TOP
carcere

Cronache delle rivolte nelle carceri. 13 morti e i diritti sospesi.

Con il DPCM dell’8/3/20, il governo Conte fornisce le disposizioni attuative del DL n. 6 del 23/2/20 estendendo le restrizioni, precedentemente applicate alle sole province del nord, a tutto il territorio nazionale.

L’art. 1 è dedicato alle cd zone rosse mentre all’art. 2 vengono indicate le Misure per il contrasto e il contenimento sull’intero territorio nazionale del diffondersi del virus COVID-19.

Alla lettera u del co. 1-art. 2, troviamo le misure di prevenzione da adottare in ambito penitenziario per renderli impermeabili al virus: sospensione colloqui e attività; isolamento nuovi giunti; limitazione permessi e semilibertà. Alcune direzioni iniziano ad applicarle prima ancora dell’effettiva entrata in vigore: è il caso di Salerno, carcere da dove partono le rivolte.

Limitare l’accesso al solo personale penitenziario è stata una scelta miope in quanto il personale continuava ad entrare e uscire dalla struttura penitenziaria, veicolando il virus. Al tempo stesso, l’esclusione di familiari e volontari dall’accesso al carcere, implicitamente ha qualificato questi due gruppi sociali come possibili untori.

A questa prima, macroscopica, discriminazione si aggiunge quella della mancata fornitura di dispositivi di protezione individuale per tutta la popolazione penitenziaria, detenuti compresi, almeno fino ai primi di aprile, come denunciato in una lettera unitaria1 di tutte le organizzazioni sindacali.

Nessuna misura deflattiva viene messa in campo per ridurre il sovraffollamento né provvedimenti per tutelare i soggetti più vulnerabili indicati dall’OMS.

Inoltre, nel susseguirsi dei DPCM assistiamo ad una trasposizione del linguaggio penitenziario, e delle relative modalità esecutive, alla società tutta. Quella sorta di quarantena sociale2 che Michel Foucault individua come modalità disciplinante che il potere usa per permeare qualsiasi apparato sociale; d’altra parte siamo di fronte all’estensione a settori sempre più vasti di società di quello che Insolera definisce diritto penale differenziato che forma il cosiddetto doppio binario3. Una rideterminazione dei parametri di pericolosità sociale che definisce nuove soggettività potenzialmente dannose per l’incolumità della società, per contrastare le quali si rende necessario, e indiscutibile, sospendere i diritti Costituzionali attraverso il ricorso ad una decretazione d’urgenza che mai come ora si era verificato nella storia repubblicana.

Ampi stralci della bozza del DL con cui le restrizioni venivano estese al resto d’Italia vengono pubblicati da Repubblica4 il giorno prima della sua approvazione definitiva. La fuga di notizie ha avuto effetti imprevedibili e incontrollabili.

La narrazione mediatica dell’Italia prossima alla chiusura totale inizia a farsi martellante ed in questa narrazione esplodono improvvise, ma non imprevedibili, le rivolte nelle carceri.

Il 7 marzo, nel primo pomeriggio, con i familiari in attesa di effettuare colloquio fuori dal carcere di Salerno, viene comunicata la sospensione degli stessi ai detenuti. Le autorità hanno imposto, di punto in bianco, le misure decise per la popolazione detenuta. Alla condizione di tensione e paura, amplificata da una informazione allarmistica e parziale, si è andata ad aggiungere la rabbia della sospensione dell’unica relazione umana e affettiva concessa ai detenuti, con in più l’aggravante di averlo comunicato quando i familiari erano già fuori, in attesa di entrare5, con tutte le implicazioni che tale attesa comporta già in condizioni normali.

E dal panico, dal senso di impotenza è sfociata la rabbia. Il dialogo tra autorità penitenziaria e popolazione detenuta è generalmente pressoché inesistente; la tutela della dignità è continuamente mortificata dal paradigma infantilizzante nel quale si dipana la vita in carcere tra domandine, spesino, concellino, ecc.. Un modello detentivo che mira a sminuire la persona e la sua dignità a partire dalla terminologia che utilizza: un siffatto registro comunicativo, attraverso l’uso di diminutivi, tende a rafforzare l’inferiorità del detenuto e il rapporto di dipendenza dall’autorità penitenziaria per qualsiasi necessità. Un rapporto magistralmente spiegato da Melossi e Pavarini in Carcere e fabbrica in relazione al processo di astrazione dalla dimensione reale che avviene nel carcerato6.

