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ANIMAL SAVE: Il nemico non è invisibile

Di Arianna Fraccon/Animal Save Italia

Il tempo trascorre inesorabile, ma continuiamo a raccontarci l’ incontro con il Covid-19 come una guerra di trincea contro un nemico invisibile.

Ancora una volta il linguaggio, strumento condiviso attraverso cui una cultura si adopera per categorizzare esperienze collettive e dare loro un significato utile, non è accorso in nostro aiuto. 

Queste metafore non hanno fatto che alienarci ulteriormente dall’opportunità di una comprensione profonda, contribuendo ad allontanarci da un’ analisi esplicita della cause che stanno portando la società umana – ed l’intero pianeta per mano di essa – al collasso.  

D’altronde, se è ovvio che siamo noi a fare il nostro linguaggio, è altrettanto evidente che esso costituisce uno specchio sincero e spietato del nostro modo di stare al mondo, ostinandoci ad interpretare ogni azione e relazione in un’ottica di belligeranza e dominio. 

Le zoonosi, dal canto loro, non sono certo comparse da un giorno all’altro di questo 2020 che difficilmente dimenticheremo. Esse esistono con certezza per lo meno da quando l’uomo si è trasformato da cacciatore e raccoglitore a coltivatore-allevatore, iniziando a domesticare gli animali ed entrando così in contatto costante con i loro agenti patogeni. La tubercolosi, ad esempio, è citata da studiosә come esempio di zoonosi originatasi agli inizi del Neolitico. 

Facendo un balzo avanti nel tempo, è dagli anni ’70 del Novecento che si è registrato un aumento via via esponenziale dell’incidenza di malattie zoonotiche, principalmente virali e provenienti da animali selvatici. Fra le malattie emerse dalla fauna selvatica si annoverano la Malattia del Legionario, l’Hiv/Aids, Ebola, Sars, Mers, e molte altre ancora.

Ad oggi, possiamo affermare che la maggior parte delle malattie infettive, emergenti e riemergenti, provengono da animali. 

Uno studio pubblicato nel 2014 da un team di ricercatorә guidati dalla biologa Katherine Smith,  ha catalogato 12.102 epidemie avvenute fra il 1980 e il 2013, originate da 215 diverse malattie. Di queste, 139 – il 65% – sono zoonotiche e hanno causato l’insorgenza del 56% del totale delle epidemie.

Anche secondo le informazioni diffuse dall’ EFSA – Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare – “le ricerche condotte indicano che tra un terzo e la metà di tutte le malattie infettive dell’uomo ha origine zoonotica, ossia vengono trasmesse da animali. Circa il 75% delle nuove malattie che hanno colpito l’uomo negli ultimi 10 anni è stato trasmesso da animali o da prodotti di origine animale.”

Il perché questo quadro globale non dovrebbe meravigliarci, ma semmai invitarci – finalmente! – ad una profonda messa in discussione del nostro modo di abitare questo pianeta, lo spiega bene Jonathan Epstein, epidemiologo e vice-presidente dell’ organizzazione non governativa EcoHealth Alliance: “non sono loro a cercarci, semmai siamo noi a cercare loro”.

Le zoonosi sono infatti oggi in preoccupante aumento per via di fenomeni di origine antropica tutt’altro che imprevisti, ma sistemici e programmatici, il cui ritmo crescente è ormai tristemente quantificabile e prevedibile, tanto quanto lo sono le conseguenze, oggi sotto gli occhi di tuttә. 

Volendo restare ancoratә – per quanto ancora? – alla metafora umana della guerra, che tanto ci rassicura garantendoci il sollievo di una spasmodica ricerca di eroi da celebrare, avremmo per lo meno bisogno di identificare il vero nemico da combattere. 

Il sistema di produzione basato sullo sfruttamento animale rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d’uso antropico delle terre: direttamente e indirettamente, la moderna industria zootecnica utilizza complessivamente il 30% dell’intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci, nonché il 70% di tutte le terre agricole. Foreste, aree pluviali e zone selvatiche vengono sistematicamente violate e distrutte, sostituite da pascoli e colture destinate al nutrimento degli animali rinchiusi negli allevamenti di tutto il mondo.

L’avanzamento della deforestazione è il primo evidente segnale di impatto di un sistema di produzione alimentare crudele ed insostenibile da tanti punti di vista, che ha precise responsabilità nei confronti della crisi climatica e della pandemia in atto. In Amazzonia, per citare solo uno dei luoghi più colpiti dal fenomeno, l’85% della deforestazione è dovuto all’impianto di nuovi allevamenti e coltivazioni mangimistiche per gli animali allevati. 

