuali” 4)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 55, grazie alle quali si possono imparare altre maniere di smontare il genere femminile e di sovvertire l’oppressione che lo accompagna. Si tratta di una femminilità che rivendica la propria forza appropriandosi dei simboli che hanno sempre significato la sua debolezza, per mettere in luce come l’oppressione sia un fatto strutturale e vada eradicata dalle fondamenta, e di come questo si possa fare anche indossando un mascara glitter.

Ma ancora più oltre, rivendicare questa femminilità eccessiva vuol dire davvero non farsi trovare là dove ci si aspetterebbe, poiché se è vero che “i segni della femminilità indicano ai maschi quali sono le sue possibili vittime, siano esse donne, froci, uomini deboli”, allora esibirli parodicamente significa questo: “pensavate che fossi una coniglietta sempre bendisposta, la classica caricatura da porno, invece sono io a decidere. Il potenziale destabilizzante delle cagne sta in quest’inganno al mondo eteronormativo” 5)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 82. La femminilità, così, diventa una sovversione che si riappropria di quello che è stato fatto di lei per utilizzarlo contro il patriarcato che l’ha usata come strumento di oppressione. E un gesto che sfida anche lo stesso femminismo, che, per molte buone ragioni, ha “l’allergia alla parola femminilità”6)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 19, ma che rischia, in questo modo, di riprodurre giudizi patriarcali che legano femminilità e debolezza. Itziar Ziga, al contrario, ci dice: possiamo disgiungerle! Senza che questa sia la parola definitiva, né che la femminilità si trasformi in un’ingiunzione, ma solo in una delle molteplici possibilità di essere donna.

Il sottotesto delle rivendicazioni della propria femminilità di Ziga potrebbe essere che l’oppressione delle donne non deriva tanto da stereotipi, quando da condizioni materiali che danno forma ad un ruolo (e che caricano di valore simbolico i segni della femminilità). Alcune di queste condizioni sono la mancanza di indipendenza e la violenza, strumenti attraverso cui il patriarcato si appropria del lavoro delle donne. Come è successo alla madre, amatxo in basco, di Iziar, Maribel Ziga, di cui lei porta il cognome. Maribel è la protagonista, attraverso lo sguardo della figlia, dell’ultimo testo della scrittrice basca tradotto in italiano: La felice e violenta vita di Maribel Ziga, edito nella collana Malatempora di D Editore, curata da Maya Checchi, che continua a portare avanti il lavoro di diffusione e di traduzione militante di testi radicali iniziato con la casa editrice Malatempora, appunto. Un testo travolgente e affascinante, che nasce con l’intento di raccontare una duplice storia di oppressione, lotta e riscatto (quella di Maribel e quella di Itziar, che ha scelto di portare il cognome della madre) a partire dal “desiderio rivoluzionario di chiarire che non eravamo solo donne che hanno subito violenza, e che molto spesso eravamo tremendamente felici” 7)Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, D Editore, 2021, p. 26.

Ripercorrere la vita di Maribel attraverso lo sguardo della figlia significa seguire le tracce di una donna “che veniva a prendermi a scuola a testa alta sui suoi tacchi nove centimetri da battaglia”, come recita la dedica di Diventare Cagna. Una donna cresciuta nella Spagna franchista, brava a scuola ma destinata a lasciare gli studi in quanto donna, lavoratrice in nero alle dipendenze del marito, in una situazione di dipendenza che è già violenza e che intacca anche il suo futuro, impedendole di accumulare i contributi necessari per la pensione. L’impossibilità di versare i contributi, vuoi perché le donne lavorano in casa, vuoi perché obbligate a lavorare in nero perché il loro lavoro è svalutato, condanna molte vedove a vivere della misera pensione di reversibilità. Questa condizione che spinge Ziga a fare il forte paragone con il suicidio rituale collegato alla vedovanza: le vedove, infatti, si trovano ad essere lasciate morire nelle nostre società che non ne riconoscono il contributo all’economia. Attraverso questo sguardo vediamo quanto la violenza sia strutturale, sia la trama che nutre un’oppressione estremamente materiale.

