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SENZATETTO MA NON SENZA DIGNITA’

I numeri dei senzatetto sono in crescita, complice la pandemia che ha ridotto le possibilità di accesso alle strutture di assistenza e reso meno praticabili luoghi improvvisati per dormire, ma anche per una crisi economica tagliente, che sta mostrando i primi effetti nefasti soprattutto a carico di chi vive ai margini, di chi non ha un lavoro garantito ed è sottoposto a difficoltà economiche importanti.

Si parla di oltre cinquantamila persone in Italia che stazionano nelle strade, sotto i portici, negli anfratti delle nostre grandi città. Numeri impressionanti che mettono in difficoltà le amministrazioni comunali e ai quali è sempre più difficile capire come fornire adeguate risposte.

Oggi è impensabile affrontare questo problema senza una interlocuzione strettissima con chi conosce da vicino queste persone (perché di persone si tratta!); conosce le loro storie, conosce le diversità perché ciascuno rappresenta un caso a sé, una peculiarità, nelle motivazioni, nelle condizioni sociali ed economiche, nelle condizioni psichiche e psicologiche, nelle dipendenze. Parlo delle persone che operano a contatto con i senzatetto, parlo del lavoro insostituibile e meritorio di tante associazioni laiche o religiose (cattoliche e non) che rappresentano un appiglio, un sostegno, una speranza, una mano che si allunga nei confronti di chi non ha casa, non ha tetto e, spesso, non ha affetti cui riferirsi se non in alcuni casi un cane che li accompagna nel vagare da un giaciglio all’altro.

Mentre molti nel lockdown di marzo 2020 cantavano dai balconi in nome dello slogan “Io resto a casa”, alcuni, molti, la casa dove stare non l’avevano e non l’hanno.

Proprio la pandemia ha messo in luce la fragilità ulteriore del nostro sistema. Distanziamento, uso di mascherine e igienizzazione sono diventati il mantra di questi 12 mesi; tutti provvedimenti impossibili da realizzare per chi vive senza una casa, senza un euro, senza un aiuto. L’isolamento dei positivi e il tracciamento dei contatti hanno dimostrato di essere la chiave per affrontare il contagio. Provvedimenti anche questi inattuabili per chi frequenta dormitori o, peggio, per chi utilizza come dormitorio il suolo pubblico.

La realtà è che le necessità di distanziamento e di messa in sicurezza, hanno condotto le strutture ad una riduzione dei posti letto e, in alcuni casi, alla chiusura con una diminuzione netta della capacità ricettiva e una riduzione dei servizi.

Il caso Torino nelle settimane scorse ha acceso di nuovo i riflettori su quanto sta accadendo, mostrando appieno l’impossibilità di affrontare questa vicenda con provvedimenti semplici e semplicistici come allontanare dal centro i senzatetto o, peggio, buttando nei cassonetti della spazzatura le loro coperte e i loro giacigli improvvisati. Oppure tentando di vietare di fare loro la carità; una bestemmia civile a mio modesto avviso. In questo caso – come in altri – i provvedimenti repressivi non fanno che aggravare la situazione invece di migliorarla. Ben inteso: il caso Torino non è che l’ennesimo dato che molte amministrazioni, di ogni colore politico, hanno scelto di approvare ordinanze antiaccattonaggio o di emanare provvedimenti di allontanamento dei senzatetto dalle aree centrali in nome del decoro. Il risultato in tutti i casi è stato quello di costringere questi disperati a trovare nuove collocazioni in altre aree delle città, spesso più esposte al freddo, per poi tornare nelle zone del centro quando le acque si siano calmate.

Non si tratta tuttavia di affrontare tutto questo con il solo riflesso solidaristico e (come direbbe qualcuno) “buonista”. Si tratta di affrontarlo razionalmente, consapevoli di avere di fronte un problema complesso che impone soluzioni complesse, partorite da un insieme di soggetti in un lavoro comune. Si tratta di non lasciare semplicisticamente la “soluzione” a chi gestisce l’ordine pubblico o a chi si preoccupa del decoro urbano. Se non altro perché prima del decoro urbano esiste il dovere di essere umani, il decoro umano.

Da queste premesse risulta evidente che la concertazione degli interventi con le associazioni sia il passo essenziale. Un intervento che, a seconda dei casi, deve prevedere un supporto psichiatrico o dei Servizi tossicodipendenze (SerT) o i Servizi per le Dipendenze patologiche, dei servizi sociali e di chi, in ogni comune, si occupa di assistenza e dormitori e delle proprietà comunali, in molti casi con spazi non utilizzati da tempo. Possibilmente, quando si tratta di grandi città, non limitandosi ai confini comunali ma coinvolgendo anche i comuni dell’intera area metropolitana, aumentando in questo modo le disponibilità di posti letto e di risorse. Perché, se è vero che la gran parte dei senzatetto occupa le vie dei centro città, è altrettanto vero che la soluzione deve essere realizzata in modo condiviso dall’intero territorio, da una intera comunità che deve farsene carico.

Si tratta a mio avviso di un aspetto centrale per ogni amministrazione, per ogni giunta comunale, soprattutto in un periodo come quello che vivremo dove la peggiore crisi economica dal dopoguerra ad oggi farà sentire i suoi effetti, spingendo oltre la soglia di povertà molte persone, molte famiglie. Nelle nostre città i danni sono già diffusamente visibili e sono quantificabili dal numero di pacchi alimentari – distribuiti dai comuni e dalle associazioni di volontari – che sono in continuo aumento e che vanno a beneficio di chi ha perso il lavoro in questi mesi e non sa più come fare. Nei prossimi mesi possiamo esser certi che il problema dei senzatetto crescerà e le risposte non potranno certo essere la repressione.

In Europa un Paese che ha invertito la tendenza all’aumento dei senzatetto in strada (prima della pandemia) è stata la Finlandia che, con il progetto “Housing First”, finanziato in alleanza tra pubblico e privato, dallo Stato, dai Comuni e da organizzazioni non governative, ha deciso di dare una casa a molti clochard, senza condizioni. La casa come elemento iniziale di un percorso di recupero e reintegrazione nella società e non come elemento da raggiungere alla fine dell’intervento.

La Finlandia non è l’Italia, lo so benissimo. E conosco benissimo le difficoltà politiche connesse a questa proposta e le critiche a cui una idea del genere sarebbe sottoposta nel nostro Paese, a cominciare dalle dinamiche sempre molto difficili collegate alle case popolari e alle lunghe liste d’attesa e ai contrasti che ne conseguono.

Ma una certezza ce l’ho: quella che la povertà si affronta, anche con provvedimenti innovativi e impopolari, mettendo al centro le persone e la loro dignità, i loro bisogni. Non si affronta di certo nascondendo i poveri sotto il tappeto per non farli vedere.


Coronavirus e senzatetto: una criticità che ricade su Comuni e Regioni – la Repubblica

https://www.ilpost.it/2019/06/04/finlandia-senzatetto/

https://www.lastampa.it/la-zampa/cani/2021/02/03/news/torino-e-la-guerra-strisciante-ai-senzatetto-niente-elemosina-o-vi-requisiamo-il-cane-1.39852845

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