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Intersezionale

Noi migranti trans, intervista a Paloma

Con Maddalena e Paloma ci diamo appuntamento da un po’: è da tempo che vogliamo farci una chiacchierata e avevo promesso che sarei andata a Napoli, ci saremmo viste e avremmo parlato dell’esperienza del Movimento Migranti e Rifugiati dell’Ex OPG e della dimensione di genere che questo percorso ha assunto nel tempo.

Conosco Maddalena da anni, dal tempo in cui condividevamo amicizia e militanza, prima che lasciassi la bellissima Napoli; Paloma invece l’ho conosciuta tre mesi fa più o meno, sempre tramite Maddalena: si sono incontrate quando Paloma si è rivolta allo sportello per essere seguita nel suo percorso di rilascio del permesso di soggiorno. Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 dalla decisione di ospitare un gruppo di ragazzi maliani rimasti fuori dal sistema dell’accoglienza, dopo aver organizzato una rivolta nel centro di accoglienza che li ospitava a causa delle difficili condizioni di vita imposte.

A partire da questo contatto iniziale, si è aperto un percorso non solo umano e teorico, ma soprattutto politico, che si è strutturato tramite il controllo popolare sui Centri di Accoglienza Straordinaria del napoletano, le assemblee che hanno riunito persone provenienti da CAS diversi, superando l’isolamento a cui sempre vengono condannate le persone migranti, mobilitazioni e proteste. Il fornire un servizio (rigorosamente sempre gratuito), che si tratti di supporto nell’ottenere il permesso di soggiorno, di imparare l’italiano, o di ricevere assistenza sanitaria gratuita è declinato sempre in chiave politica: ovviamente il servizio si fornisce a tutt*, e alcun* poi decidono di avvicinarsi anche al percorso politico, coinvolgendo spesso altre persone.

Maddalena però è molto chiara su un punto: all’inizio le persone che si rivolgevano allo sportello erano in grandissima maggioranza uomini, e solo tra 2017 e 2018 hanno iniziato a farsi vedere numerose donne, specialmente nigeriane: “Non è un caso” dice “quello è stato il periodo in cui l’Oba di Benin2 ha sciolto il rituale juju. Molte ragazze infatti vengono in Italia non solo spinte dalla voglia di un futuro migliore, ma anche per pesanti debiti da saldare. Il rito juju attribuisce una dimensione sacra e religiosa all’impegno che queste ragazze fanno di saldare il debito contratto per partire. E’ per saldare questo debito che sono costrette a prostituirsi, e in tal modo si rafforza la rete della tratta. A seguito della pressione delle comunità presenti in Europa, l’Oba di Benin è stata costretta a prendere posizione sulla cosa e, proprio in quel periodo, L’Oba ha sciolto i riti che vincolavano moltissime ragazze. Certo, questo non vuol dire che il debito sia estinto: la rete criminale comunque ha i suoi interessi da mandare avanti e debiti da riscuotere, e queste ragazze non sono altro che una merce spedita in Italia su cui fare profitto”. In quel periodo, quindi, l’affluenza femminile ha iniziato ad aumentare, e si sono ormai raggiunte le 300 persone.

Ancora più recentemente, poi, il passaparola ha diversificato la provenienza di queste donne: America Latina, Nord Africa, Medio Oriente, per esempio. Questa nuova presenza ha portato anche l’attenzione a nuovi problemi, come ricorda Maddalena “Moltissime sono ragazze sole, ragazze madri…donne che sono quasi sempre costrette a prostituirsi, perciò abbiamo dovuto creare un percorso a parte, separatista in questa contingenza, in modo da far emergere i principali problemi senza alcuna paura o resistenza. Nell’ultimo anno per esempio sono venute molte donne trans, generalmente latinoamericane”

Tra queste donne c’è anche Paloma, sguardo acuto e sorriso dolce, arrivata anni fa dall’America Latina con una storia simile a quella di tante altre: la prostituzione nel paese di origine e in quello di arrivo, perché “chi dà un lavoro vero a una donna trans?”, debiti da saldare e che aumentano nel tempo, che ti tolgono il sonno e l’aria da respirare, controllo totale sulla propria vita, minacce: “quando mi prostituivo per loro non controllavo nulla: se il cliente pagava abbastanza ero costretta a drogarmi con lui, o a subire rapporti non protetti. Io non decidevo nulla, neanche gli appuntamenti”. Paloma è arrivata allo sportello dell’Ex Opg grazie a un’amica che aveva chiesto aiuto all’ambulatorio popolare: solo così ha scoperto che anche lei, senza documenti e costretta a prostituirsi, aveva diritto a un futuro migliore, a un futuro davvero suo, nonostante quello che le dicevano i suoi aguzzini e la paura di essere rimandata a casa.

