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CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA: Post-verità o post-democrazia?

Realtà contrapposte e crisi della democrazia

Solamente poche settimane fa, un gruppo di sostenitori di Donald Trump, con in testa un giovane uomo addobbato in maniera stravagante e che si definiva uno “sciamano di QAnon1”, ha occupato con violenza il Congresso Usa a Washington. Le immagini hanno ovviamente fatto il giro del mondo e opinionisti e opinioniste di tutto il mondo si sono immediatamente scatenati nel commentare una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe stata assolutamente impensabile.

Ho ascoltato varie trasmissioni della televisione italiana e nessuno se l’è sentita di descrivere quell’azione come frutto di un piccolo gruppo di sovversivi fuori di testa e lontani dalla realtà. Il punto, infatti, è che se ci si può dividere su moltissime cose rispetto all’elettorato di Trump e ai movimenti dell’alt-right statunitense, tuttavia qualcosa di certo c’è.

Quelle diverse centinaia di persone che hanno fatto irruzione al Campidoglio sono la vivida espressione di una consistente fascia di popolazione, che non solo crede che i risultati delle elezioni siano stati truccati, ma che è allo stesso tempo fermamente convinta, per esempio, che i vaccini siano una truffa, o che il cambiamento climatico sia una bufala inventata dal governo cinese per sconfiggere economicamente gli Stati Uniti.

Dietro all’assurdità di quelle scene e, se vogliamo, alla loro paradossale comicità, sembra esserci quindi una dimensione nuova di conflitto che prende forma nelle nostre società, determinando situazioni che possono apparire eticamente incomprensibili e buffe persino nella loro estetica. In questa cornice dobbiamo leggere i fatti di Washington. Non siamo di fronte a una forma di protesta tradizionale, “ma a una guerra di narrazioni diverse, incompatibili tra loro. Chi aderisce a quelle del cospirazionismo prende tutto il pacchetto di sfiducia nei confronti della posizione ufficiale, istituzionale. Crede che le élite siano corrotte e mentano sistematicamente ai danni della popolazione2”.

La questione potrebbe apparire sottile, ma non è così. Il punto è che si materializza uno scontro che non è più un “semplice” conflitto tra diverse visioni del mondo, ma tra diverse “epistemologie”; “uno scontro non su cosa pensiamo sia verità ma su come arriviamo al concetto stesso di verità: attraverso fatti e falsificazione degli stessi (metodo scientifico) o tramite un’emozionale appartenenza tribale (cospirazionismo)3”.

Questo scontro è parte di un fenomeno globale che sta assumendo rilevanza in quasi tutti i paesi occidentali a capitalismo avanzato e che rischia di minare le basi dei nostri sistemi democratici. Se non c’è più una verità condivisa, è ancora possibile la dialettica politica tra partiti che si contendono il governo in uno Stato democratico? In altri termini, se non è certamente auspicabile, può essere per lo meno fattibile la convivenza democratica tra persone che sembrano abitare due “realtà” contrapposte?

Viviamo l’epoca della post-verità?

Prima di abbozzare alcune riflessioni riguardo i suddetti interrogativi, conviene inquadrare in maniera adeguata la questione. Per farlo, ci può essere d’aiuto l’interessante libro del professore di Harward Lee Mcintyre, intitolato appunto Post-verità. La definizione di Mcintyre a riguardo è calzante, “la post-verità è una forma di supremazia ideologica, per la quale chi la sostiene cerca di costringere qualcuno a credere in qualcosa, che esistano buone prove o meno per crederci4”.

Quello che interessa all’autore non è realizzare una disamina delle teorie filosofiche sul concetto di verità, tanto meno dimostrare che viviamo in un’epoca in cui il declino dei media tradizionali e l’ascesa dei social media hanno contribuito a relegarla ai margini della politica. Le argomentazioni sono invece dirette a smascherare i meccanismi su cui si regge la post-verità per combatterla e recuperare un rapporto tra politica, società e verità scientifica, rapporto da cui probabilmente non possono prescindere i nostri sistemi democratici.

La riflessione più originale (e quindi sorprendente) del libro di Mcintyre è l’aver rintracciato nelle teorie postmoderniste di Michel Foucault, Jacques Derrida e Martin Heidegger (per citare alcuni tra i pensatori più importanti della corrente postmoderna) l’origine di un approccio filosofico che, basandosi sul rifiuto di qualsiasi verità oggettiva e sulla tesi che “ogni professione di verità non è altro che un riflesso dell’ideologia politica di chi la fa ”, ha aiutato e sostenuto il negazionismo scientifico di destra e l’emergere della post-verità.

