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Cos’è l’identità? Questo meschino concetto

Identità, una parola apparentemente innocua e coinvolgente. Eppure, al contempo, colma di insidie  e prepotenze. 

In nome e per conto dell’identità la luce della pace e della convivenza si è ritrovata costretta nella  oscura morsa della violenza. Se non bastasse, tra l’altro, a ben vedere, nell’idea di identità si ritrova  una fittizia narrazione posta sopra e attorno ad un “oggetto”. Una narrazione intrisa da un avvilente  pensiero che condanna questo “oggetto” a permanere nel tempo, insieme alle sue qualità e  caratteristiche. 

Insomma, in una fossa illusoria si posa questo meschino concetto. 

Ma non dovremmo forse, a questo punto, domandarci se esiste entità che possa permanere stabile nel tempo? Quale oggetto non è destinatario di continue evoluzioni e mutamenti? In maniera lapidaria e senza girarci troppo intorno e senza nemmeno perdere troppo tempo,  possiamo rispondere a questa domando con un semplice: “nessuno”. 

Ciò nonostante, l’identità s’arrocca dietro questa sua invincibilità alla trasformazione e al contagio. Come è ben noto a tutti, niente e nessuno può essere immune al contagio. Nulla è fisso, tutto è in movimento. Gli individui e le comunità, non sono monadi inscindibili, non si reggono su nuclei  essenziali ed immutabili, ma al contrario esse si costruiscono permanentemente nel tempo, grazie  a relazioni che creano reazioni. Non esisterebbe individuo e non esiterebbero comunità senza relazioni e reazioni di condivisione

É un continuo scambio, in cui l’autosufficienza non è permessa. E non potrei essere più che  d’accordo con David Hume, filosofo scozzese illuminista del ‘700, quando afferma con impassibile  fermezza che l’identità sia una finzione. E per mia affermazione, un mito dai terribili fasti. 

La formula base, del resto, è sempre la stessa: vi è un “Noi” da un lato e un “Loro” dall’altro lato. Due, o più, “Io collettivi” che si fronteggiano nella vertiginosa volontà di dividersi, fronteggiarsi e  prevaricarsi.   

A ben osservare, e qui si palesa il paradosso, queste identità condivise si fondano su una base  di fittizia astrazione della realtà. Proprio così, finte ed artificiali si dimostrano essere le identità e così  non potrebbe essere altrimenti.   

Ora mi spiego, o quanto meno ci proverò. 

L’Identità è solitamente concepita come un prodotto: dunque essa si conformerebbe come la somma di svariati elementi. E ascoltando i fautori e grandi espositori della nozione di identità si osserva con  quale non prudente oscillazione supportino la loro tesi, tramite paradossali elementi. Se l’identità è  unica ed indivisibile, una monade, come si vorrebbe sostenere, come può essere allo stesso modo  una composizione di una pluralità di elementi? 

La contraddizione è ben evidente. Si tratta di una insostenibile oscillazione fra unicità e pluralità. Vi è  dietro, insomma, la volontà di comprimere la pluralità all’interno di una immaginaria  unicità. Dimenticandosi clamorosamente che ciò che è plurale, non può essere unico. L’identità non è un oggetto, non è un prodotto. La sopracitata oscillazione concettuale indica come  l’identità sia qualcosa di inafferrabile, pure da parte di chi la supporta e la difende. Forse, un po’ tutti  noi, a questo punto, dovremmo farcene una ragione. 

Il problema è presto spiegato, Il fatto è che quando ragioniamo sull’identità pensiamo a qualcosa di  unitario, qualcosa di sufficientemente fisso ed immutabile. Si pensa ad una sostanza che  evidentemente si è formata nel tempo sino a raggiungere una forma stabile. Tuttavia, quando ci si  interroga sulla forma di questa benedetta sostanza si ritorna alla molteplicità, alla somma di diversi  elementi, che per altro si configurano come elementi altamente selezionati in maniera arbitraria. Non  molto lontano, se mi è concesso affermarlo, dalle tecniche propagandiste. 

L’identità non esiste nella storia. L’identità è qualcosa che esiste nella testa di chi utilizza questo  concetto. È un modo poco lucido di vedere ed interpretare le cose.

Ogni realtà fisica, storica e pure sociale si caratterizzano per la loro continua evoluzione, pertanto non  possiamo parlare di una identità che permane nel tempo, o comunque di un oggetto che permane  nel tempo: la fissità non è minimamente completabile in questi campi. 

Inventare un’identità, comunque, può essere fatto e a dire il vero non è nemmeno molto difficile – non  c’è dubbio su questo. I nazionalisti, i fascisti, i nazisti e altre amenità simili ce lo hanno insegnato  molto bene, purtroppo. Ma è altrettanto indubbio che questo pensiero creativo non  porti alla reale esistenza delle identità. 