La prostituzione, però, continua ad essere una scelta obbligata per la grande maggioranza delle donne trans, come dice Paloma: “la più grande preoccupazione per una ragazza trans è finire il percorso di transizione: è una cosa essenziale. E la prostituzione ti consente di guadagnare in fretta e finire prima il percorso, guadagni tutti i giorni. Molte poi continuano a prostituirsi anche una volta finita la transizione, e sai perché? Perché non trovano altri lavori: anche se sei brava, la società non accetta che una donna trans lavori in ristorante o in un ufficio. Non è una scelta personale, è un’imposizione sociale. Ho sempre pensato che la prostituzione non debba essere l’unica scelta, una cosa imposta dalla società o dalla vita: così non è una vera scelta. Sei sfruttata da tutti: chi ha le case di appuntamento, chi ti fa scendere in strada, chi devi pagare per la pubblicità (100 euro ogni 4 giorni solo su un sito), e poi dai clienti, che devi sempre assecondare. Gli stessi clienti, che siano proprietari di alberghi, ristoratori o professionisti, vengono con noi la sera e poi ci negano un posto di lavoro di giorno”. Ne emerge un quadro di grande ipocrisia e violenza, sia a livello sociale ed economico che culturale. Al di là di quello che la gente può pensare e dire sulla prostituzione, se una di queste donne decide di cambiare vita, di superare tutti gli ostacoli del caso per seguire un’altra strada, la grande narrazione della libertà di scelta individuale si scontra spesso con la concretezza delle condizioni di vita materiale: “se hai i soldi per la transizione, mica vai a prostituirti!”

In questo contesto le donne trans ovviamente vivono una serie di problemi specifici. La cura ormonale, per esempio, dovrebbe essere gratuita e accessibile, ma le informazioni a riguardo mancano, e spesso ci si scontra con mille ostacoli che ritardano i tempi: è da tre mesi che Paloma prova ad accedervi, senza successo. Anche se la società si dice pronta a rispettare i diritti di tutti, la realtà è spesso diversa: “In che altro modo possiamo guadagnare? Anche se siamo capaci non abbiamo spazio: se c’è un etero che è meno capace di te, comunque viene preferito. Tutto ti porta alla strada”.

Un altro problema è il cambio di nome: è possibile cambiarlo solo una volta cambiato anche il sesso, ma non tutt* vogliono farlo: è un’operazione delicata e quest’imposizione è un’ennesima dimostrazione di violenza: o uomo o donna a tutti gli effetti, tertium non datur. Anche Maddalena è consapevole della specifica condizione delle donne trans: “Se non vengono garantiti i diritti a queste donne, non ci sarà mai nessun percorso di transizione, e neanche di fuoriuscita dalla droga” che, come ricorda anche Paloma, è spesso necessaria per sopportare questa vita. Sembra un labirinto senza uscita: ti prostituisci per fare il percorso di transizione, ti droghi per prostituirti e ti prostituisci a quel punto anche per la droga. “Se lo Stato non si prende in carico di queste persone” sostiene Maddalena “è responsabile della morte di tantissime di loro. La morte non passa solo per le aggressioni, ma anche per la sottrazione costante di diritti”.

La dimensione della lotta e della partecipazione politica in questo percorso di vita, è essenziale.

Paloma ha risolto il suo problema, ma ha deciso di continuare a dare una mano: “sono finalmente riuscita ad essere qualcuno agli occhi della burocrazia di questo paese, e voglio che anche le altre ragazze diventino quello che vogliono.”. Ma Paloma ci tiene a specificare che la sua lotta non è personale, e che il suo desiderio è di abbracciare altre lotte, superando la sua specifica realtà: curiosità e voglia di cambiare tutto non le mancano.

E’ stata questa esperienza politica concreta ad aprirle gli occhi sui problemi delle altre soggettività: “penso che dobbiamo combattere contro tutte le forme di ingiustizia: persino i napoletani vivono spesso in condizione di povertà estrema! Dobbiamo combattere contro tutte le disuguaglianze sociali ed economiche”. Su questo anche Maddalena ha le idee chiare: “Se porti avanti un percorso con le donne trans, devi far parlare loro; se porti avanti un percorso con le persone migranti, devi far parlare loro. Questo vuol dire ovviamente che il lavoro politico non può essere solo teorico, ma di contatto continuo, partendo dal rilascio del permesso di soggiorno per arrivare all’accesso ai servizi sanitari e alla scuola per i bambini”.

A partire dalla condivisione concreta di difficoltà e esperienze, si prende coscienza dei problemi altrui e si arriva a capire come agire nel concreto, in un percorso costante di messa in discussione delle proprie convinzioni o privilegi. La necessità che sembra emergere tanto da parte di Maddalena quanto da parte di Paloma è quella di non settorializzare le lotte, depotenziandole e limitando le occasioni di contatto, anche semplicemente umano. Si parte spesso da rivendicazioni puntuali e contingenti, ma se l’obiettivo è quello di espandere le forme di inclusione sociale in generale, allora la battaglia interessa tutt*. C’è un altro elemento, su cui Paloma pone l’attenzione: “Anche noi migranti, trans e non solo, siamo diversi e abbiamo i nostri stereotipi e preconcetti: ci sono un sacco di donne trans rifatte che si rifiutano di chiamare trans le altre donne fino a quando non terminano il percorso di transizione, e io lo trovo assurdo! Trans è la forma in cui tu ti vedi e ti senti!”

