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TUNISIA: Quale futuro per i gelsomini della primavera araba?

Tutto è iniziato nel 2008 nel bacino minerario di Gafsa, i cittadini di questo piccolo governatorato – che si trova nel centro ovest della Tunisia – erano stanchi di essere usurpati della ricchezza del loro fosfato. E’ proprio qui che 13 anni fa è germogliata la rivoluzione dei gelsomini che avrebbe fatto cadere la dittatura di Zine El Abidine Ben Alì ben 2 anni dopo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la pubblicazione dei risultati truccati di un concorso di reclutamento presso la compagnia di Fosfati di Gafsa, la CFG (compagnie des phosphates et des chemins de fer de Gafsa), che rappresentava l’unica importante industria estrattiva nel sud della Tunisia e la principale fonte di impiego. I cittadini di Gafsa stanchi del recidivo abuso dell’amministrazione pubblica, sono scesi in piazza e da lì non sono più tornati indietro, nonostante le violente repressioni attuate dalle forze di sicurezza tunisine.

“Dignità, lavoro, libertà” è questo lo slogan urlato nelle piazze di Redeyef, Metlaoui, fino ad arrivare nel capoluogo Gafsa e dilagato successivamente in tutte le città tunisine. Tra sit-in e manifestazioni i cittadini di Gafsa, appoggiati dai comitati di sostegno che stavano nascendo nel resto del paese, hanno proseguito la loro protesta. Una rivolta che è stata sottovalutata da Ben Alì, dittatore che presto si sarebbe pentito di non aver ascoltato le urla dei suoi cittadini, la loro sofferenza e il loro disagio socioeconomico. Infatti, esattamente 2 anni dopo, mentre le manifestazioni continuavano a Gafsa, non troppo lontano dal piccolo governatorato la morte di Mohamed Bouazizi ha scosso, ancora una volta, il centro della Tunisia. Mohamed era il classico ragazzo medio tunisino: un giovane (26 anni) costretto ad accantonare la propria istruzione per lavorare e aiutare la propria famiglia.

Già da ragazzino ha abbandonato la scuola e ha iniziato a lavorare a tempo pieno come fruttivendolo per manteneva la madre, lo zio, i fratellastri più piccoli e per pagare gli studi universitari di una sorella. Nonostante l’esasperazione che affrontava ogni giorno a causa degli abusi dei poliziotti che chiedevano continue tangenti a tutti i venditori ambulanti, Mohammed non si è mai arreso fino al 17 dicembre 2010, giorno in cui Mohammed si è rifiutato di obbedire ai poliziotti, rifiutandosi di dare tangenti per continuare a svolgere tranquillamente il suo lavoro. A causa del suo rifiuto Bouazizi è stato maltrattato e schiaffeggiato da una poliziotta che ha osato anche confiscargli l’unica fonte di sussistenza. Stanco di subire ingiustizie e di vedere i suoi diritti perennemente calpestati ha deciso proprio quel giorno di porre fine alla sua vita in maniera atroce, cospargendosi di gasolio e dandosi fuoco in piazza davanti a tutti, in segno di protesta. Ecco che la storia ci mette di fronte, purtroppo, a un contemporaneo Jan Palach. Togliendosi la vita Mohammed sperava che la sua morte potesse dare la libertà che tanto desiderava, a chi come lui era costretto a combattere ogni giorno per vedersi riconosciuto un pezzo di pane.



E’ stato questo il gesto estremo che ha fatto immediatamente infiammare le piazze tunisine, trasformandosi in un moto contro il regime autoritario di Ben Alì che regnava indiscusso dal 1987. E’ sbocciata la rivoluzione dei gelsomini. Da Gafsa, a Sidi Bouzid, Kasserine, fino a invadere tutto “El Sahel” arrivando alla capitale Tunisi. In pochissimo tempo si è accesa una sanguinosa battaglia tra il popolo furente e la polizia nazionale. Una Rivolta in cui i social hanno avuto un ruolo cruciale: giovani blogger hanno fatto la loro prima apparizione, forzando le barriere poste dalla censura del “Rais”.

Il 14 gennaio è la data che ha segnato la storia tunisina, esattamente alle 9:00 sessantamila tunisini si sono riuniti nell’avenue Habib Bourguiba (la principale strada al centro di Tunisi) gridando slogan contro il dittatore : “Ben Ali vattene”, “Ben Ali assassino”, “Game Over”.

E’ stato così decretato lo stato di emergenza da parte del primo ministro Mohammed Ghannouchi, e incaricato come “presidente supplente” – secondo il Destur (costituzione) tunisino Fouad Mebazaâ, precedentemente presidente della camera dei deputati.