Una condizione di subalternità e dipendenza totale, spesso connotato da rapporti tesi e/o violenti tra i detenuti e una parte del personale di polizia penitenziaria7. Personale che rappresenta la figura di riferimento principale per i detenuti per maggior parte del tempo trascorso in carcere.

Possiamo quindi ben immaginare il clima in cui esplodono le rivolte nelle carceri italiane mentre i media puntano i riflettori sui detenuti che salgono sui tetti8, un evento assolutamente straordinario nella storia d’Italia.

Su Napolimonitor, Riccardo Rosa ricostruisce alcune dinamiche determinanti:

I primi a farlo erano quelli di Salerno, cogliendo di sorpresa l’amministrazione e rivelandone l’impreparazione da tutti i punti di vista, anche militare, nella gestione dell’emergenza. Nei due giorni successivi si registravano rivolte a Pavia, Napoli, Milano e Roma, Padova, Bologna, Modena, Rieti, Foggia, Santa Maria Capua Vetere e molte altre città. La rabbia per la cancellazione dei colloqui era solo una parte del problema: i detenuti avevano paura, veniva vietato loro il contatto con i parenti e i volontari ma non con le guardie carcerarie; non erano previsti dispositivi di protezione, sanificazioni, né interventi sulla prevenzione, in modo da agevolare una rapida ripresa dei colloqui. In più, la circolare del Dap aveva demandato le scelte sui video-colloqui, sul destino dei semiliberi, sulle misure di protezione alle direzioni dei singoli istituti, creando disparità enormi e lasciando nelle mani dei direttori delicate decisioni anche in tema di salute9.

I sindacati di polizia penitenziaria attaccano il governo denunciando la mancanza di una catena di comando tra i vertici e le periferie del ministero.

Intanto le rivolte si stanno estendendo: tra le h. 13 e le h. 20 dell’8 marzo, Damiano Aliprandi su Il Dubbio online da la notizia di almeno 3 rivolte, Modena, Frosinone e Poggioreale: I detenuti hanno appiccato il fuoco tentando la fuga e dalla prigione si leva infatti un denso fumo nero. In questo momento sono accorse sul posto numerose forze dell’ordine. Per sedare la rivolta sono stati chiamati anche agenti liberi dal servizio. Tanti sono i detenuti e numerosi sarebbero i danni. Il motivo, secondo quanto trapela, non riguarda solamente il discorso del divieto dei colloqui dal vivo con i familiari, ma la paura–da parte dei detenuti–di essere contagiati dal virus10.

Anastasia, garante dei detenuti per Lazio e Umbria, riferisce sulla situazione di Frosinone. Tra le richieste ci sono istanze che hanno a che fare con il funzionamento dell’istituto, come l’assistenza sanitaria e la fatiscenza delle strutture. Sono cose vere, ma non si possono risolvere certo questo pomeriggio.

Il segretario Uilpa, de Fazio, in un comunicato stampa sottolinea che il governo non poteva non prevedere quello che stava accadendo sottolineando che solo chi non conosce le carceri poteva sottovalutare il problema. Accusa la politica più che il virus, visto il grave stato emergenziale in cui versano le carceri.

Alle 17.06 il primo aggiornamento della notizia con le immagini di Modena e Napoli riferisce di urla e fumo che escono dal carcere Sant’Anna di Modena11.

Alle h 21.14 l’Ansa annuncia la morte di un detenuto. In serata cominciano ad arrivare in diverse redazioni notizie e video amatoriali dalle carceri di Bari12, poi Palermo, Catania, Melfi, Genova, Pavia, Brindisi, Cremona, Reggio Emilia, Velletri, Avellino, Padova e Alessandria13.

