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G8: L’arte della guerra, l’assedio e le manganellate

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Illustrazioni di Arcangela Dicesare @caralegnaegliscarafaggi

“Se conosci il nemico e conosci te stesso, non hai bisogno di temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso, ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta soffrirai anche una sconfitta. Se non conosci te stesso né il nemico, soccomberai in ogni battaglia.”

Sun Tzu, L’arte della guerra

Mio padre amava i film western. Di tutti i tipi, anche quelli all’italiana. Accadeva che, quando eravamo di fronte alla tv con cowboy e indiani che se le davano di santa ragione e appariva un cavallo bianco solitamente montato dal protagonista buono, lui si bagnava il pollice della mano destra e andava a inumidire il palmo della sinistra. Stretto poi il pugno della destra, lo batteva sul palmo dell’altra mano. Diceva che portava fortuna. Io lo imitavo solo quando ero con lui in quelle visioni piene di spari e morti innocenti ammazzati malamente. Nel sogno il cavallo bianco galoppa nella nebbia verso di me che sono a terra, sdraiato.

È luminoso, tanto da irradiare il proprio biancore nella foschia in cui è avvolto. È imponente. Alla sua vista faccio il gesto di buon augurio, come avrebbe fatto mio padre, come ho fatto centinaia di volte. Il cavallo è minaccioso, quando è a pochi passi da me il suo sbuffo caldo sul viso mi intimorisce. Pochi istanti dopo, si allontana per darmi tregua e la minaccia si allontana insieme alla sua corsa. Sparisce in una nebbia grigia, inquinata. Provo ad alzarmi per raggiungerlo e conoscere la sua direzione. Il timore si è placato, la furia che avvertivo ora è lontana. Poggio la mano sull’asfalto e faccio forza ma il corpo è pesante, vuole rimanere a terra ed è come una zavorra da sollevare. La nebbia si dirada e ora vedo il cavallo steso a terra che sembra dormire. Il suo biancore però continua a illuminare debolmente la nebbia intorno e posso vedere Luca e Paola che toccano il pelo dell’animale. Luca mi dice che è morto e mi indica i buchi di pallottola disseminati sul suo corpo. I due, di spalle, maneggiano il sangue che scorre a rivoli dal corpo del cavallo verso me e si imbrattano il volto a vicenda, sembrano giocare. Gli urlo di smetterla, ma loro due continuano con quel rito mentre provo a fuggire.

“Mi sa che in quanto a rispetto dei principi dell’Arte della guerra, siamo stati scarsi”. La battuta di Paola mi arriva ovattata. Durante gli studi sulla Resistenza, Paola ogni tanto citava passaggi del manuale di Sun Tzu, il grande generale e filosofo cinese vissuto tra il IV e V secolo a.c.; lo faceva soprattutto quando all’università si avvicinavano manifestazioni che reputavamo azzardate o a rischio di scontro con la polizia. Diceva di essere un’esperta del libro e sosteneva provocatoriamente che i limiti del movimento studentesco fossero anche di tipo militare. Lei faceva l’esperta di cose belliche, io giocavo a fare il politico esperto.

Apro gli occhi e subito fatico a respirare, mi proteggo dai raggi del sole che mi accecano. Ho il corpo intorpidito, la testa mi scoppia. Mauro e Paola mi guardano come se avessi tre occhi e una coda. “Oh, tutto bene? – continua lei col solito sorriso sarcastico – il sasso che ti ha preso, si vedeva dal satellite, come hai fatto a non intercettarlo?”. Mi risveglio preso a schiaffi dalla sua ironia sempre fuori luogo, mentre, tutto intorno, i suoni e i colori della battaglia ritornano vividi. “Tutto bene, e pensare che prima di vederti ero pure preoccupato per te, ma già me ne pento. Che è successo? E che ne è stato del plotone di celerini che ci stava investendo?”.

“La polizia oltre le manganellate, si è messa a tirare sassi, uno ti ha centrato in pieno. Il plotone che marciava come composto da marines assatanati è stato caricato ai lati da altri compagni e si è messo a rincorrerli. Prima però qualcuno di loro ha pensato bene di spaccarti la testa. Se te la senti dobbiamo muoverci, il grosso dello spezzone è di ritorno al Carlini e qui, come vedi, si continua a ballare” dice Mauro, porgendo la mano su cui faccio leva per alzarmi. Sento le gambe molli ma prendo velocemente coscienza di dove mi trovo. Il fumo dei lacrimogeni, mischiato a quello denso e chimico del mezzo blindato incendiato, rende l’aria della piazza ancora irrespirabile e filtra la messa a fuoco dello spazio circostante.

