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Intersezionale

La violenza che non vogliamo vedere

Non ho mai visto altra violenza che quella fisica.

Prima di avvicinarmi al femminismo e cominciare un percorso di consapevolezza, avevo una visione del mondo completamente distorta. Era un mondo a metà, un mondo che si posava su costrutti sociali che avevo interiorizzato e fatto diventare veri, solo perché nessuno mi aveva mai raccontato che esistevano narrazioni diverse. Così io, complici negligenza e pigrizia, avevo deciso che quella predominante era la narrazione che avrei accettato.

Quando ho iniziato ad aprire gli occhi, avevo paura che fosse troppo tardi. Invece ho scoperto che non è mai tardi per ricominciare.

Ci insegnano sin da bambine cosa dobbiamo fare per evitare qualsiasi problema, per non inciampare in alcun impedimento o deviazione. Ci insegnano a schivare colpi, ma in che modo? Dandoci regole, consigli o imposizioni su come non essere provocanti: siamo noi il potenziale problema che scatena la reazione irreversibile dell’uomo in questione. E se invece insegnassimo proprio a quell’uomo quali siano le modalità migliori per educarsi al rispetto? Se educassimo al rispetto e non alla prudenza? La violenza, come dicevo, è sempre stata narrata come un fenomeno evidente, tangibile: se non vedi un graffio, allora è una bugia.

Lungi da me voler fare gerarchie tra violenze (è proprio questo che voglio smontare), ma ciò che credo sia importante ribadire è proprio quanto invisibilizzate siano le altre forme di violenze e microviolenze che ogni giorno vengono perpetrate a danno di donne, persone non binary, persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ soltanto perché considerate minori o, ancor peggio, relegate all’angolo.

In una società patriarcale che predilige una narrazione escludente, porre l’attenzione su quanto la violenza sia ampia e diffusa è un dovere sociale: la violenza fisica assume varie forme (da strattonamenti, schiaffi, fino a tentati omicidi, stupri e violenze sessuali), così come quella psicologica che interviene sulla salute mentale della persona coinvolta.

La violenza si manifesta però in molteplici forme: è violenza economica quando ila partner controlla le tue entrate e ti impedisce di gestire le tue entrate, è catcalling quando qualcun* per strada ti fa complimenti non richiesti, ti segue o ti dice le parole peggiori perché, guarda un po’, non hai accettato i suoi apprezzamenti.

E’ revenge porn quando qualcun* diffonde materiale personale senza il consenso della persona coinvolta/ritratta. E’ slutshaming quando qualcun* ti giudica e verbalmente ti molesta perché, nella sua testa, i tuoi comportamenti e le tue abitudini sessuali sono irrispettose e indecorose oppure quando vieni insultat* attraverso l’utilizzo di parole come “troia”, “puttana”, che nel gergo comune hanno un’accezione negativa.

E’ violenza verbale ogni volta che qualcun* si rivolge a te giudicandoti, trattandoti come una persona inferiore solo perché hai espresso disappunto oppure ancora quando sui social ti arrivano messaggi sessualmente allusivi soltanto perché sei padrona del tuo corpo e lo mostri perché ti autodetermini. Bastano poche righe per portare alla luce fenomeni che purtroppo ogni giorno continuano ad accadere, resistono perché le voci che li giustificano sono ancora troppo più alte delle voci che li denunciano.

Secondo un’indagine condotta dal gruppo statunitense anti violenze “Hollaback!”, assieme alla Cornell University, che ha coinvolto 22 paesi nel mondo, emerge che l’84% delle donne intervistate ha subìto molestie per strada prima dei 17 anni. Inoltre, in Italia l’88% delle donne dichiara di aver subìto episodi di violenza verbale. È necessaria una riflessione profonda e radicale sul significato che attribuiamo alla parola violenza e su quanto si senta la necessità di validarla, anziché credere e capire l’esperienza della persona coinvolta.

Perché lo slutshaming non è percepito come una violenza? Perché in una società sessista, sessuofobica e patriarcale la condotta sessuale di una donna è ancora vista come una discriminante di una buona o cattiva condotta.

Pertanto, se una donna vive liberamente la sua vita sessuale e per questo viene definita “troia”, l’opinione pubblica non riconosce in questo una violenza perché alla donna spetta mantenere un profilo basso ed essere pudica, sempre.

Perché non riconosciamo la violenza psicologica? Perché sin da piccoli ci viene insegnato a tollerare ogni sopruso e ogni comportamento abusante, come l’eccessiva gelosia e la denigrazione in una relazione (di qualsiasi tipo). Questa riflessione mi porta a un’amara conclusione: ogni tipo di violenza che viene perpetrata nel silenzio assordante della società, è una violenza che nasce dalla mancanza di educazione.

Le violenze che ogni giorno vengono maturate e portate avanti sono la punta dell’iceberg di una mancanza di equità, parità e giustizia sociale; una persona non può essere coinvolta in un episodio di violenza e, addirittura, sentirsi anche colpevole di ciò che è accaduto. Non spetta alle persone coinvolte il compito di educare, ma allo Stato e alla collettività, prima di tutto validando le esperienze di ognun*.

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