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LA STRAGE DI AYOTZINAPA: violenza, impunità e corruzione

Immagine di yabastaedibese.it

AYOTZINAPA SOMOS TOD*S

A sette anni dal caso Ayotzinapa, che scosse il mondo intero, padri, madri, figli*, mogli, mariti, amic*, non hanno ancora la minima idea di dove possano essere finiti i loro cari e non sanno, o meglio, non hanno avuto la conferma ufficiale di chi possa essere stato e del perché.

17:30 – Il pomeriggio del 26 settembre 2014 i ragazzi della Scuola Rurale Isidro Burgos, ad Ayotzinapa, partono con due autobus: il N. 1568, che si ferma al casello di Iguala e l’altro, il N. 1531, che si apposta davanti al ristorante La Palma: l’obiettivo è raccogliere donazioni e sequestrare altri autobus per recarsi alla manifestazione commemorativa della strage di Tlatelolco del 2 ottobre 1968. Mi preme da subito sottolineare che il sequestro di autobus da parte degli studenti delle scuole rurali in Messico è una pratica da sempre diffusa e quasi necessaria: lo Stato centrale e i governi locali infatti non supportano in alcun modo le esigenze di trasporto con cui rendere possibile lo svolgimento di attività extra scolastiche non lasciando loro, dunque, grandi alternative al sequestro. Il perché lo vedremo dopo.

17:59 – Il centro di controllo, comando, comunicazioni e calcolo (C-4, che coordina autorità municipali, statali e federali contro la delinquenza condividendo informazioni tramite la linea telefonica 006) di Chilpancingo, notifica al C-4 di Iguala, che 100 normalistas (gli studenti) stanno uscendo da Ayotzinapa.

20:30 – Ai ragazzi che si fermano al casello di Iguala non va benissimo; infatti, notano che la polizia della città, che sembra aver capito le loro intenzioni, ferma i bus in arrivo prima del casello, fa scendere le persone e fa tornare indietro i mezzi per impedirne il sequestro. Va meglio invece agli studenti a bordo dell’altro bus, il N.1531 che arrivano davanti al ristorante la Palma e riescono a sequestrare l’autobus N.2513 che però, avendo numerosi passeggeri a bordo, è costretto a proseguire per terminare la sua corsa ad Iguala. Per questo, alcuni studenti salgono sul nuovo autobus sequestrato in attesa di impossessarsene definitivamente a fine corsa.

Sortica, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

21:00 – Tuttavia, una volta arrivati ad Iguala, il conducente li chiude dentro e va a parlare con alcune guardie in forza alla stazione: gli studenti, vedendo la malaparata, chiedono soccorso ai compagni rimasti a bordo degli altri due autobus fermi vicino al casello di Iguala.

21:20 – Grazie al C-4 le forze dell’ordine vengono informate di quanto sta accadendo. Intanto, i compagni rimasti vicino al casello rispondono al SOS lanciato dai ragazzi intrappolati nel bus e si recano alla stazione dove i loro compagni rinchiusi sono comunque riusciti ad uscire rompendo le porte del bus, rendendolo, di fatto, inutilizzabile. È per questo che gli studenti decidono di sequestrare altri tre autobus: il N.2012, il N.2510 ed uno della compagnia Estrella Roja. Ora tutti e cinque i mezzi cercano di tornare ad Ayotzinapa seguendo, però, 2 strade differenti: due autobus, il N.1531 e l’autobus della Estrella Roja, si dirigono verso il Périferico Sur, mentre gli altri tre autobus, il N.1568, il N.2510 ed il N.2012, si dirigono verso il Périferico Norte. Ma tutti e cinque i veicoli vengono coinvolti in attacchi armati da parte della polizia.

21:30 – I tre autobus del Périferico Norte, subiscono un primo assalto. La polizia spara una scarica di colpi, i primi di avvertimento, e in poi ad altezza uomo che feriscono diversi studenti e colpiscono alla testa Aldo Gutierrez poi dichiarato cerebralmente morto.