A destra intravedo i tunnel che passano sotto le rotaie, davanti a me l’imbocco della prosecuzione di Tolemaide, lì dove le divise dei Carabinieri avevano causato lo scontro. In più punti, sparse e sfocate, luci di fuochi di cassonetti e macchine incendiate. Sagome di persone con caschi in testa e mascherine da cantiere o antigas con addosso brandelli di protezioni in gommapiuma corrono per scomparire nella nebbia e lanciare oggetti verso i celerini; poco dopo riappaiono per rifornirsi, attaccare e sparire di nuovo. Intorno esplosioni di lanci di granate lacrimogene: il lampo da dentro il muro ovattato, pochi istanti e arriva il bossolo metallico con la striscia di fumo biancastro attaccata, come la coda di un razzo. A volte è lontano dal nostro gruppo, a volte ci sfiora o cade a pochi passi. Sull’asfalto una tubatura rotta ha creato piccolo ruscello che attraversa la strada, dalle scarpe bagnate sale un refrigerio misto a vapori acidi.

L’obiettivo di assediare la zona rossa è saltato e ora ci troviamo in un limbo: restare sul campo e tenere occupate le forze dell’ordine per favorire la ritirata oppure radunare più persone possibili e continuare ad avanzare per raggiungere la meta che ci eravamo dati. Da qualche luogo di comando avevano deciso di aggredire lo spezzone dei “disobbedienti” autorizzato a raggiungere il limite della zona di sicurezza, quella parte circoscritta della città dentro la quale si svolgeva il summit degli otto paesi più industrializzati del mondo. Tra noi, quella ad avere le idee più chiare è Paola e, da come le comunica, sembra aver deciso per tutti.

“Andiamo, avviciniamoci il più possibile. Sono venuta a Genova per assediare quei bastardi e questo dobbiamo fare” parla e si riassetta l’armatura che somiglia a quelle dei Samurai. A casa sua, mentre studiavamo, poteva accadere di trovarla intenta a scarabocchiare sui fogli quadrettati del suo block notes: componeva figure stilizzate di antichi guerrieri giapponesi con tanto di armatura tradizionale. Tra le imprese dei partigiani e la Costituente, la sua mano tratteggiava strategie di assedio alla zona rossa e formule creative per proteggere il corpo dalle manganellate. “La mia sarà così” mi disse una sera, stanchi morti per lo studio e intontiti dalle canne che mal si conciliavano con esso. Sul foglio comparivano, insieme ai bozzetti di prova dell’armatura, due figure umane protette da elmetti. “Allora… – attaccò soddisfatta – questo è un do, un’armatura giapponese, ma fatta con bottiglie di plastica unite da colla e scotch. E come vedi ho fatto pure il kabuto, l’elmo dei samurai… samurai di alto rango, eh. Questo lo faccio con un casco da moto non integrale e il paracollo con delle lastre di plexiglass, o anche cartone”.

Su via Tolemaide ormai si vedono solo i segni della battaglia, residui di tutto ciò aveva rappresentato l’estetica simbolica della disobbedienza: placche e scudi di plastica, caschi e maschere per proteggersi dai gas. Il deposito sconfitto di quella visione disseminato a terra, le sue tracce portano a centinaia di corpi lontani stremati dalle cariche e in ritirata, fino al culmine della salita.

Raduniamo qualche oggetto utile alla difesa personale, frughiamo negli zaini per assicurarci di avere acqua sufficiente, ci rimettiamo in testa i caschi che il caldo e i fumi tossici avevano reso opprimenti. Ancora stordito e dolorante penso solo al modo più veloce per raggiungere lo stadio da dove siamo partiti, penso alla ferita che va curata, a mia madre da avvisare che sto bene, che sono vivo. Vorrei ritrovare i compagni con cui sono partito, sapere come sta Luca e se ci sono altri feriti o altri morti, sapere in quale abisso siamo precipitati misurandolo con i numeri del sacrificio umano. Sapere di lui, del ragazzo ucciso, dei suoi genitori.