Sebbene l’artificiale genesi, essa produce qualcosa di terribilmente pericoloso: i comportamenti.   Ammettendo la finzione dell’identità, non è comunque possibile trascurare la sua sopraffina ed  elevata capacità nello stimolare ed inspirare comportamenti, i peggiori dei comportamenti. Pensiamo a questo proposito al “manifesto della razza italiana”, in questo caso, un osceno manipoli  di così detti “intellettuali” si è sforzato nel concepire una identità collettiva, in questo caso  addirittura in senso biologico, con tragici e ben noti effetti che a spese dell’umanità abbiamo imparato  a conoscere nel ‘900, insieme a milioni di morti. 

E ciò è inevitabile perché nel concetto di identità si insinua un altro concetto terribilmente velenoso:  quello della purezza. E su questo traballante pavimento bagnato, è di una facilità assoluta cadere e  scivolare sul piano della difesa della purezza e dunque dell’identità. 

Ma a questo punto, cercando di andare oltre a queste astrazioni, può essere una soluzione fare a  meno delle identità? é veramente possibile fare a meno della finzione identitaria? Forse mi  incammino verso uno spazio di essenziale provocazione e poca sostanza. Eppure, non posso a farne  a meno. Questo pensiero, da diverso tempo, mi morde la mente. E devo ammettere, se mi è  concesso, che dondolo su questa altalena ideale con estremo piacere. Non posso, davvero, farne a  meno. A maggior ragione se penso che sia proprio state le “identità” ad aver prodotto le peggiori  sofferenze della storia umana.   

L’identità, come abbiamo potuto tracciare, non si posa su un dato di effettiva presenza, non corrisponde ad un oggetto empirico. Inoltre, abbiamo visto come sia essenzialmente un’azione  arbitraria concepire una qualche raccolta di attributi che rimangano fermi ed immobili nel corso  dell’esistenza di un individuo e che perciò lo definiscano come tale. 

Tuttavia, per quanto sia aleatoria ed evidentemente fallacie la nostra capacità di circoscrivere  obiettivamente cosa definisca la nostra identità, l’identità percepita rimane qualcosa a cui teniamo  veemente, qualcosa che istintivamente difendiamo quando messa in discussione dall’esterno, che perseguiamo con avida grinta, che cerchiamo nel tempo di piegare e costruire sulla base di modelli  o ideali molteplici, e che soffriamo quando viene incrinata. 

L’identità è qualcosa in movimento, di generato, sia pure arbitrariamente, sulla base di attitudini più o meno generiche, ma al tempo stesso è qualcosa su cui agiamo per tutta la vita, cercando la nostra  sfera di autonomia. 

La nostra identità non piove dal cielo, ma al contrario è oggetto di infiniti contenziosi ed infiniti compromessi. 

Ogni decisione, ogni auto-narrazione ed ogni progetto sono istanti in cui ne va della costruzione della nostra identità che definisce anche il nostro senso. 

Ebbene, per ritornare alla precedente domanda, forse, per dette ragioni, il problema dell’identità non è l’identità in sé. Farne a meno, superando i seducenti sofismi, sembrerebbe essere impossibile. Si  tratta in fondo ed in ultima analisi della nostra individualità e di come percepiamo e traduciamo il  mondo esterno. 

Il problema dell’identità, dunque, è la sua concezione – è il modo di concepire l’identità che crea mostri e chiusura. 

In questa prospettiva, dovremmo, a mio modo di pensare, abbracciare il quanto prima possibile una concezione di identità nuova, che accolga con impercepibile naturalezza al suo interno l’alterità  derivante dalla continua evoluzione della stessa. Del resto, avere ben saldo in mente il fatto che la  singola persona – come la propria comunità – è diversa da come lo era ieri e che necessariamente 

pure domani avrà un’altra forma, agevolerebbe e non di poco l’atteggiamento comune e condiviso  nei confronti di quello che è diverso, considerato lontano, che ci fa paura e che vorremo allontanare  e fronteggiare. In sostanza, se riconoscessimo che i primi ad essere diversi siamo noi, perché ci  dovrebbero spaventare la diversità altrui? 

L’identità è un mito. Un terribile mito, per questo difficile da maneggiare. 

L’identità non dovrebbe rispecchiare un esercizio di conservazione, ma di contro un esercizio di  espansione verso la scoperta dell’alterità propria ed esterna. 

I miti come ben sappiamo sono di facile modifica, bene allora auguriamoci che pure questo mito un  giorno, e speriamo presto, possa mutare in meglio. 

Bibliografia 

Davide Hume, Trattato sulla natura umana, 1789. 

Francesco Remotti, Contro l’identità, 1996.

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