21:45 – La procura Generale, intanto, dopo aver ricevuto tramite il C-4, la notizia delle sparatorie, avvia una indagine.

22:30 – I ragazzi che viaggiano sull’ultimo dei tre autobus direzione Périferico Norte, l’autobus N.1568, sono costretti a scendere e a sdraiarsi faccia a terra con le mani dietro la testa, costantemente minacciati dai fucili delle forze armate. Nessuno di loro sarà mai più ritrovato. L’unico sopravvissuto verrà risparmiato poiché ferito gravemente ad una mano e portato in ospedale. Sarà lui a testimoniare della presenza in loco della polizia di Stato oltre che di quella del municipio, e a confermare che i suoi compas erano stati fatti salire e portati via da pick-up diversi.

22:30 – Anche uno dei due veicoli diretti verso il Periferico Sur, l’autobus N.1531, subisce diversi attacchi da parte della polizia. Durante la lunghissima sparatoria, anche qui, i ragazzi sono costretti a scendere e almeno 20 diventano desaparecidos, fatti sparire nel nulla.

00:00 – Intanto i ragazzi sopravvissuti dell’autobus 1568, sempre il Periferico Norte, non vogliono allontanarsi dalla scena del delitto: hanno chiamato i giornalisti per denunciare la sparatoria e il rapimento. Proprio quando si apprestano a parlare di fronte alla stampa, però, diverse persone a volto coperto e senza divise iniziano a sparare. Vengono feriti altri due ragazzi che moriranno da lì a poco, senza esser soccorsi nemmeno dai militari che pattugliano l’area.

00:10 – Chi riesce a scappare lo fa il più veloce possibile. Uno di loro verrà casualmente ritrovato il giorno dopo, il 27 settembre, con la faccia scarnificata, chiaramente torturato, proprio mentre la città è blindata da militari e polizia.

Completamente diversa, invece, la versione ufficiale presentata dalla Procuraduría General de la Republica (PGR) e presentata nel corso della conferenza stampa del 7 novembre 2014 dal Procuratore Generale della Repubblica, Jesús Murillo Karam. Secondo il procuratore los normalistas erano partiti a bordo di due autobus della compagnia Estrella de Oro dalla scuola Isidro Burgos di Ayotzinapa al casello di Iguala per poi dirigersi, successivamente, verso la stazione dove avevano sequestrato altri due bus (e non tre come riportato dai sopravvissuti). Nella ricostruzione Karam racconta come l’alt agli studenti da parte delle forze dell’ordine di Iguala fosse stato dato dall’allora presidente municipale, Jose Luis Abarca, preoccupato che il loro obiettivo potesse essere l’evento organizzato dalla moglie in corso in quel momento.

Nessuno annota però che la kermesse finisce intorno alle 19 quando i ragazzi non erano nemmeno arrivati in città. Il procuratore insiste anche sul fatto che gli studenti vennero fermati con la forza ma dalla sola polizia municipale di Iguala che li avrebbe prima portati in centrale per poi consegnarli nelle mani dell’organizzazione criminale Guerreros Unidos (GU). Sempre secondo Karam il cartello GU voleva verificare se tra gli studenti si nascondessero esponenti di un’altra organizzazione criminale nemica, los Rojos. Verificato che così non era li avrebbe dunque uccisi e fatti sparire bruciando fino a cremare i loro corpi in una discarica vicino a Iguala.

Secondo la PGR, dunque, si sarebbe trattato di “semplice” corruzione municipale senza alcun intervento delle forze dell’ordine dello Stato messicano. «Lo Stato messicano non è Iguala» affermerà in seguito il procuratore generale Karam dinanzi alla stampa, sottolineando la totale estraneità delle forze armate messicane, anzi, all’oscuro di tutto. Tuttavia, secondo il rapporto del Grupo Interdisciplinario de Expertos Independientes (GIEI), il vero motivo della sparizione forzata dei 43 ragazzi è la droga gestita anche dai militari dello Stato. Iguala, infatti, è un luogo essenziale per il traffico di eroina e, una parte di questo traffico, avverrebbe mediante l’uso di alcuni autobus in cui si nasconde la droga. Dunque, i ragazzi sequestrando gli autobus, avrebbero, senza averne avuto la minima idea, cercato di tornare ad Ayotzinapa con mezzi sui quali viaggiavano nascosti droga e/o soldi.