Alle 9.02 del 9 marzo, sempre su il Dubbio, dal primo aggiornamento sulla notte di rivolte si teme che i morti potrebbero essere 6, o più. La causa della morte che ipotizzano le autorità è overdose di metadone: I detenuti, come in gran parte delle carceri italiane, protestavano per paura del coronavirus, vista l’inadeguatezza sanitaria della gran parte dei penitenziari che non sarebbero preparati ad affrontare un’epidemia e la stretta sui colloqui decisa dai vertici del sistema carcerario.

In un’intervista al Corriere della Sera, il Garante nazionale, Palma, assicura che nelle carceri la situazione è a rischio anche a causa di una cattiva comunicazione. E che ora, in un contesto che si presenta molto complicato anche per la società esterna, è giusto prendere precauzioni anche all’interno delle carceri14.

Alle 13.59 altri aggiornamenti: a San Vittore i detenuti sono saliti sui tetti e proseguono le rivolte in altre carceri15: Opera, Rebibbia, Regina Coeli, Bologna, Trani16… .

Nel pomeriggio La Gazzetta trasmette in diretta l’evasione di massa dal carcere di Foggia17.

Fonte: FoggiaToday

La situazione sembra essere completamente sfuggita di mano all’amministrazione penitenziaria. Corleone, garante della Toscana, la definisce la Caporetto dell’amministrazione penitenziaria. Ma le notizie che arrivano, sebbene copiose, sono ancora frammentarie. E intanto sale il bilancio con altri tre detenuti morti a Rieti.

Anche queste morti vengono attribuite ad una massiccia ingestione di metadone. Nel corso della giornata si ha contezza di 9 morti e diversi feriti tra detenuti e agenti18.

Il 10 marzo le proteste continuano. Aliprandi è tra le penne più attive, e attendibili, nel panorama dei giornalisti italiani, e in questi giorni si sta distinguendo per una informazione che potremmo definire just in time19:

Alle 16.30 Bonafede annuncia l’arrivo di 100 mila mascherine per i penitenziari italiani. L’approvvigionamento di presidi sanitari sarà utile per la più rapida ripresa dei colloqui dei detenuti con i propri familiari, sottolinea il guardasigilli.

Inizia il balletto dei numeri sui detenuti morti e sulle circostanze che le hanno determinate. Sulla loro identità rimarrà il più assoluto riserbo per più di una settimana.

Sarà Luigi Ferrarella, sul Corriere, a rivelare i nomi dei 14 detenuti morti durante le rivolte20:

Un nome, ce l’avevano pure loro. E anche una storia, benché 13 siano ancora negletti ormai a 10 giorni dalla loro morte nelle sommosse di 6.000 detenuti in carceri sovraffollate, avvenuta per cause per lo più riconducibili (così si è espresso il ministro della Giustizia in Parlamento) all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie. Non erano solo stranieri, a Rieti è morto il 35enne Marco Boattini, ad Ascoli il 40enne Salvatore Cuono Piscitelli. Non erano tutti condannati, almeno 3 erano in attesa di giudizio. Slim Agrebi, 40 anni, che in una rissa a base alcolica il Capodanno 2003 aveva ucciso un connazionale, nel 2017 aveva iniziato a lavorare all’esterno e il titolare lo ricorda correttissimo, aveva le chiavi dell’azienda. Un connazionale sarebbe tornato libero fra 2 settimane, fine pena di 2 anni, mentre il moldavo Artur Iuzu aveva il processo l’indomani. Di altri, solo i nomi: Hafedh Chouchane, 36enne tunisino come il 40enne Lofti Ben Masmia e il 52enne Ali Bakili, morti a Modena come il 37enne marocchino Erial Ahmadi. A Rieti il 41enne croato Ante Culic e il 28enne ecuadoregno Carlo Samir Perez Alvarez. A Bologna il 29enne tunisino Haitem Kedri, a Verona il connazionale 36enne Ghazi Hadidi, ad Alessandria il 34enne marocchino Abdellah Rouan.

Il 9 marzo in conferenza stampa Conte definisce inaccettabili evasioni e rivolte, mentre Bonafede, riferisce in Parlamento, riducendo le proteste ad atti criminali fuori dalla legalità, e la morte dei 14 detenuti una drammatica conseguenza.