In queste condizioni, la brutale alterazione degli equilibri ecosistemici, la perdita degli habitat naturali e della biodiversità portano ad un’ inevitabile mutazione dei pattern migratori delle diverse specie: è così che animali selvatici portatori di patogeni entrano più facilmente in contatto con l’uomo, o con gli animali allevati. 

In questo quadro desolante, gli allevamenti – luoghi dove la vita viene prodotta in serie e la sua dignità violata e denaturalizzata attraverso pratiche standardizzate –  si prestano bene a funzionare come dei veri e propri serbatoi di virus, dove viene a mancare, fra le altre cose, la varietà genetica naturale che garantirebbe la resilienza degli animali agli agenti patogeni.

Come se non bastasse – e non ci stancheremo di ripeterlo anche in questa sede -, è ormai universalmente riconosciuto il peso di questo sistema di produzione  in termini di emissioni di gas climalteranti.

Di fronte a tali evidenze, l’industria zootecnica continua a cercare scappatoie deresponsabilizzanti attraverso interventi di mitigazione e sempre nuove ed abbaglianti etichette di relativa sostenibilità.

Eppure, a fronte di false soluzioni proposte da un sistema che non intende evolversi per il bene comune ma perseverare in una strategia di auto-conservazione a tutela del privilegio di pochә, il climate clock continua ad avanzare inesorabile. La situazione attuale, in netto peggioramento, testimonia chiaramente che nessun miglioramento è possibile senza un cambio radicale.

Possiamo citare anche un altro rischio che la scienza sta attualmente studiando: a causa dell’aumento delle temperature e del crescente sfruttamento del sottosuolo, antichi microorganismi intrappolati nel ghiaccio e nel permafrost potrebbero liberarsi nell’aria e riattivarsi, con conseguenze imprevedibili. 

Un ulteriore indizio che cambiamenti climatici e pandemie emergenti sono due facce della stessa medaglia: il nostro rapporto malato con il mondo naturale, che va urgentemente risanato. 

Per tutti questi motivi, come Animal Save Italia stiamo portando avanti una campagna di azione diretta chiamata STOP PANDEMICS, dedicata a sottolineare il rapporto tra zootecnia, crisi climatica e pandemia. Crediamo che sia sempre più urgente sollecitare un dibattito esplicito su questi temi, che coinvolga l’opinione pubblica, le istituzioni competenti e tutti i soggetti economici in campo. Cerchiamo di farlo proprio partendo da quello che consideriamo essere il nodo cruciale della questione: il modo in cui trattiamo gli animali e la necessità di trasformare l’attuale sistema produttivo. Questa è la nostra risposta ad una narrazione dominante che – salvo rare eccezioni – fatica ancora a mettere a fuoco l’origine del problema. 

Una società specista applica metafore speciste che continuano così a condizionare ogni aspetto della nostra cultura: usciremo da questa “guerra” solo se metteremo in discussione il nostro punto di vista.

Giorno dopo giorno, gli allevamenti continuano a confermarsi non solo scenario di immensa sofferenza per gli animali coinvolti, ma anche teatro di preoccupanti mutazioni virali che mettono a rischio la salute di tutte le specie viventi.

Lo scorso Novembre gli allevamenti di visoni sono balzati all’attenzione delle cronache internazionali. In diversi paesi del mondo sono state segnalate mutazioni del virus attraverso un processo di spillover – salto di specie – inverso. Operatorә degli allevamenti hanno trasmesso il virus agli animali, che lo hanno contratto restituendone infine una versione mutata. 

Grazie a queste circostanze, tuttә hanno potuto vedere le sconcertanti immagini dei 15 milioni di visoni soppressi e sotterrati in fosse comuni in Danimarca. 15 milioni di animali che – è bene puntualizzare – sarebbero stati in ogni caso uccisi, come ogni novembre, per finire nel circuito produttivo dell’industria della moda. Ma il solo fatto che tale pratica non sia rimasta come sempre chiusa fra le mura di questi allevamenti,  bensì sia stata raccontata e trasmessa dai media di tutto il mondo, rappresenta un’opportunità unica di aprire una breccia in questo sistema e nelle sue crudeli pratiche. 

Risulta sempre più evidente come questa pandemia rappresenti un momentum fondamentale in cui le lotte per la giustizia animale, sociale e climatica dovrebbero unirsi per dare vita ad un movimento di massa che possa davvero condizionare il corso della storia. Proprio per questo, come Animal Save Italia stiamo spingendo il piede sull’acceleratore del nostro attivismo di strada. Attraverso questo articolo, i precedenti e quelli che seguiranno, cerchiamo di invitare tuttә a riflettere sulla cruciale opportunità che questo drammatico presente ci sta fornendo su scala globale.