Missione fallita, disobbedienza fallita, penso, si torna a casa, si torna alle vecchie maniere. Mauro è accucciato accanto a me e dopo essersi strofinato gli occhi, indossa gli occhiali da nuoto che aveva durante il corteo. Si avvicinano altre persone, prima impegnate negli scontri, chiedono notizie sul ragazzo morto, alziamo le spalle, altri vengono a sincerarsi delle mie condizioni, si forma un piccolo gruppo. Quanti siamo ora qui, fermi con i piedi nell’acqua del ruscello che continua a scorrere sull’asfalto, sei, sette? Sembriamo reduci, soldati nel momento del riposo dopo una battaglia, sbandati che si concedono una tregua, segnati dalla tensione tra il richiamo salvifico della ritirata e un desiderio che inizia a masticare la parola vendetta.

Senza neanche scambiarci una parola, seguiamo Paola e la sua sagoma samurai, ormai è nella nebbia, a un passo dallo scomparire.

Quattro mesi prima…

“Che c’è Zecca, che c’è? Ti hanno lasciato solo? Vuoi un po’ di latte? Lo vuoi?”. Zecca si avvicina sospettoso, forse sorpreso quanto me dal tono delle parole che mi esce inaspettatamente sdolcinato; gli occhi desiderosi e guardinghi, rivolti alla ciotola che gli porgo con cautela. Alla fine cede del tutto scondinzolando. Lo accarezzo mentre beve e non mi accorgo della presenza di Ida che, poggiata allo stipite della porta, subito attacca: “Hai iniziato a fatte ‘na droga che fa diventare buoni?”. Alzo lo sguardo imbarazzato, Zecca fa lo stesso, ma in lui c’è un di più di tensione, come se fosse stato scoperto mentre commette chissà quale guaio. “Voglio solo essere gentile col tuo cane, prima che sparisca anche lui”.

Mi pento subito per quell’affondo, ma Ida sembra non aver colto la mia allusione e si ritira nella sua casa, lasciandosi dietro la scia di quello che sembra un primo segno di disgelo: “Vedo che stai a ritrova’ la bussola. La bussola è tutto, non la riperde”. Zecca riprende a bere, non prima di aver scambiato uno sguardo che mi sembra complice e insieme rassicurato. “Non ti ci abituare, eh”, concludo ritirandomi nella mia stanza. Provo a dormire dopo un pomeriggio passato alla manifestazione per chiedere la liberazione dei tre militanti dei centri sociali arrestati per una rissa con i fascisti al quartiere Pigneto.

L’intero movimento delle occupazioni, insieme a quello delle tute bianche1, aveva reagito in massa a quella che avevamo definito una provocazione di Alleanza Nazionale in un quartiere popolare: pensavano di aprire una nuova sede politica di estrema destra e che sarebbe andato tutto liscio. Torno stanco, ma soddisfatto e sorpreso della partecipazione, non mi aspettavo una riposta tanto coinvolgente. Solo pochi anni prima ci saremmo trovati in poche decine di militanti, ora vedo che qualcosa sta cambiando, sento una tensione diversa, pure le persone sono diverse, molti i giovani e più decisa la volontà di comunicare all’esterno, oltre alla rete già organizzata della sinistra dei centri sociali. Mi sveglio con la telefonata di Mauro, dice che ha urgenza di parlarmi: “Dobbiamo fare una riunione sull’immigrazione, muovi il culo; ce la fai a stare al Bar Marani tra mezz’ora?”. Bofonchio qualcosa che somiglia a “Dammi il tempo di prepararmi”, mentre già immagino il motivo dell’incontro: la preparazione della mobilitazione per la chiusura dei CPT2. Sono settimane che se ne parla e si sta cercando di mettere insieme una delegazione che comprenda anche parlamentari e consiglieri comunali. Ci sarà stata una svolta nelle loro disponibilità e si parte, penso.

Al Bar Marani la luce dei lampioni trapela dagli intrecci di rampicanti che copre il giardino esterno, inizia a fare freddo. Ci raduniamo seduti in circolo, oltre a me e Luca, ci sono Mauro, Marzia e una decina di persone che non conosco, una per ogni centro sociale che ha dato la disponibilità all’azione dentro il CPT di Ponte Galeria. Birre, campari e sigarette iniziano ad affollare i tavolini intorno ai quali prende forma l’idea di assediare la struttura detentiva per migranti.