Daniela de Robert, membro del collegio del garante nazionale, in una intervista televisiva descrive le condizioni reali che hanno innescato le rivolte:

(…) in celle di 10/12, o anche 14 detenuti, è impossibile mantenere le distanze raccomandate (…) mancano i dispositivi di protezione (…) la paura di non rivedere più i propri cari: ho incontrato un ragazzo che mi parlava della madre affetta da un tumore e che temeva di non rivedere più.

Storie di vita in carcere che tracciano il perimetro in cui le rivolte sono maturate, con buona pace dei tanti, troppi, dietrologi e tuttologi che in questi mesi hanno pontificato senza conoscere neanche l’indirizzo di un carcere.

Queste giornate, e le settimane a seguire, sono state segnate dalle donne: madri, mogli, figlie dei detenuti che hanno dato vita a presidi spontanei e blocchi stradali fuori dalle carceri (rompendo il divieto di assembramento), battiture dai balconi di casa, lettere aperte, raccolta firme e tanto altro per chiedere una possibilità di salvezza per i propri cari. Fuori dai penitenziari di Rebibbia, di Poggioreale, le donne mostravano certificati di incompatibilità carceraria, le diagnosi oncologiche, i rigetti. Patologie e paure ignorate in barba a quella Costituzione che sancisce il diritto alla salute quale unico diritto fondamentale.

Al 12 marzo le rivolte sembrano essere rientrate tutte. I garanti territoriali, assieme all’ufficio del garante nazionale ed ai magistrati di sorveglianza cercano di sopperire alle mancanze politiche accelerando la trattazione delle richieste pendenti nelle cancellerie dei tribunali.

Telefoni e social delle associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti in queste settimane sono subissati da richieste, appelli, paure. Tra queste la Rete Emergenza Carcere che ha raccolto centinaia di testimonianze, presentato solleciti ed esposti, interrogazioni parlamentari (a cui il destinatario non ha mai risposto). Le testimonianze drammatiche dei familiari che denunciavano l’impossibilità di rintracciare il proprio congiunto, la mancata consegna degli oggetti personali dopo i trasferimenti, le violenze subite, l’isolamento, gli allarmi -alcuni confermati- di contagi, i morti.

Il 13 marzo, in un lungo editoriale Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista, traccia un bilancio negativissimo sul silenzio della società civile e l’indifferenza del Parlamento sui 13 detenuti morti paragonando l’Italia alle dittature sud americane:

Tredici morti nelle prigioni italiane. La cifra è incerta, forse sono di più. I nomi fino a ieri nemmeno li conoscevamo. Sono passati quattro giorni dalla strage. Ieri, sembra, i nomi sono stati consegnati al garante dei detenuti. Il quale, probabilmente, si costituirà parte civile, se ci saranno dei processi. Pare che esista una relazione del Dap ma non si sa chi la possiede. La stampa non ha avuto neanche l’ombra di una notizia. Per la verità non l’ha neanche pretesa. Neppure il Parlamento ha ricevuto informazioni. Neppure il Parlamento, sembra, le ha pretese. Tredici persone sconosciute sono sparite e ora giacciono al camposanto. Tredici morti sono una quantità spaventosa. Succedeva negli anni Settanta, quando c’erano le grandi stragi: Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus. In quelle occasioni era tutto il Paese a sollevarsi, a gridare, a entrare in lutto, a pretendere (seppure inutilmente) la verità. Questa volta i tredici morti erano tutti in carcere. Nelle mani dello Stato. Consegnati alla custodia dello Stato. Possibile che una strage così non susciti un moto formidabile d indignazione e una richiesta assillante di chiarimenti21?

Pochi sono gli intellettuali che si occupano di carceri e carcerati; meno ancora quelli che si interrogano, e interrogano la società, su queste 13 morti. Francesca de Carolis è una di quelle che ancora si interroga: Se tredici morti vi sembran pochi!22.