Secondo la testimonianza di un importante narcotrafficante, riportata nel libro la verdadera noche de Iguala di A.Hernández, infatti, i traffici di droga di Iguala sono controllati dal 27° e dal 41° Battaglione dell’esercito messicano, dalla polizia federale, dalla polizia municipale del Guerrero e di Iguala, e da autorità di comuni vicini. Forze armate, quindi, gestite dallo Stato. Tanto che quando al narcotrafficante viene comunicato che gli studenti accidentalmente si erano impossessati di autobus su cui viaggiava in realtà un carico di eroina, lui stesso chiede al comandante del 27° Battaglione di recuperare la merce, senza però menzionare quanto poi sarebbe accaduto agli studenti. Una spiegazione, quella legata al traffico della droga, che potrebbero aver capito gli stessi studenti poi desaparecidos un attimo prima di essere caricati e portati via. Lo dice lo stesso rapporto degli esperti indipendenti quando ipotizza la possibilità che i ragazzi avessero visto i militari trasferire la droga dai bus ai loro mezzi.

Una tesi, questa, avvalorata dal fatto che solo gli studenti che viaggiavano sul bus N. 1568 e 1531 andarono incontro a questo destino mentre tutti gli altri ragazzi che avevano trovato posto sugli altri 3 autobus scamparono al rapimento. Non sarà solo la testimonianza del narcotrafficante a inchiodare lo Stato messicano. Come ho già detto, infatti, Fernando Martín, unico sopravvissuto dell’autobus 1568, mentre veniva caricato in ambulanza confermerà la presenza della polizia federale che obbediva ad ordini di due persone civili sopraggiunte poco prima che venisse portato in ospedale.

Anche la tesi secondo cui le forze dell’ordine messicane sarebbero state all’oscuro di tutto non regge: sempre nel report del GIEI si sottolinea come sia l’esercito che la polizia federale fossero perfettamente al corrente di quanto stesse accadendo, perché informati dalla struttura di comunicazione C-4, ancora prima degli attacchi armati e della sparizione forzata dei ragazzi. Il C-4 è in possesso per di più, dei video registrati dalle camere di sicurezza poste nella città di Iguala che sarebbero stati essenziali per capire cosa fosse realmente successo e, soprattutto, chi avesse portato via i 43 studenti desaparecidos.

Tali video, prima vennero modificati e poi cancellati. Ancora: a testimoniare il ruolo dell’esercito e quindi del Governo messicano anche il racconto di César Nava Gonzáles, subcomandante della polizia municipale di Cocula (città vicino a Iguala). Quel giorno venne chiamato dal vicedirettore della Scurezza Pubblica di Iguala che gli chiese prima di dare supporto al 27° Battaglione che aveva il controllo delle operazioni relative agli autobus e poi, successivamente, di ritirare la squadra e tornare indietro.

Gonzáles sarà poi torturato e obbligato ad assumersi la responsabilità della sparizione forzata dei ragazzi di Ayotzinapa. Secondo la testimonianza di alcuni studenti, inoltre, la polizia, durante gli scontri avrebbe utilizzato attrezzature solitamente non in dotazione alle forze municipali (caschi, passamontagna, ginocchiere, giubbotti e guanti). Non solo. Per non lasciare ‘tracce’, avrebbe cominciato anche a raccogliere i bossoli sparati che sarebbero appartenuti ad armi in dotazione all’Esercito messicano. Sono tantissimi i punti discordanti tra le testimonianze ed il rapporto del GIEI e la così detta Verdad Historica presentata dalla PGR, così come sono tantissime altre le evidenze della partecipazione della polizia federale e dell’esercito (e dunque dello Stato messicano) ma che purtroppo, per motivi di spazio, non riesco ad analizzare tutte.