Seguendo Mcintyre, il “postmodernismo ha tenuto a battesimo la post-verità” perché se non esiste più una realtà oggettiva non c’è più nemmeno una verità scientifica, ma tutto diventa criticabile, sindacabile; si arriva così a uno scontro tra narrazioni diverse, non esistono più i fatti ma solamente interpretazioni, tutte ugualmente legittime. Proprio da qui si sfocia quindi al paradosso per cui le teorie dei No Vax hanno uguale legittimità degli studi scientifici ad essere rappresentate nel dibattito pubblico.

Questo passaggio è fondamentale perché consente di sgomberare subito il campo da ogni possibile equivoco: la post-verità non si limita allo strapotere delle fake news nel campo della politica. Ci stiamo confrontando invece con un problema che trascende la dimensione politica e della comunicazione.

È chiaro che Trump e Bannon non si sono formati studiando Focault e Derrida e che think thank ideologizzati finanziati da corporazioni private e multinazionali5 hanno avuto un ruolo fondamentale nella guerra alla verità, ma allo stesso tempo bisogna considerare il fenomeno della post-verità nella sua complessità. Trump, come spiega Mcintyre, “non è la causa ma il prodotto” della post-verità. Per tornare al nocciolo della questione, quindi, verrebbe da dire che il prodotto della post-verità va sicuramente molto più in là del trumpismo e arriva al cuore della questione che stiamo affrontando, la crisi del rapporto tra democrazia e verità.

Se non esiste una verità oggettiva, allora tutte le opinioni sono legittime.

“Ciao ragazzi, sapete che mi piace condividere nei miei video i commenti anti-vax. Ieri un commento diceva «solo perché sei un dottore non vuol dire che ne sai più di me sui vaccini». Bene Karen, mi dispiace dirtelo, ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita a studiare scienza e medicina, se condividere teorie complottiste è la tua unica forma di dimostrare che sai qualcosa sull’argomento, bene allora mi dai la prova incontrovertibile che ne so certamente più di te. Sono stanco di fingere che le opinioni sul vaccino e sulla pandemia siano ugualmente valide, perché non lo sono. Perché se le mie opinioni sono accuratamente basate su esami medici fattuali e dati clinici a doppio cieco controllati con placebo, revisionati da public paper su riviste scientifiche, e le tue invece si basano su qualche meme cospirazionista QAnon, condiviso da tuo cugino di quarto grado scientificamente analfabeta, che ti ha detto che il vaccino ti trasformerà in un panino con le melanzane e il parmigiano, allora le nostre opinioni non sono uguali!6”.

Il colorito sfogo è la trascrizione di un video pubblicato su Tik Tok (e diventato subito virale in tutto il mondo) in cui Eric Burnett, dottore alla Columbia University Irving Medical Center, risponde per le rime a una no vax che lo aveva accusato di diffondere notizie false sul vaccino contro il Covid. Siamo di fronte alla rappresentazione quasi teatrale di una delle più grandi implicazioni della post-verità: se non c’è più una sola verità oggettiva, allora esisteranno (ed è legittimo ascoltare) sempre due lati della storia. Poco importa, quindi, se uno di essi è assolutamente campato in aria, fondato su teorie e informazioni completamente false, diffuse sui social media e consumate famelicamente da un pubblico che è quotidianamente a caccia di “fatti alternativi” che confermino le proprie opinioni.

Questo piccolo video sui vaccini è emblematico: l’effetto della post- verità sulla qualità del dibattito pubblico è semplicemente devastante, a tal punto che è la stessa qualità della democrazia a essere messa in discussione. Negli ultimi tempi, di fronte a opinioni che negano completamente una verità scientifica, quante volte ci siamo trovati ad ascoltare o a leggere sui social la domanda retorica “ma questa persona ha il diritto al voto?”

Proprio sulla base di quest’indignazione, Jason Brennan ha costruito il suo provocatorio libro intitolato “Contro la democrazia”. Uno dei motivi per cui è interessante il testo è precisamente che può essere letto come una delle possibili risposte alla crisi del rapporto tra “democrazia” e “verità”, Brennan però ne fa una questione legata soprattutto a meccanismi della psicologia sociale; non parla dell’era della post-verità ma di un sistema di governo, quello democratico, che non essendo basato sulla competenza, ma sulla partecipazione, potrebbe non rappresentare il migliore strumento per governare. In un certo senso, la questione ne esce fuori capovolta, il malfunzionamento della democrazia non è il prodotto della crisi, ma l’origine.