Su impulso di alcune personalità come Moni Ovadia, Ascanio Celestini e altri, si costituisce il Comitato per la verità e la giustizia, nell’incipit del cui appello si legge:

Tredici detenuti morti. Un numero inusitato, per giunta incerto, laddove alcuni quotidiani indicano quattordici. Numeri, neppure la dignità dei nomi, (…) Della vicenda odierna, al contrario, colpisce l’informazione approssimativa su ciò che ha provocato quelle morti. Un’opacità mediatica e politica incomprensibile e ingiustificabile, anche tenuto nel debito conto l’emergenza sanitaria in corso con le gravi e impellenti problematiche che pone a tutti.

Vincenzo Scalia prova a spiegare in tre punti quanto è avvenuto nelle carceri. Nel contributo Il potere e la nuda vita carceraria23 individua tre punti chiavi per leggere i fatti: l’emergenza sanitaria che ha rafforzato il neoliberismo; il rafforzamento dello stato d’eccezione e i rapporti di forza esistenti a livello politico-sociale.

Intanto il governo sta lavorando all’ennesimo, decreto-legge a copertura dei gap registrati dal precedente. Nonostante i numerosi solleciti indirizzati al Governo dai diversi esperti, tra cui il Coordinamento dei magistrati di sorveglianza (Conams) e quello dei garanti regionali e nazionale, viene introdotta a fatica una misura deflattiva che riprende la legge 199 del 2010 (cd svuota carceri) gravata da una serie di ulteriori limitazioni, oltre che la subordinazione del beneficio alla disponibilità dei braccialetti elettronici che, di fatto, non sono disponibili. Per il Conams questo provvedimento è insufficiente e richiama pubblicamente il governo a quelle che sono le priorità in relazione all’emergenza pandemica: si ravvisa la necessità dell’adozione urgente di misure serie e celeri di prevenzione e di contenimento della diffusione virale negli Istituti penitenziari, nella consapevolezza della maggiore velocità del contagio negli universi concentrazionari.

Intanto il virus entra ufficialmente in carcere24. E non è l’unico caso. Dal diario del Garante nazionale, riportati anche nell’articolo di Aliprandi, emergono almeno 10 casi ufficiali.

Il Sinappe, dirama un comunicato in cui denuncia che le misure del decretone non servono a nulla per un cura carceri. Il sindacato propone un potenziamento delle misure alternative e una politica che si appropri di quella filosofia che vede il carcere l’extrema ratio e non il contenitore del disagio sociale.

Altra questione che si registra in questi giorni, in violazione alla legge dell’8/3 in cui venivano espressamente vietati, sono i trasferimenti dei detenuti che hanno preso parte alle rivolte e non solo. Dalle testimonianze confluite nell’esposto presentato dalla Rete emergenza carcere alla Procura della Repubblica di Foggia, emergono violenze indiscriminate in tutta la sezione nel cuore della notte e di detenuti portati via in mutande, legati mani e piedi. Testimonianze analoghe si ritrovano negli altri esposti presentati.

In una intervista rilasciata a Internazionale Palma evidenzia alcune anomalie che lo hanno persuaso ad adire le vie legali. Oltre alla sostanziale omogeneità delle denunce, a convincere Palma a rivolgersi al procuratore Francesco Greco è stato un particolare insolito. Io ho accesso alla raccolta degli eventi critici che i singoli istituti comunicano al dipartimento di amministrazione penitenziaria, dice Palma, Di solito in casi del genere ci sono sempre segnalazioni che riguardano i detenuti. Spesso trovi un rapporto che magari sminuisce quello che è successo, qualcosa tipo: I detenuti non volevano rientrare nelle celle e così abbiamo dovuto usare la forza. Da Opera però sono arrivate solo segnalazioni sulle ferite degli agenti. Altro non è menzionato.