Intanto, temendo per la sua incolumità, Ben Alì ha iniziato a preparare la sua fuga ma prima di lasciare il territorio tunisino ha ordinato al capo della sicurezza, Alì Seriati, di avviare ciò che è entrato nella storia come: “ la politica della terra bruciata”. Un’azione di guerriglia contro i civili che avrebbe avuto come principale obbiettivo quello di seminare il panico nonché il terrore per preparare il terreno per un colpo controrivoluzionario che consentisse il ritorno del dittatore. Ma a proteggere i cittadini c’è stato l’esercito guidato da Rachid Ammar che , rifiutandosi di obbedire agli ordini di Ben Alì ha fermato la guerriglia che comunque ha causato 78 morti e 98 feriti. L’esercito che fino a quel momento ha avuto un ruolo passivo nella rivoluzione è diventato garante dell’ordine pubblico nonché primo avversario delle milizie presidenziali. Nel frattempo Ben Alì ha ricevuto protezione dall’Arabia Saudita.


il capo di stato maggiore Rachid Ammar
L’esercito tunisino è un esercito repubblicano ed è e rimane il guardiano della rivoluzione e soprattutto il guardiano delle istituzioni.”

Ma perché è stato “semplice” destituire Ben Alì,un dittatore che per ben 20 anni è riuscito a eliminare ogni forma di opposizione e a creare uno stato di polizia? Diciamo che il caso della rivoluzione dei gelsomini è molto particolare in quanto ci sono diversi attori che hanno giocato un ruolo fondamentale per la riuscita della stessa. La caduta del regime di Ben Alì è da ricercare in primis, nella stranissima collaborazione tra i due ceti che compongono la società tunisina: da una parte abbiamo la borghesia di stampo europeista, responsabile dei moti indipendentistici che hanno visto Habib Bourguiba come primo presidente nel 1956 dopo il regno del El-Bey ( casa monarchica della Tunisia pre-repubblicana) e dall’altra abbiamo invece la popolazione di origine contadina o operaia che, nonostante la loro cultura e formazione accademica, vivono in grande povertà. Inoltre il rifiuto dell’esercito di obbedire agli ordini del Dittatore ha giocato a favore della popolazione che hanno trovato in esso un appoggio sostanziale.

Da non dimenticare è il ruolo che ha giocato il partito Al-Nahda in questa rivoluzione; marginale all’inizio ma centrale dopo la fuga di Ben Alì, diventando il collante per le esigenze della borghesia e le rivendicazioni dei giovani. Partito storico, perseguitato, esiliato, che rappresentava l’unica grande opposizione al potere politico tunisino dai tempi di Habib Bourguiba, ha colto la palla al balzo per tornare nella vita politica e rivendicare la sua presenza. Dopo 50 anni di politiche di laicizzazione – ricordiamo che Ben Alì impediva alle donne velate di accedere alle università e agli spazi pubblici durante la sua reggenza – risulta comprensibile la vittoria di El Nahda alle prime elezioni del 23 ottobre 2011. El Nahda rappresentava agli occhi dei tunisini un taglio radicale con il passato e quindi con i vecchi regimi. Ma piano piano la rivoluzione dei gelsomini, nata per rivendicazioni socio-economiche si trasformerà in un gioco politico dell’élite tunisine, marginalizzando le esigenze e richieste del popolo. Ed è questo il punto che infiammerà ancora una volta le piazze tunisine.

Ciò, è stato dimostrato già nel 2014 con le nuove elezioni parlamentari, che hanno visto sconfitta El Nahda, a favore del secondo partito nazionale Nidaa Tounes. Le nuove elezioni hanno dimostrato quanto la società civile tunisina sia colta e consapevole delle sue rivendicazioni. I tunisini attraverso il cambiamento di rotta hanno fornito un giudizio negativo riguardo l’operato del governo uscente, il quale non è riuscito a fornire, nemmeno minimamente, delle risposte adeguate alle problematiche di tipo socioeconomico che ancora interessano la Tunisia. Tale scelta va oltre la dicotomia islamisti/secolari, ma si basa sulla valutazione che l’elettorato ha dato alla performance del governo, al di là dell’affiliazione ideologico-politica.

Le elezioni del 2014 sono state iconiche, non solamente per il cambio di rotta intrapreso dalla società civile nel eleggere un partito che come cardine della sua ideologia ha la laicizzazione della Tunisia, ma anche perché finalmente il nuovo governo ha approvato la prima costituzione democratica segnando un nuovo inizio per la storia Tunisina.