Inoltre, il ragionamento è posto puramente in termini “strumentali”, nelle argomentazioni di Brennan non viene assegnato alcun valore intrinseco di giustizia alla democrazia e all’uguaglianza delle libertà politiche. Il principio della competenza -secondo cui si dovrebbe organizzare il governo- è al contrario un principio dell’esclusione. In questo senso, diventa giusto escludere una parte della popolazione dal diritto al voto per garantire il diritto a un governo competente.

La proposta di Brennan non è la tesi forte per cui dovremmo sostituire la democrazia con il governo dei competenti (epistocrazia), ma sì, invece, la tesi debole per cui se scoprissimo che la democrazia funzionasse peggio dell’epistocrazia, allora non avremmo alcun motivo etico per “tenerci” la democrazia. Le conseguenze di questo approccio alla questione della democrazia per me potrebbero essere sconvolgenti da un punto di vista dell’uguaglianza e della giustizia sociale; per esempio, Brennan non chiarisce mai come potrebbe essere in una società epistocratica il rapporto tra governanti e governati, tra chi detiene il potere di decidere e chi non ha voce in capitolo sulla cosa pubblica.

Dice solamente che la partecipazione politica corrompe e che il diritto al voto è un falso diritto, perché un voto a livello individuale non ha alcuna possibilità di influenzare realmente le decisioni di governo. Però, se un singolo vota non conta nulla, allora quello che risulta contradditorio dal punto di vista logico (eppure Brennan ripete continuamente esempi logici per sviluppare la sua tesi) è l’utilità -ai fini di un governo che “funzioni” meglio- di togliere il diritto di voto agli incompetenti (hobbit e hooligan). Se un’azione ha delle conseguenze (in questo caso perché ha il potere di formare parte di un consenso sociale e politico di massa) allora non può non avere valore anche a livello individuale.

Mi sembra che la tesi di Brennan per cui il sistema democratico impedirebbe a priori un governo basato sulle competenze sia molto debole in alcuni punti. Prendere di mira la partecipazione democratica (lasciando intendere prima che non conti nulla e poi che se ha un valore è negativo) per tentare di migliorare il sistema di governo significa andare fuori strada. È chiaro che l’inequivocabile mediocrità delle classi dirigenti attuali susciti reazioni forti, ma questa di Brennan contro la democrazia, seppure sicuramente ben articolata e non banale, sembra comunque incapace di centrare la questione centrale della crisi, il rapporto tra democrazia e verità.

La divisione privata dell’apprendimento nel capitalismo della sorveglianza.

Un’altra possibile risposta alla crisi della democrazia è quella proposta da Shoshana Zuboff nel suo ultimo libro “Il capitalismo della sorveglianza”. È ovviamente difficile, se non impossibile, riassumere qui il libro, che è già un classico, frutto di anni e anni di rigorosa ricerca interdisciplinare. Non importa, quello su cui vorrei soffermarmi è il passaggio fondamentale in cui viene descritto in maniera illuminante uno degli elementi centrali della società digitale e dell’architettura della sorveglianza costruita dalle grandi industrie tecnologiche. Mi riferisco alla “divisione dell’apprendimento nella società”, ovvero a quel processo per cui la popolazione viene esclusa, attraverso i meccanismi dell’economia digitale, dalla distribuzione della conoscenza e dall’opportunità di imparare.

Gli studi marxisti sulle contraddizioni dello sviluppo industriale sottolineavano come la conoscenza riguardo il processo industriale (e il funzionamento della fabbrica nello specifico) era custodita gelosamente dai capitalisti: i padroni delle fabbriche erano ben attenti a tenere fuori dagli uffici amministrativi e gestionali gli operai e le operaie. Zuboff, il cui libro può essere interpretato come il più grande sforzo di analizzare e illustrare il passaggio dalla civiltà industriale a quella digitale, descrive uno scenario nuovo, allarmante e a tratti inquietante. Dopo aver spiegato come nell’era digitale il capitalismo della sorveglianza trascende i luoghi classici della produzione per arrivare a contrapporsi alla società nella sua interezza, “compreso ogni singolo individuo”, parla di una “concentrazione della conoscenza senza precedenti” che genera enormi asimmetrie di potere tra il popolo e una ristretta élite di capitalisti.

“Asimmetrie che possono essere sintetizzate come la privatizzazione non autorizzata della divisione dell’apprendimento nelle società. Significa che potenti interessi privati controllano il principio che definisce l’ordine sociale della nostra epoca (…). Al momento sono i capitalisti della sorveglianza a sapere. È la loro forma di mercato che decide. È la concorrenza tra capitalisti della sorveglianza a decidere chi decide”7.