Il 18 marzo, attraverso la rete dei familiari, si ha notizia di detenuti contagiati a Voghera. Un uomo che sta in cella con altre tre persone, da giorni presenta febbre alta. Lui verrà portato in ospedale e gli altri messi in isolamento. A questo punto tutti i detenuti della VII sezione, giustamente allarmati, chiedono di poter effettuare i tamponi, anche a proprie spese, e di avere i dispositivi di protezione individuale. Alla loro richiesta è seguito un diniego e pertanto i detenuti si sono rifiutati di rientrare nelle celle. La risposta della polizia penitenziaria sarebbe stata violenta. Alcuni familiari sono riusciti a registrare le telefonate in cui veniva denunciata l’improvvisa carica in tenuta antisommossa ai danni di tutta la VII sezione; le registrazione verranno diffuse dal programma le Iene. In seguito, alcuni detenuti, individuati probabilmente come coloro che avevano fatto trapelare la notizia del contagio e del pestaggio, vengono trasferiti in altre carceri; il detenuto contagiato, Antonio Ribecco, muore venti giorni dopo nel reparto di terapia intensiva del San Carlo di Milano.

Ad eccezione delle poche testate che curano rubriche quotidiane su carcere e giustizia, come Il Dubbio, Il Riformista e -in alcuni frangenti, con posizione affatto neutrale- Il Fatto quotidiano, la maggior parte della carta stampata difficilmente tratta l’argomento carcere. Invece, in questi giorni, e in quelli successivi alla trasmissione Non è l’arena di Massimo Giletti, che ha messo sotto accusa i vertici dell’amministrazione penitenziaria e la magistratura di sorveglianza, viene dato ampio risalto alla questione penitenziaria.

Fonte. corriere.it

La conoscenza in materia di esecuzione penale nella maggior parte dei giornalisti che si sono occupati della questione è risultata approssimativa e distorta, producendo un’informazione deviata e fuorviante nell’opinione pubblica; questo ha ingenerato paure infondate spostando l’ordine del discorso, e l’attenzione dei cittadini, dall’emergenza covid 19 ad una finta emergenza mafia.

Del resto non è sfuggito un dato significativo nella tematizzazione delle notizie: mentre i titoli del primo giorno narravano le proteste e le rivolte che stavano avvenendo nelle carceri, collegandole all’emanazione del dl e alla sospensione dei colloqui, oltreché alla paura del virus-, dal 10-11 marzo in poi la prevalenza delle testate spostano l’accento su elementi altri che mettono in secondo piano le cause scatenanti le rivolte e creano allarme sociale.

Dalla lettura degli interventi di analisi delle rivolte si può ben vedere come le cause agli esperti della giustizia siano ben chiare. Come chiare sono le soluzioni da attuare che vengono suggerite al legislatore. Tutte le soluzioni formulate dagli esperti proponevano, contestualizzandole con dati alla mano, di implementare le indicazioni fornite dalle autorità internazionali e, in linea di principio, recepite dai DPCM emanati dal governo: 1) ridurre drasticamente il sovraffollamento carcerario ricorrendo agli strumenti di legge già in essere; 2) adottare gli strumenti di differimento della pena per anziani e ammalati; 3) tramutare d’ufficio in detenzione domiciliare le semi libertà già in essere; 4) ampliare la 199 senza subordinarla all’applicazione del dispositivo elettronico e ai criteri di ostatività.

Le scelte del governo, invece, sono andate esattamente nella direzione contraria andando ad operare scelte che non rispondevano alla ratio che l’emergenza sanitaria in atto imponeva ma, piuttosto, a dare all’opinione pubblica l’immagine di un governo, e soprattutto di un ministro, in regola con una sorta di certificazione mediatica antimafia rilasciata da Travaglio&Co..

Da subito viene ipotizzata una regia occulta unitaria dietro le rivolte come se radio carcere avesse diffuso l’ordine del caos. Dal segretario generale del Coisp, Pianese a Romano, segretario generale del Siulp, si parla di rivoluzione orchestrata a tavolino. Ma saranno il Fatto e Repubblica ad attestare la certezza di una regia delle mafie nelle rivolte, eseguite dalla manovalanza e in collaborazione con gli anarchici, attraverso le dichiarazioni di Gratteri, Di Matteo e Ardita. In alcune, sedicenti, esclusive rivelazioni top secret, viene ipotizzato un coordinamento tra le organizzazioni criminali25, guidato dalla ‘ndrangheta, in cui si innesta l’azione di estremisti – soprattutto anarchici – che a livello ideologico sono sempre disponibili a sovvertire l’ordine, anche se si tratta solo di una breve rivoluzione interna al penitenziario. Coordinamento questo che avrebbe organizzato la rivolta dei terzi letti.