Nel frattempo in Italia, dove “solo” 8 allevamenti contano circa 60.000 visoni allevati ogni anno, Essere Animali e LAV hanno fatto forte pressione sul Ministero della Salute ottenendo una sospensione temporanea delle strutture, che è stata infine prorogata a tutto il 2021.

Quali saranno le prossime mosse dei vertici europei e dell’ OMS, ora che è sempre più evidente che questi allevamenti funzionano come ponti epidemiologici?

Stati ed istituzioni lungimiranti dovrebbero essere già al lavoro per disporre la chiusura definitiva di queste strutture e la  riconversione delle stesse in produzioni sostenibili. 

Ma cosa accadrà se invece si continuerà ad ignorare – come sembra testimoniare finora anche la cieca gestione della Politica Agricola Comune – l’urgenza di trasformare questo sistema produttivo?

Già nell’ Agosto del 2020, quando operatorә di un grande allevamento in provincia di Cremona aveva contratto la malattia, i tamponi effettuati  sugli animali avevano riscontrato i primi visoni positivi al Covid-19. Eppure – continuando a sottovalutare l’urgenza di mettere in discussione il sistema produttivo incriminato – , sembra che il Ministero della Salute abbia valutato con estremo riserbo l’opportunità di rendere pubblica la notizia, divulgata infine dalla LAV, che nel mese di Ottobre è venuta a conoscenza dell’esito delle analisi facendo richiesta di accesso agli atti.

Ma i visoni non sono stati infatti gli unici animali contagiati dal covid-19: il contagio è stato finora documentato in diverse forme anche verso cani, gatti, tigri e leoni.

Fin dal maggio dello scorso anno, la virologa Ilaria Capua – direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida – aveva pubblicato uno studio che metteva in guardia circa il pericolo che il nuovo coronavirus potesse essere il primo virus pandemico ad innescare una panzoozia. A settembre, in un altro studio sempre a firma del suo team di ricerca, aveva sottoposto invece all’attenzione mondiale il dato che i mustelidi potessero essere verosimilmente i primi serbatoi di questo fenomeno panzootico.  Come si legge nel documento, “maiali, gatti, furetti e primati non umani hanno recettori cellulari della SARS simili o identici a quelli trovati negli esseri umani. Questo potenzialmente fornisce alla SARS-CoV-2 un meccanismo di ingresso cellulare correlato per infettare una serie varia di ospiti senza richiedere ulteriori cambiamenti genetici significativi. I cambiamenti genetici acquisiti casualmente quando il virus si replica, potrebbero portarlo a sviluppare la capacità di diventare endemico in alcune popolazioni animali, compresi gli animali domestici. La pandemia di SARS-CoV-2 e il conseguente potenziale panzootico evidenziano la necessità di un approccio One Health.”

La visione olistica One Health è alla base di un modello sanitario fondato sul riconoscimento dei legami indissolubili fra salute umana, salute animale e salute degli ecosistemi. Una visione potenzialmente innovativa, che continuerà a rappresentare però un semplice palliativo finchè resterà impantanata nel paradigma conservatore di un sistema di produzione che sta dimostrando tutti i propri limiti e le proprie contraddizioni. La visione One Health sarà davvero rivoluzionaria e risolutiva quando guarirà anche essa dall’antropocentrismo, un male per cui il vaccino esiste già: un approccio antispecista alla nostra presenza ed alle nostre attività produttive su questo pianeta. 

Continuiamo ad applicare cerotti e medicazioni temporanee, ma quando ci assumeremo la responsabilità di agire sulla radice di tutto questo dolore?

Nel frattempo, nuove ferite continuano ad aprirsi. L’influenza aviaria e la febbre suina sono forse le prossime bombe pronte ad esploderci fra le mani. L’antibioticoresistenza infine, ennesimo fenomeno naturale che il sistema di produzione fondato sullo sfruttamento animale sta accelerando esponenzialmente e guidando verso conseguenze disastrose.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha dichiarato che “fare pace con la natura è il compito prioritario del ventunesimo secolo”. Non servono “soluzioni creative” come ha invocato il segretario, ma ovvie. 

L’unico modo per deporre le armi, una volta per tutte, è riconvertire il sistema di produzione fondato sullo sfruttamento animale. 

Comments (1)

  • Federica Tonti

    Fantastico come sempre, però mi chiedo in quanti saranno in grado di comprendere queste parole ….la maggior parte della popolazione ritiene che siano argomenti scontati e lontani dalla loro quotidianità e non hanno il tempo e la voglia di approfondire….parlando con le persone

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