Adrián Cerón, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Su tre punti, però, vorrei calcare la mano: l’estrema violenza messa in atto quella notte; l’impunità dei colpevoli; e la responsabilità del Governo. L’escalation di violenza iniziò quando la polizia riuscì ad affiancare gli autobus dei ragazzi. I poliziotti non hanno mai avuto l’intenzione di sparare in aria ma avevano lo specifico obiettivo di sparare a chiunque fosse in quegli autobus, senza fermarsi. Nonostante i ragazzi gridassero di essere studenti disarmati, gli spari continuarono. Quando spararono ad Aldo, lo colpirono alla testa e proibirono ai compagni di aiutarlo minacciandoli della stessa fine.

La polizia non raccolse neppure la richiesta di chiamare un’ambulanza e quando i ragazzi riuscirono a farlo per conto proprio i poliziotti bloccarono per un paio di volte i soccorsi che avrebbero potuto salvare Aldo dalla morte cerebrale. Ancora, alla richiesta dei ragazzi di chiamare un’altra ambulanza per un compañero che non respirava bene non ci fu risposta. I ragazzi cercarono di mediare finché raggiunsero un accordo: avrebbero avvicinato il ragazzo alla polizia per farlo soccorrere. I poliziotti presero lo studente per i capelli, lo trascinarono fino alla macchina e lo gettarono dentro il bagagliaio nonostante l’evidente difficoltà respiratoria senza nemmeno aiutare i paramedici a caricarlo in ambulanza.

E durante tutte le sparatorie, che strapparono la vita a 6 persone, continuavano a gridare ai ragazzi che sarebbero morti e che nessuno li avrebbe più trovati; che erano sporchi ayotzinapos; che erano bestie e che li avrebbero trattati come tali.

I ragazzi fatti sdraiare a faccia in giù e poi fatti sparire furono insultati, picchiati e tenuti sotto la costante minaccia di morte, dunque, torturati. E la violenza dei poliziotti messicani travolge tutto quello che si interpone tra loro e gli studenti: pur di sparare agli autobus de los normalistas, per errore, imbottiscono di proiettili l’autobus di una squadra di calcio under 15. L’autista ed un bambino moriranno “per sbaglio” mentre chi aveva sparato scappa senza prestare il minimo aiuto come dimostra il fatto che le forze di polizia che arrivano sul posto rifiutano di caricare un ragazzo di 15 anni gravemente ferito per portarlo in ospedale. Ad essere colpita anche una donna.

La colpa? Essere la passeggera di un taxi che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non ci fu pace nemmeno per i feriti e i sopravvissuti: nessuno li aiuta, i taxi non li caricano, gli ospedali li respingono e l’esercito li cerca. Inoltre, voglio sottolineare che nessuna forza di polizia intervenne per impedire gli attacchi armati e la sparizione forzata dei normalistas. Anzi, le forze armate bloccarono le strade dove si svolsero gli scontri, come per permettere che il tutto andasse avanti più fluidamente.

Nessuna forza dell’ordine, dunque, intervenne per evitare il massacro, anche se tutti i livelli del governo hanno centri di operazione di sicurezza pubblica poco distanti dai luoghi del crimine. Perché? Perché tutta questa violenza, tutto questo sadismo nei confronti di studenti disarmati? Da sempre, gli studenti delle scuole rurali, come quella dei 43, vengono visti come pericoli, minacce dallo Stato messicano.

Questo perché le scuole rurali puntano a educare, alfabetizzare e formare los campesinos, la gente che viene da povertà assoluta e che grazie al diploma ottenuto in queste scuole (completamente gratuite e gestite da studenti) riesce poi a lavorare e, a sua volta, a portare alfabetizzazione nei propri villaggi. Da sempre questi Istituti sono attenti alla politica: hanno comitati studenteschi, attivisti che si battono per la difesa dei diritti di tutti e per l’ambiente.