Molto più cauti dal confermare l’ipotesi di regie organizzate sono i sindacati di polpen e gli addetti ai lavori che conoscono la realtà carceraria.

L’ipotesi è stata oggetto di indagine e si è conclusa con una bolla di sapone: i detenuti comuni non si immolano per la mafia26 e l’inchiesta stabilirà che le rivolte sono state spontanee.

A distanza di un anno ci sono decine di detenuti sottoposti ad indagine per devastazione e saccheggio; altrettante denunce sono state presentate dai detenuti per pestaggi e abusi contro appartenenti alla polizia penitenziaria. In almeno due casi, Santa Maria Capua Vetere27 e Foggia28, si narra di vere e proprie spedizioni punitive a danno di intere sezioni in momenti successivi le rivolte. E una cortina di fumo ancora sembra avvolgere Modena, Rieti, Bologna e Ancona e i loro 13 morti. Ma pian piano stanno venendo fuori le narrazioni coraggiose di chi da quell’inferno si è salvato, ma porterà per sempre impressi i volti dei propri compagni chiedere aiuto29 e morirgli davanti.

1 https://www.ekuonews.it/wp-content/uploads/2020/04/nota-congiunta-OO.SS_.-Pol.Pen_.-Abruzzo__mancatafornitura-DPI-Istituti-Abruzzo.pdf

2M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione

3G. Insolera, Declino e caduta del diritto penale liberale

4 https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/07/news/coronavirus_chiusa_la_lombardia_e_11_province_-

250570150/?ref=RHPPTP-BL-I250571072-C12-P2-S1.12-T1

5 https://www.ildubbio.news/2020/03/07/stop-ai-colloqui-scoppia-la-rivolta-in-carcere-a-salerno/?

fbclid=IwAR1O9DMuGuv_BDzQzlySG7iiS8ASKby8J0o6pBr4fKPlcrITYRt10yzKjho

6 D. Melossi, M. Pavarini, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario

7Cfr. Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura, relazione sulle carceri in Italia del 21/1/2020.

8https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/08/coronavirus-rivolte-nelle-carceri-per-limitazioni-imposte-dal-rischiocontagio-detenuti-barricati-a-modena-e-proteste-a-poggioreale/5729832/

9https://napolimonitor.it/da-dentro-a-dentro-la-pandemia-vista-dalle-prigioni-italiane/

10 https://www.ildubbio.news/2020/03/08/carceri-rivolta-modena-e-frosinone/fbclid=IwAR34dlwlCKBgf2fy8ZlqoNuJaGOWuhmK8PlF3MvhIZVZ8BxpDguyM3Q0Oxo

11https://www.ildubbio.news/2020/03/08/carceri-rivolta-ecco-le-immagini-delle-proteste/?

fbclid=IwAR1rOS7cczkOgbsMRYdn7hGRBUIQ33K0Gon15eX-YmELCJAjbEoosuhG640

12https://www.facebook.com/Ildubbionews/videos/510804289620932

13https://www.ildubbio.news/2020/03/08/allarme-coronavirus-sequestrati-due-agenti-nel-carcere-di-pavia/?

fbclid=IwAR1t64IUEiv4IPh8EISkjcBKPvY4DpwC1BlY4j3S1AIzUi8l_tV0aQXu-_w

14https://www.ildubbio.news/2020/03/09/rivolta-nel-carcere-di-modena-si-temono-sei-morti/?

fbclid=IwAR0iYHXFmukj24Xj_LbPLmKMhIquMX6KlRYqu8ZUY-PrGt0V4Op0b8Epbdg

15https://www.ildubbio.news/2020/03/09/morti-proteste-e-fughe-il-giorno-piu-lungo-delle-carceri/?