Purtroppo la contrapposizione tra le forze dominanti in parlamento, per quanto possano scegliere la strada delle coalizioni politiche, ha fatto cadere la Tunisia in una perenne crisi di governo che ancora oggi persiste, nonostante ci sia come nuovo presidente una figura indipendente come Kais Saied . Eleggendo Kais Saied, definito un “giurista anti-corruzione”, fuori dai meccanismi politici e dai partiti, il popolo tunisino ha cercato di dare un’ultima possibilità alle istituzioni, dimenticando però che il “Destur” conferisce poteri limitati al presidente; di conseguenza lo stesso non ha margine di azione politico per cambiare lo status quo, nonostante la Tunisia sia una repubblica presidenziale.

Kais Saied presidente della repubblica Tunisina dal 23 ottobre 2019

Sono due le problematiche che hanno causato i moti dal 2008 in poi : disoccupazione e inflazione. La disoccupazione è sempre stata un problema strutturale della Tunisia, al quale nessuno governo è riuscito a far fronte. Il tasso di disoccupazione è pari al 16% mentre quella giovanile supera il 30%. E’ chiaro che i dati sono preoccupanti soprattutto per le fasce di popolazione più giovani e per quelle con un livello di istruzione più alto. Paradossalmente, infatti, il sistema educativo del paese – fiore all’occhiello dei regimi precedenti (soprattutto quello di Habib Bourguiba) – ha prodotto in molti casi giovani laureati troppo qualificati per le tipologie di lavoro offerte dal mercato tunisino.

D’altro canto abbiamo invece un’inflazione sempre crescente, attualmente pari al 7%. Notiamo infatti un eccessivo aumento dei prezzi soprattutto dei beni di prima necessità a discapito del congelamento dei salari. C’è da sottolineare che il “salario minimo garantito” per un cittadino tunisino è pari a 125 euro, per la spesa mensile comprando esclusivamente i beni di prima necessità (escludendo ovviamente la carne, il latte o la frutta, considerati beni di lusso in uno stato come quello tunisino) si spendono ben 65 euro, è ovvio dunque che la vita diventa quasi insostenibile.

Il popolo tunisino che protesta per il rincaro dei prezzi, cosa c’è di più simbolico di un cartone di latte e una baguette?

Un altro problema strutturale che vessa lo stato nordafricano è l’enorme disparità territoriale.

Notiamo che la tunisia dal punto di vista sociale ed economico è divisa in due parti: la tunisia costiera e quella dell’entroterra. La prima è caratterizzata da uno sviluppo economico più elevato e conseguentemente anche quello sociale. Basti guardare il tasso di disoccupazione a Gafsa (centro ovest), pari al 30%, più alto della media nazionale. Questa disparità territoriale influenza direttamente l’accesso ai diversi servizi come per esempio quelli idrici o elettrici.

Un servizio essenziale come quello dell’accesso all’acqua corrente è garantito al 97% dei cittadini di Tunisi mentre, solo al 40% a quelli che popolano le zone rurali. Allo stesso modo, il 77% delle strutture sanitarie pubbliche si trovano a poca distanza dai centri urbani dell’area costiera, mentre solo l’1% delle seguenti strutture è situato vicino a quelle dell’entroterra, dove comunque per il loro raggiungimento ci vogliono almeno 2 ore di viaggio in macchina. Per marcare ancora la disparità tra zona costiera e entroterra, possiamo prendere in considerazione la città dove si è tolto la vita Bouazizi, Sidi Bouzid; nella seguente cittadina solo il 12% delle abitazioni ha accesso al servizio fognario pubblico, nell’area costiera questo essenziale servizio è garantito a quasi tutte le famiglie.

Chiaramente tutto è intersezionale, le condizioni strutturali incidono anche sulle scelte di investimento straniero. Effettivamente le società che decidono di investire in Tunisia scelgono le zone costiere, solo il 13% investe in quelle meno sviluppate, incidendo così all’aumento sia del tasso di disoccupazione che allo spopolamento delle stesse aree. Un’immigrazione verso nord che aggrava ancor di più la situazione del sud, diminuendo la possibilità di investimento nazionale o straniero, e spesso causa l’aumento della povertà nelle aree costiere in quanto chi emigra non riesce a integrarsi nel mercato del lavoro locale.

La mancanza di un’efficace ed efficiente sistema di welfare in Tunisia sta causando sempre di più frustrazione e rabbia tra i cittadini. Occupazione e abbassamento dei prezzi, sono queste le rivendicazioni dei gelsomini, rivendicazioni che per noi occidentali sembrano quasi banali ma che oltre mare non lo sono.

Donne tunisine che riempiono i loro contenitori d’acqua.