Accanto alla dipendenza economica, però, vi è una forma di dipendenza emotiva, poiché “il patriarcato è l’unico sistema di oppressione nel quale oppressori e oppresse mantengono un vincolo affettivo” 8)Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 111, vincolo che viene usato per riprodurre l’oppressione. Questo voler bene al proprio carnefice diventa, spesso, anche motivo di giudizio contro le donne che subiscono violenza, come Ziga mette bene in luce raccontando gli incontri della sua amatxo e di altre donne con i servizi e gli sportelli contro la violenza: inesperienza o schemi semplicistici di lettura rendono anche quei luoghi, troppo spesso, escludenti, poichè incapaci di reggere la difficile posizione di dover aspettare i tempi e le decisioni di chi la violenza la subisce, senza sostituirsi a loro. Una posizione che la stessa Ziga riconosce di non aver saputo sopportare, come quando sua madre, dopo essere andata via di casa con le figlie, continua a frequentare il padre in una rinnovata luna di miele.

Ziga commenta: “per molto tempo, ricordando quello stallo che avrebbe finito per prolungare la presenza dannosa di mio padre nelle nostre vite per altri quattro anni, pensai che l’avesse persuasa: persino io ho vittimizzato mia madre qualche volta. Ora so che fu lei a decidere, siamo sempre noi a decidere, anche sotto pressione” 9) Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 68. Non solo Ziga mette che il bene voluto a sua madre passava anche dal riconoscerle la propria libertà, ma è anche in grado di raccontare del bene voluto a suo padre, delle contraddizioni della sua figura: violento, maschilista, eppure non omofobo e capace di consigliare alla figlia di non rinunciare mai ai propri orgasmi, dandole un’immagine impoterante della sessualità che l’accompagnerà anche in seguito. Questo bene non cancella la violenza e non la scusa, né la rende eccezionale: alla retorica che sostiene che un vero uomo non lo faccia, infatti, Ziga risponde sempre che lo fanno proprio in quanto uomini. Ma raccontare anche questo bene permette di vedere più chiaramente i fili che tengono le donne intrappolate e che rendono difficile lasciare senza andare in frantumi e le mille sfaccettature delle vite violente (e felici). Oltre che aiutarci a non credere che sia sempre semplice distinguere la violenza dall’amore.

L’esposizione alla violenza, inoltre, tesse un intreccio di saperi condivisi e tramandati tra donne che danno vita a forme di resistenza, che Ziga racconta attraverso una frase che le ripeteva sua nonna: quando vedi piangere un uomo non fidarti, perché con le lacrime ti dice: che mazzate ti darò. Un consiglio che da un lato segnala la normalità della violenza e dall’altro mette in luce il fatto che “nessuna di noi accetta davvero di essere sottomessa. Semmai lo sopportiamo. Nel frattempo, sviluppiamo progressivamente strategie di mutuo aiuto e di autodifesa, come quella frase trasmessa di donna in donna da chissà quando, che ci ripeteva mia nonna” 10) Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 35. Forme di autodifesa, queste, che diventano esplicite prima dell’amicizia, che sia per Maribel che per Itziar diventa uno dei veicoli per riprendere il potere su di sé. L’amicizia, infatti, è sia un’oasi, uno spazio dove trovare rifugio e nominare la violenza, sia lo strumento della rottura dell’incanto patriarcale, che permette di uscire dalla ricerca dello sguardo maschile e trovare senso di sé nel rapporto con altre donne* o con altre persone che quella stessa violenza subiscono.

Ma la possibilità di uscire dalla violenza diventa concreta davvero solo nel femminismo, poiché “diventare femminista, ovvero scoprire che non sei sola, che tutta quella rabbia accumulata non solo ha un nome ma anche un movimento rivoluzionario con una genealogia grandiosa e, soprattutto, un piano, offre una scarica di adrenalina impareggiabile” 11) Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 112., in sintesi significa “scacciare la fatalità, annullare la devastazione” 12)Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 121.