Questo percorso comune, porta anche molt* militanti a mettere in discussione determinati assetti: Maddalena per esempio, non ha mai creduto nel separatismo, eppure ora risulta uno strumento utile per dare forza alla componente femminile del movimento e per fare emergere delle specifiche tematiche che poi “ovviamente devono confluire nella lotta generale di tutte e tutti, non con uno status minoritario o residuale, ma come priorità politica per tutt*”.

Le assemblee separatiste, convocate 3 volte al mese, confluiscono alla fine nell’assemblea mista generale, in cui, nel tempo, anche gli uomini hanno iniziato a trattare diversamente le donne, considerandole come compagne di lotta e non solo come donne. Come ricorda Maddalena, in uno degli ultimi cortei misti organizzati dal Movimento e che ha visto la presenza di più di 1500 persone, la testa era delle donne: “Questo è importantissimo, ed è stato possibile solo grazie a questa componente femminile che è diventata nel tempo sempre più forte. Ho capito che era in corso un cambiamento vero nel Movimento quando, durante un’assemblea plenaria, una ragazza si è alzata per ricordare che lei il permesso di soggiorno l’aveva, ma nonostante questo continuava ad essere nera, esattamente come le altre persone presenti, donne o uomini che fossero. Un diritto negato a te oggi, è un diritto che verrà negato anche a me domani”. Il raggiungimento del permesso di soggiorno è dunque un passo essenziale, ma non sufficiente: i problemi sono tanti, e le donne ne hanno di specifici. Superare questi problemi pratici è la condizione essenziale per un possibile coinvolgimento politico delle persone migranti, che alla fine può venire o meno in base alla scelta di ciascun*.

Cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione?

Secondo Paloma è fondamentale che le persone possano sentirsi libere di chiedere aiuto e di riceverlo dalle istituzioni quando ne hanno bisogno. Per Maddalena ci vuole uno sportello gratuito e sempre aperto, nella sanità pubblica, in modo da avere accesso gratuitamente alla cura ormonale anche se non si è in regola coi documenti, ed evitando forme di patologizzazione dell’identità trans: “Queste persone non chiedono un di più, chiedono solo di essere in un corpo che le rappresenti. E’ importante che ci siano questi sportelli aperti, gratuiti e pubblici, dove loro possano andare per la transizione o per uscire dalla droga. Ci vogliono 4-5 sportelli aperti in ogni regione per compiere gratuitamente la transizione, per rendere questo diritto effettivo nella pratica e non solo in teoria. Per finirla con la tratta, poi, è essenziale garantire un supporto economico, dei fondi integrativi per il cambiamento di sesso, altrimenti non ne usciremo mai. Anche l’assegnazione del genere non può avere tempi biblici! Ci vogliono forme di inclusione sociale reale: la rivendicazione del permesso di soggiorno è essenziale perchè solo così hai accesso a tutta una serie di diritti”.

Ovviamente poi, c’è tutto il tema della prevenzione medica, del funzionamento terribile dei consultori, della prevenzione contro le malattie sessualmente trasmissibili e della scarsità di fondi a cui hanno accesso quelle realtà virtuose che sul territorio si occupano di emersione dalla tratta. Sembra necessario aprire anche il sistema SIPROIMI3 alle donne trans. “Queste cose le deve fare lo Stato”, dice Maddalena “io faccio politica, e noi movimenti non possiamo pensare di sollevare lo Stato dalle sue responsabilità grazie alla nostra azione di mutualismo. Il nostro obiettivo è che le cose cambino per tutte e tutti. Non può esserci sempre il passaggio da associazione a associazione, o il fare riferimento a realtà organizzate dal basso in eterno: ci vuole un sistema in cui le persone vulnerabili riescano anche a emanciparsi da chi le aiuta, altrimenti non saranno mai e poi mai libere davvero. Persone libere, consapevoli dei propri diritti, che decidono per sé stesse”.

Alla fine, come ricorda Paloma si tratta di lottare insieme per un mondo in cui le differenze non siano disuguaglianze e in cui i diritti siano uguali. “E’ assurdo combattere per avere dei diritti! E’ assurdo che una donna transessuale non sia libera di scegliere cosa essere nella sua vita! E la gente mi chiede quando ho scelto di essere trans! Non si sceglie…e poi, chi sceglierebbe di passare tutta l’infanzia e spesso l’intera vita da infelice in una società come questa? Essenziale è l’educazione al rispetto delle differenze, il provare a immaginare un futuro diverso. Un futuro in cui ognuna possa essere davvero libera di decidere cosa fare col proprio corpo”.

2 Istituzione religiosa importantissima in Nigeria

3 Sistema di protezione per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati

Comments (1)

  • Antonia

    Dal 2015 il nome si può cambiarlo anche senza riassegnazione chirurgica dei genitali, anche se è un procedimento lungo e costoso. Servono perizie e avvocati.

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