fbclid=IwAR0JWxgNVIH5Zzr-pVKJIqDRO78RJD-euDCJOR3KBL-RB2gl52AWeaHm6rE

16https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/coronavirus-rivolte-in-diverse-carceri-da-modena-a-foggia-sei-mortisequestrati-due-agenti-a-pavia_15896348-202002a.shtml?fbclid=IwAR35CxXrl40NOIIQL7G6iAwS41yYMkMHupKe7pnrq-IDPgwFSd4tUZ8k534

17https://video.gazzetta.it/detenuti-fuga-ecco-evasione-carcere-foggia/7dfdbef4-6219-11ea-bb20-9a7c1d4fcdea

18https://bologna.repubblica.it/cronaca/2020/03/09/news/modena_sei_morti_nella_rivolta_in_carcere-

250719903/#gallery-slider=250730306

19https://www.ildubbio.news/2020/03/10/rivolta-nel-carcere-di-bologna-agenti-pronti-fare-irruzione/?fbclid=IwAR3SnMZKpfI-lNjFnMXnn7GUUNZHCkd-Hpk1mVX9DLy4gPNWfddp9yFTJNw

20https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_marzo_18/carceri-quei-13-morti-le-rivolte-piu-domiciliari-chi-stauscire-7a02f69c-68e1-11ea-913c-55c2df06d574.shtml

21https://www.ilriformista.it/carceri-13-morti-e-un-gran-silenzio-come-nelle-dittature-sudamericane-61133/?refresh_ce

22https://www.remocontro.it/2020/03/15/lordine-che-produce-disordine-se-tredici-morti-vi-sembrano-pochi/?fbclid=IwAR1ZBYrLbmSAAkv05hwh1xrC1Q9wffAmRZSJ9T0HZnUtm7-ObbprGtwKYsU

23http://www.osservatoriorepressione.info/potere-la-nuda-vita-carceraria/?

fbclid=IwAR25bO4yN11o0Xx4r3dgovcTLftjj4U1ukNcHmqN0f2MdHfGDlugrw64foI

24https://www.ildubbio.news/2020/03/18/il-coronavirus-e-arrivato-carcere-ora-la-diffusione-fa-paura/?

fbclid=IwAR3WOU9jy_hxaQTfDJmh7w3mP2OlWG7tNyZrEj6whuMWZ0YyOG-xjFKkqwI

125 Cfr.

25https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/04/coronavirus-lombra-delle-mafie-dietro-alle-rivolte-nelle-carcerieseguite-da-manovalanza-ma-con-la-regia-occulta-della-criminalita/5758817/

26https://www.ildubbio.news/2020/07/07/regia-mafiosa-dietro-le-rivolte-carcere-un-vero-autogol-se-fosse-vero/

27Riflettori su Santa Maria Capua Vetere: silenzio sugli abusi a Foggia – Il Dubbio

28Detenuti picchiati, denudati e insultati: ma i media parlano di scarcerazioni (ildubbio.news)

29Pestaggi, mancato soccorso e morte: la denuncia di 5 detenuti sulla rivolta di Modena – Il Dubbio

Sandra Berardi, presidente dell'Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus attiva dal 2006, con sede a Cosenza è un'attivista politico-sociale, impegnata da oltre 20 anni a combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze che attraversano la nostra società. Una lunga militanza nelle lotte dal basso: contro la detenzione amministrativa dei migranti e per la chiusura dei CPT, ex volontaria nell'IPM di Catanzaro, ha dato vita a numerose esperienze nella sua città che ancora oggi proseguono. Il comitato di lotta per la casa Prendocasa, il comitato di quartiere Piazza Piccola, diversi spazi sociali dove si produce cultura dal basso (Centro sociale Rialzo, Auditorium Popolare, Casa di Quartiere). Abolizionista convinta, ritiene che il carcere sia una parte del problema e non la soluzione. Crede profondamente che il male e il crimine, possano sconfiggersi solo attraverso un profondo cambiamento dei paradigmi socio-economici e culturali della società che rimettano al centro il benessere di ogni individuo in una dimensione collettiva dove ognuno e ciascuno ha pari diritti e possibilità di accesso alle risorse universali di tutti gli altri.

Post a Comment