Il femminismo, infatti, permette di ricostruirsi e di trovare forza collettiva, è il branco, per usare la formulazione contenuta in Diventare cagna, che “mi ha aiutata a comprendere quello che avevo vissuto, a distinguere gli intricati tentacoli di questa violenza, compresi quelli interiorizzati. E a costruirmi altre possibilità” 13)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 41. Per questo Ziga ci tiene sempre a legare femminismo e transfemminismo, sostenendo che “la nostra storia non è né univoca né lineare né formale né riassumibile. Se affermiamo che in un dato momento il femminismo, come se fosse un’entità, si è istituzionalizzato e ha deciso di dare priorità agli interessi delle donne borghesi, bianche ed eterosessuali, negheremmo tutte le femministe autonome, operaie, radicali, puttane, zingare e lesbiche che operavano in quel momento.

Per questa ragione, preferisco formulare il transfemminismo come un ulteriore aggiornamento, qui e ora, della radicalità del femminismo. Un aggiornamento effervescente, esuberante, promettente, eccitante, che sta accadendo e che, quindi, possiamo vedere e vivere. E che negli ultimi anni ha attirato una moltitudine di creature di ogni tipo, barbare, intelligenti, entusiaste, che si identificano come femministe, prendendo a calci nelle palle lo stigma” Itziar Ziga, ¿El corto verano del transfeminismo?, in Transfeminismos. Epistemes, fricciones y flujos. Txalaparta, 2013, p. 83..

In questo quadro torna la rivendicazione della femminilità come una delle potenze possibili dell’essere donna e allo stesso tempo come una vendetta che passa attraverso la felicità, una felicità capace di superare sia l’amore che la violenza. Una felicità strappata, che è la reazione alla possibilità, resa concreta dal femminismo, di liberarsi dell’oppressione, del senso di colpa di essere sopravvissute e della soppressione del desiderio. Una felicità imprevista che riecheggia nelle parole di Arnaldo Otegi dal carcere messe in exergo a Diventare cagna, che recitano: “Senza dubbio abbiamo motivi per ridere, perché lotteremo e vinceremo e, soprattutto, perché tristi lo sono già loro” e nella voce calma di Paula, una delle protagoniste, che “conclude: «Anche se siamo molto vendicative e critiche verso il sistema, esistono cose che ci rendono felici, cose che già esistono e cose che stiamo realizzando. E ce le prendiamo»” 14)Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 61..

Note

Note
1 Lei si definisce così: “sono una zoccola basca femminista radicale sboccata propagandista. Prima che lo sputi fuori qualcuno, l’ho già detto io”. Itziar Ziga, Diventare cagna, Golena Edizioni, 2016, p. 16.
2 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 32
3 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 27
4 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 55
5 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 82
6 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 19
7 Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, D Editore, 2021, p. 26
8 Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 111
9 Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 68
10 Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 35
11 Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 112.
12 Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, p. 121
13 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 41. Per questo Ziga ci tiene sempre a legare femminismo e transfemminismo, sostenendo che “la nostra storia non è né univoca né lineare né formale né riassumibile. Se affermiamo che in un dato momento il femminismo, come se fosse un’entità, si è istituzionalizzato e ha deciso di dare priorità agli interessi delle donne borghesi, bianche ed eterosessuali, negheremmo tutte le femministe autonome, operaie, radicali, puttane, zingare e lesbiche che operavano in quel momento.

Per questa ragione, preferisco formulare il transfemminismo come un ulteriore aggiornamento, qui e ora, della radicalità del femminismo. Un aggiornamento effervescente, esuberante, promettente, eccitante, che sta accadendo e che, quindi, possiamo vedere e vivere. E che negli ultimi anni ha attirato una moltitudine di creature di ogni tipo, barbare, intelligenti, entusiaste, che si identificano come femministe, prendendo a calci nelle palle lo stigma” Itziar Ziga, ¿El corto verano del transfeminismo?, in Transfeminismos. Epistemes, fricciones y flujos. Txalaparta, 2013, p. 83.

14 Itziar Ziga, Diventare cagna, p. 61.

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