Assedio esterno usando le forme della disobbedienza, quindi scudi di plexiglass e “gommoni” per premere sullo schieramento delle forze dell’ordine, e delegazione interna accompagnata da parlamentari e consiglieri di Rifondazione Comunista per verificare le condizioni delle persone recluse. È di Mauro l’idea di incatenarci una volta dentro, facendo entrare le catene tramite i parlamentari che sicuramente non saranno perquisiti, l’idea passa all’unanimità. Mauro è un po’ la mente organizzativa – una volta si sarebbe detto “militare” -,della rete dei centri sociali che si riconosce nella disobbedienza civile. L’ultima volta che ho avuto a che fare con la sua creatività è stata in vista dell’occupazione di un palazzo per farne la casa dei rifugiati, dal momento che Roma era diventata il punto di passaggio dei profughi kurdi in fuga dalla Turchia che vivevano in una tendopoli vicino al Colosseo. Avevamo quindi pianificato l’occupazione di un palazzo abbandonato nel centro di Roma.

La sera prima, alla riunione preparatoria, Mauro si era presentato con un panno verde e tre scatole con dentro giocatori di calcio in miniatura. Lo aveva steso sul tavolo e sopra aveva messo una trentina di calciatori stilizzati. “Appena dentro il palazzo, quindici di noi si dispongono fuori a semicerchio a protezione, in vista dell’arrivo della Polizia”. I giocatori dell’Olanda eravamo noi, in tenuta arancione. “Quando arrivano con i blindati arretriamo…” ed ecco disposti sul campo da gioco gli omini in tenuta calcistica con i colori blu della Scozia, la Celere. Eravamo rimasti appesi alla sua fantasia logistica per un momento, affascinati e attoniti, lo avevamo lasciato parlare e poi era partita una risata fragorosa. Era rimasto a bocca aperta, paonazzo, stupito della nostra reazione, con in faccia una smorfia infantile di delusione. Alla fine la storia non è mai quella spalmata in un campo di calcio finto. Avevamo occupato in tutta tranquillità, ma i giocatori della Scozia erano entrati di notte a portare via quelli dell’Olanda in formazione ridotta.

“Ci staranno addosso, ovvio, ma appena si distraggono prendiamo le catene, il lucchetto e via!”, continua Mauro, a conclusione dell’incontro. “E vi si bevono tutti!” chiosa Paola con voce divertita. La sua battuta mi arriva alle spalle, chissà da quanto tempo è lì ad ascoltare, penso. Dopo aver fatto il giro del circolo mi guarda e fa, noncurante degli altri: “Ora pensiamo alle cose serie. Ci andiamo a fare una birra appena hai finito di giocare?”. Come se mi avesse chiamato ad un compito superiore, mi congedo con un “Scusate, il dovere mi chiama. Contatemi tra i potenziali non bevuti, starò fuori coi gommoni e il resto”. Mi allontano con lei, lungo la colonna vertebrale sale una sensazione nuova, un formicolio freddo che mi arriva fino alla nuca. Vorrei dirglielo, ma temo la sua reazione dissacrante, temo mi dica continuando a passeggiare, come niente fosse: “T’emoziono. Che sarà mai”. Ci incamminiamo lungo via dei Volsci; prima di entrare nella prima birreria incontrata, mi prende per il bavero del cappotto, si abbassa gli occhiali e mi fa “se stasera mi parli di Federica, ti accanno qui”. E’ seria stavolta.


1Le Tute Bianche sono state un movimento sociale italiano, attivo dal 1994 al 2001. Appaiono per la prima volta in Italia nel settembre del 1994, durante una manifestazione milanese dei centri sociali, in opposizione allo sgombero dello storico centro sociale Leoncavallo. Il movimento ha tratto un forte riferimento sia in termini simbolici che politico-culturali dall’insurrezione Zapatista del 1994 in Chiapas.

2 I Centri di Permanenza Temporanea (ovvero CPT), ora Centri di Identificazione ed Espulsione (in acronimo CIE), sono strutture previste dalla Legge italiana istituite per trattenere gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Essi sono stati istituiti in ottemperanza a quanto disposto dall’articolo 12 della Legge Turco Napolitano. A partire dalla loro istituzione, nel 1998, il movimento antirazzista e della Sinistra sociale e politica ha dato vita a numerose iniziative di protesta per pretendere la loro chiusura, in quanto definiti luoghi di privazione dei diritti fondamentali.

Comments (1)

  • Roberta

    Breathtaking…!

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