Il processo che ci ha portati fino a questo punto è devastante. Prima, grazie all’utilizzo dei dati e alla gigantesca capacità di processarli, le industrie del digitale sono riuscite ad applicare il metodo scientifico alle tecniche di marketing, trasformando così gli utenti di piattaforme e servizi web in merce da cui è possibile estrarre valore economico, e quindi profitto. Successivamente, la sorveglianza privata nello spazio digitale e, sempre più, nella vita reale, ha portato a un’accumulazione di conoscenza così profonda da sviluppare capacità di previsione e anticipazione sui comportamenti dei singoli individui e della popolazione in generale.

Il punto è che questa conoscenza scientifica non è condivisa, pubblica, messa al servizio del bene comune, bensì a completa ed esclusiva disposizione delle industrie tecnologiche e del loro progetto economico. Come spiega Zuboff, “per noi membri della seconda modernità, la divisione dell’apprendimento è quello che la divisione del lavoro era per i nostri nonni e bisnonni, pionieri della prima modernità. Nella nostra epoca le divisioni dell’apprendimento emergono dalla sfera economica come un nuovo principio di ordinamento sociale e riflettono il ruolo primario dell’apprendimento, dell’informazione e della conoscenza nella ricerca di una vita degna8”.

Il rapporto tra “democrazia” e “verità” nella società digitale.

Quando ho iniziato questa piccola riflessione, non ho abbozzato nessuna ipotesi e quindi l’obiettivo che sto perseguendo non è quello di dimostrare alcuna tesi; non ho dialogato con gli autori per confermare una mia proposta rispetto alla crisi che attraversa il rapporto tra democrazia e verità. Ho piuttosto cercato di utilizzare i testi studiati per disegnare un quadro attuale sull’argomento, sulle diverse interpretazioni del problema e sulle possibili risposte alla crisi. Mi sembra, però, che l’impostazione proposta da Zuboff rappresenti un superamento delle tesi presentate da Mcintyre e Brennan.

Il punto è che “un’analisi concreta della situazione concreta” rispetto l’attuale rapporto tra democrazia e verità non può non considerare le trasformazioni strutturali del capitalismo, il passaggio dal modello industriale a quello digitale e tutto ciò che ne comporta per l’ordinamento sociale, morale e per la distribuzione della conoscenza nella società. Se Brennan finisce fuori strada, accusando la democrazia per una crisi di cui il sistema democratico è tutto fuorché causa, certo Mcintyre riesce invece a illuminare con uno sguardo preciso e originale le dinamiche culturali che hanno portato (in un certo senso) a una rottura del rapporto tra democrazia e verità. Tuttavia, la complessità del processo è restituita dalla critica al potere del capitalismo della sorveglianza di Zuboff.

Ha ragione Mcintyre quando afferma che è imprescindibile recuperare un rapporto con la scienza per migliorare la democrazia, ma è possibile farlo senza andare a intaccare quel processo di appropriazione ed espropriazione della conoscenza promosso dal capitalismo digitale? Stiamo entrando in una nuova civiltà, quella digitale, in cui l’informazione e il sistema mediatico ne escono sconvolti come prodotto di un nuovo ordinamento economico, sociale e culturale. Tutto sembrerebbe che in questa transizione verso una nuova forma di sistema l’informazione è sempre più centrale nelle dinamiche di costruzione del consenso, ma non solo. Verrebbe da chiedersi -allora- se viviamo nell’epoca della post-verità, oppure se stiamo più profondamente scivolando nell’era della post-democrazia.

1 QAnon è una teoria complottista (più volte smentita) che si è sviluppata su internet, secondo cui ci sarebbe un Deep State che trama contro l’oramai ex presidente Donald Trump per difendere i “poteri forti”.

2 Alessandro Longo e Nicola Strizzolo, Assalto al Congresso Usa: crisi della democrazia e ruolo del digitale, 7 gennaio 2021,Agenda Digitale.Eu ( https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/assalto-al-congresso-usa-crisi-della-democrazia-e-ruolo-del-digitale/ )

3 Ivi

4 Ivi, pag.19.

5 Lee Mcintyre descrive perfettamente la formazione di think thank sotto l’egida dell’industria del tabacco per confondere e diffondere teorie false che contrastassero i primi risultati scientifici sui danni del tabacco negli anni ’50.

6 Covid, il rimprovero di un medico a una no vax: «Le opinioni non sono tutte uguali» Corriere della Sera, 14 gennaio 2021: https://video.corriere.it/675e531d-25b2-40e7-a276-5a7781d2ada8

7 Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2018 Luiss University press, pag.206.

8 Ivi, pag. 198

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