Rappresentano, dunque, un intralcio alla vita politica corrotta messicana. Per questo, non solo non viene fornito loro nessun sussidio economico che gli permetterebbero di svolgere le attività previste, ma gli viene anche proibito di arrivare ad accordi con le compagnie dei bus evitando così la pratica dei sequestri, chiaramente illegali. Questi ayotzinapos (come vengono spesso chiamati in maniera dispregiativa) secondo il governo vanno dunque repressi, oppressi, desaparecidos. Il caso de los 43 non è il primo caso di uccisioni e sparizioni forzate a rimanere impunito tanto che ormai, per i cittadini messicani, è questa quasi una consuetudine.

ProtoplasmaKid, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Come sottolinea Mastrogiovanni nel suo libro Ni vivos, ni muertos, la popolazione infatti non rimane più sconvolta né dal crimine in sé, né tanto meno dalla sua brutalità, e questo anche a causa di un processo di criminalizzazione delle vittime che si è verificato anche nel caso Ayotzinapa: il concetto è che le vittime, in questo caso studenti che avevano sequestrato un bus, vengono trasformate in delinquenti e in quanto tali finiscono con il meritarsi la fine che fanno. Un’idea che contribuisce a fomentare il cd. effetto placebo.

Molto spesso si attribuisce il motivo della crisi socio-politica del Messico ai problemi di corruzione e droga: la contiguità tra criminalità organizzata, narcotrafficanti e polizia locale sembra essere talmente radicata da creare una situazione in cui, come già affermato, tutto può essere commesso poiché vi è la certezza che tutto rimarrà impunito. Per raggiungere giustizia e verità ci vogliono anni, e questo è il caso de los 43. Infine, vorrei concludere accusando il governo messicano di Peña Nieto.

I fatti di Iguala ritraggono il degrado delle istituzioni che dovrebbero proteggere i loro cittadini. Anche volendo credere alla sua Verdad Historica, la responsabilità di quanto accaduto è direttamente attribuibile allo Stato messicano per complicità nel crimine poiché si deve ritenere che le forze municipali, che secondo il rapporto della PGR avrebbero consegnato i 43 desaparecidos al gruppo criminale Guerreros Unidos, fossero consapevoli del rischio di sparizione forzata che avrebbero corso gli studenti e nonostante ciò, non abbiano fatto nulla per proteggere i ragazzi, loro cittadini, compito primario di uno Stato. Nonostante le indagini e le responsabilità attribuibili al Messico, nulla è stato fatto: molte prove non sono state analizzate, altrettanti testimoni si sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni per paura di un’eventuale ritorsione, alcuni arrestati del cartello di Guerreros Unidos hanno lasciato dichiarazioni notevolmente discrepanti, che mostrano la poca attendibilità di siffatta ricostruzione. Sono certe le torture subite da alcuni poliziotti e delinquenti arrestati dopo i fatti di Ayotzinapa per far sì che si assumessero ogni responsabilità e per fortificare quella verità storica costruita appositamente per proteggere i reali responsabili.

Per restituire al Messico un’identità lontana dalla violazione dei diritti umani, dalla violenza, dalla corruzione e dalla droga non basterà la Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia per le vittime di Ayotzinapa, istituita dal neopresidente Andrés Manuel López Obrador, come non basta l’accusa e l’arresto di ulteriori poliziotti municipali, no. Per riconquistare credibilità lo Stato deve ricercare la verità e la giustizia per TUTTI i casi Ayotzinapa che hanno scritto la storia (malata) del Paese, deve rendere perseguibili e sanzionabili tutte quelle persone che si macchiano di crimini così efferati, non importa quando potenti siano o quali legami abbiano con l’élite politica. Il Messico deve assumersi le proprie responsabilità e capire in quel maledetto 26 settembre dove finì la polizia e dove iniziò la criminalità. E lì intervenire.

«Por los 43 y miles mas, la lucha sigue. Vivos se los llevaron y vivos los queremos.»

Sono Alice Regis, studentessa ed attivista per i diritti umani. Mi sono sempre occupata di attivismo con diverse ONG tra cui Greenpeace,Bridge to Better e Amici dei popoli. Attualmente sono la Referente Attivismo di Amnesty International Lazio e mi occupo di gestire gli attivisti sul territorio regionale

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