Ma che cosa è cambiato attualmente? Di recente abbiamo visto che la tunisia si è riaccesa, i gelsomini sono scesi ancora una volta in piazza per rivendicare esattamente gli stessi diritti. Il 14 gennaio 2020, per il decimo anniversario della rivoluzione, nonostante il governo abbia decretato il lockdown per arginare la diffusione del Covid19, i tunisini non si sono fermati in quanto hanno interpretato tale decisione come una mossa politica e repressiva. Già precedentemente, nel 2015 e nel 2018, ci sono state delle manifestazioni sempre in opposizione di una crisi stagnante e un governo che non faceva altro che dare risposte vaghe, promesse di riforme che non sono mai avvenute. La disoccupazione continua ad aumentare, l’inflazione anche e la popolazione si trova sempre più a vivere in una povertà quasi assoluta.

Con l’emergenza Covid, ovviamente il tutto si è radicalmente accentuato.

I cittadini che tornano in piazza sempre con gli stessi simboli in mano, sottolineando che nulla è cambiato.
Dimostranti contro le forze dell’ordine a Tebourba (tunisia)

E’ importante sottolineare che in Tunisia non esistono gli stessi aiuti sociali che vengono in soccorso ai cittadini come in Europa, quando si presenta una catastrofe come quella pandemica attuale. Se perdi il lavoro non ti viene fornita nessuna assistenza, se la fabbrica o l’azienda per cui lavori chiude per lockdown non esiste nessuna cassa integrazione, insomma sei abbandonato a te stesso. O lavori o muori di fame.

Dieci anni dopo i tunisini si trovano allo stesso punto di partenza del 2008 e ciò li ha resi ancora più determinati a scendere in piazza e protestare ancora una volta. Sono troppi i fallimenti dei governi post Ben Alì, sono troppi i legami che esistono ancora con il vecchio regime, basti pensare al partito guidato da Abir Moussi, fiera sostenitrice del “Rais”. La stessa nega l’esistenza della rivoluzione tunisina parlando addirittura di colpo di stato e negando anche l’esistenza dei feriti della rivoluzione. Forse la Moussi ha dimenticato la presenza della Commissione di Verità e Dignità, pietra angolare del processo di giustizia di transizione che, dal 2014 al 2019, ha reso conto nel dettaglio dell’apparato repressivo e predatorio di sessant’anni di regime, quello di Habib Bourguiba prima e di Ben Ali dopo.

E’ forse questo un governo post rivoluzionario? E’ forse questo un governo democratico e sociale? Una situazione insostenibile, quella che i cittadini tunisini stanno vivendo attualmente. Ciò spiega le nuove rivolte, che coinvolgono soprattutto i giovani, stanchi di promesse, stanchi di essere emarginati, stanchi di vedere un immobilismo politico economico e sociale e di vedersi rubata ogni possibilità di crearsi una vita dignitosa all’interno della propria terra. Ad accentuare ancora di più il problema è la risposta del governo alle nuove rivolte: soppressione totale. Nessun segno di voler scendere a compromessi con la popolazione. Le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno come gli arresti: ultimamente sono stati arrestati più di mille giovani tra cui centinaia di minorenni.

Molti parlano di un successo parziale della rivoluzione, altri parlano della tunisia come esempio democratico o unica democrazia nel nordafrica. Ma come possiamo parlare di successo o insuccesso della rivoluzione dei gelsomini? La Tunisia è passata dalla casa monarchica a vivere sotto un regimo autoritario di cui non si è ancora totalmente liberata, siamo ancora in piena rivoluzione e siamo ancora in piena transizione e ricerca della tanto ambita democrazia. Le rivendicazioni della popolazione sono ancora da conquistare e sono tante le sfide che dovrà affrontare il governo, senza ricadere in autoritarismo. Economia, società e sicurezza sono questi gli ambiti su cui ogni governo indipendentemente dalla sua affiliazione dovrebbe concentrarsi per rispondere alle esigenze dei suoi cittadini. Aprirsi a un’economia più concorrenziale, puntare sullo sviluppo dei settori più strategici come i trasporti, la comunicazione o il turismo, ridurre inoltre i divari regionali etc. Sono tante le sfide che la Tunisia deve affrontare ma sono sfide cruciali e necessarie per raggiungere una stabilità interna.

Il gelsomino è un piccolo fiore bianco, profumatissimo, che somiglia a una stella. È un rampicante, audace e tenace; le sue piccole mani di foglia si arrampicano sui muri come artigli e lì restano avvinghiate, come il popolo tunisino resta avvinghiato al sogno di democrazia e alla vita: libera, dignitosa e felice.

Refka Znaidi laureata in scienze politiche e delle relazioni internazionali e specializzata in studi europei. Mi occupo di analisi della politica europea e internazionale, con particolare riferimento all'area MENA. Attivista presso l organizzazione non governativa Amnesty international nonché collaboratrice news, redazione e social media per diverse associazioni.

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