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Non alzarsi dal letto

Come lanciamo un mattone contro la vetrina di una banca se non possiamo alzarci dal letto?

Illustrazione in copertina di Elia Nadie

Durante le proteste di Black Lives Matter a Los Angeles del 2014, Johanna Hedva, artista e attivista, si trovava a letto, bloccata da un’endometriosi che non la faceva camminare. Ascoltava i cori che venivano dalla strada, alzava il suo pugno debole in aria e si chiedeva come si fa a lanciare un mattone contro la vetrina di una banca se non ci si può alzare dal letto.

Qualche anno più tardi, nel 2017, seduta sul divano di una casa nella periferia veneta, una dottoranda, io, ascoltava la storia di una persona lesbica e malata cronica che raccontava di come fare attivismo LGBTQ+ fosse ormai diventato impossibile.

Pochi mesi dopo, in una terrazza di un bar a Lisbona, ascoltavo storie simili da Lia e da Julia. Lia avrebbe voluto marciare al Pride, ma il percorso non era accessibile per chi, come lei, cammina con un bastone di supporto. Julia, con un’asma grave, aveva smesso di far parte di un collettivo LGBTQ+ quando tutt* si ostinavano a fumare alle riunioni nonostante le sue ripetute richieste di non farlo.

Ho ripensato spesso, nei primi mesi di pandemia, a Johanna Hedva, alle storie raccolte, al significato stesso di attivismo. Pensavo, sarà che ora che non si può uscire nelle strade, fare rumore in piazza, ora che non si può essere fisicamente presenti, si scoprirà finalmente che ci sono tanti modi per alzare la voce? Sarà che quando tante persone si ritrovano più fragili diventano anche più consapevoli delle fragilità altrui?

(Ora lo so, ero tra le molte persone ingenue che davvero hanno creduto in una possibile svolta.) Eppure se stiamo in un momento in cui ridefiniamo tutto, dobbiamo interrogarci su come ridefiniamo quello che fino al 2020 era lo spazio di lotta: che cos’è diventato, oggi? Come lo rendiamo accessibile, inclusivo, attento? Come portiamo le pratiche di cura, su cui ci stiamo scervellando e stiamo versando fiumi di inchiostro, nei nostri spazi di attivismo? In altre parole, su cosa lavorare perché agli spazi di attivismo possano accedere, se lo vogliono, anche Julia, Lia e tutt* l* altr*?

Sul fronte dell’attivismo LGBTQ+, la parola d’ordine è stata spesso quella di creare luoghi “safe”, luoghi sicuri. Eppure, col tempo ci si è res* conto che ogni volta che proviamo a creare luoghi sicuri contribuiamo, volontariamente o involontariamente, a riprodurre altre forme di esclusione. È stato così negli spazi separatisti lesbici, che escludevano donne trans. È così negli spazi trans, quando non includono persone non-binarie o questioning. Senza contare l’esclusione quasi atavica vissuta dalle persone bisessuali negli spazi molto L e G e poco B.

Tuttavia, i luoghi sicuri li fanno le persone che li attraversano, o almeno, così insegnano le pratiche transfemministe più recenti: quindi, il presupposto per creare luoghi sicuri è che ci siano le condizioni per attraversarli. E qui torniamo alla domanda di Hedva: come facciamo a contribuire se non siamo nelle condizioni per esserci, in quelli spazi, o se quegli spazi non sono accessibili per noi?

Una questione, quindi, è cominciare a ragionare profondamente e criticamente su quanto sono accessibili gli spazi di attivismo LGBTQ+ per le persone con disabilità, con malattia cronica, neuroatipiche, con malattia mentale e con corpi che non si conformano alla norma celebrata e riprodotta anche negli spazi queer. Su questo, timidamente, a macchia di leopardo, ci si comincia ad interrogare, almeno dal punto di vista teorico: ormai è chiaro che non si può più parlare di intersezionalità e ignorare l’abilismo. Tuttavia, è importante ricordarci che accessibilità non significa quello che la maggior parte di noi pensa significhi: l’accessibilità non è una rampa, o meglio, non è solo una rampa.

Intervenire sull’accessibilità e rendere il nostro attivismo quotidiano accessibile richiede prima di tutto di fare uno sforzo che a chi ha molti privilegi può apparire gigantesco: riconoscere i propri privilegi, smontarli, accettare che il terreno sotto i piedi ci tremi, e poi, da lì, cominciare davvero. Siamo tutt* molto brav* a riconoscere che l’abilismo è una questione seria, ma quante volte diciamo “Sono un po’ autistico in questa cosa” o ci scazziamo se ci chiedono di non fumare in uno spazio autogestito?

Accessibilità riconduce anche all’idea di fare spazio: di aprire il proprio territorio, lasciar cadere alcune barriere, per permettere ad altr* di entrarci e di trasformarlo insieme a noi. Spesso, si fanno degli adattamenti allo spazio solo quando c’è una persona che ne ha bisogno: l’accessibilità è spesso trattata come una questione di necessità puntuale. Invece, è una questione a priori: rendiamo i nostri spazi accessibili ancora prima di sapere se qualcuno ci vorrà venire, qui. Perché se noi li apriamo, magari qualcuno si unirà. Se c’è la piattaforma che lo riconosce, anche il pugno alzato dal letto cambia le cose.

Infine, per rendere i nostri spazi accessibili, rendiamoci conto che alcune delle cose che la pandemia ci ha portato a fare sono richieste che da anni vengono formulate dall’attivismo disabile, cronico e malato. La flessibilità negli orari, la fruizione di cultura e arte anche attraverso formule alternative alla presenza, le modalità di condivisione in remoto, l’assistenza psicologica telefonica, le reti di cura di quartiere. Invece che domandarci quando finalmente sarà tutto finito e potremo riaprire i bar e ricominciare a fare le assemblee di cinque ore in spazi fumosi e le serate danzanti inaccessibili a chi ha un bastone, chiediamoci come possiamo fare tesoro di queste schiaffate di cambiamenti che, nel bene o nel male, ci han richiesto di adattarci.

Chiediamoci se questi nuovi strumenti possono essere uno stimolo a cambiare pratiche che non cambiano da anni solo perché è così che da anni si fa (tipo il volantino ciclostilato in font numero 8). Non si tratta di celebrare una nuova era in cui tutto è finalmente diventato virtuale: però, sì, di provare a fare un ragionamento di lungo termine, un passo più lungo del temporaneo, prendere la palla al balzo e integrare nelle pratiche di attivismo ciò che all’improvviso è diventato parte del quotidiano.

Le persone che fanno la lotta dal letto, con il pugno alzato al soffitto, c’erano anche prima della pandemia, ma forse negli spazi LGBTQ+ non sempre ci arrivavano. Continuano ad esserci anche ora e continueranno ad esistere nel futuro: rivediamo le nostre modalità e facciamo in modo che quei pugni alzati non si perdano nel vuoto.

sociologa, ricercatrice del progetto "Chroniqueers" - chroniqueers.it

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