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Harlem ha il suo Spider-Man, Intervista a Gianandrea Muià

Lo scorso 12 novembre, pochi mesi dall’omicidio di George Floyd e dalle proteste del movimento Black Lives Matter, arriva sugli scaffali dei negozi di videogiochi di tutto il mondo Marvel’s Spider-Man: Miles Morales, sequel spin-off del fortunato titolo sviluppato da Insomniac Games.

Impregnato di temi sociali importanti come la discriminazione razziale e classista, il gioco ci trasporta tra i palazzi e i vicoli di Harlem nei panni di Miles, brillante liceale afrolatino che ha ottenuto i poteri dell’arrampicamuri dopo aver perso il padre nel gioco precedente. Guidato dai consigli di un Peter Parker in veste di mentore, si trova a combattere il crimine nel mezzo di una feroce campagna elettorale. Sua madre Rio, giovane politica in rapida ascesa, lotta per impedire l’apertura di una centrale elettrica di ultima generazione e altamente instabile proprio al centro del quartiere. Una trama dalle molte sfaccettature etiche, che metterà duramente alla prova il giovane Miles, costringendolo a porre costantemente in discussione le proprie certezze e a trasformarsi in un simbolo per quelle fasce della popolazione che nessun altro sembra voler aiutare.

Un messaggio importante, specie in questo momento storico, segno che la cultura pop è sempre più attenta alle tematiche di attualità e le affronta in maniera estremamente diretta. D’altronde, non è un caso che il personaggio di Miles sia stato originariamente pensato per omaggiare l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti. Ideato dallo sceneggiatore Brian Bendis e disegnato da una delle migliori matite nostrane, quella di Sara Pichelli, debuttò nella saga a fumetti Ultimate Fallout nel 2011. Il grande pubblico, però, lo conoscerà solo sette anni più tardi, grazie al film di animazione Into the Spider-Verse, vincitore del Premio Oscar, che lo consacrerà agli occhi dei fan di tutto il mondo, spianando la strada per il suo approdo al medium videoludico con un gioco interamente dedicato a lui.

Un gioco che deve il suo successo anche allo splendido adattamento italiano. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Gianandrea Muià, la voce di Miles, che ringraziamo per la disponibilità.

1- Prima di tutto, ti chiederei di presentarti ai lettori di Intersezionale. Chi è Gianandrea Muià?

Ciao a tutti. Sono un doppiatore, un attore e un content creator sul web. Ho iniziato i miei primi passi seguendo un corso di recitazione e doppiaggio alla scuola ODS – Operatori Doppiaggio e Spettacolo di Torino, e contemporaneamente aprivo il canale Youtube Orion – Web Dubbing. Nel corso degli anni ho recitato in alcuni progetti per la tv e per il web, ho doppiato varie serie, videogiochi e film e ho portato avanti la mia carriera su internet fino ad oggi.

2- Com’è stato calarti nei panni di Miles Morales? Raccontaci un po’ quali sono state le sensazioni che hai provato nel recitare la parte di un adolescente afrolatino di Harlem.

Quando feci il provino per il primo videogioco di Spider-Man sapevo chi era Miles. Sono un avido lettore di fumetti sin dall’infanzia, e l’uomo ragno è stato uno dei miei supereroi preferiti da bambino. Se nel primo videogioco Miles era un semplice ragazzo amante dell’arrampicamuri che doveva avere a che fare con una perdita in famiglia, in questo Spider-Man: Miles Morales finalmente mi sono ritrovato a indossare i panni di un supereroe conscio dei suoi poteri, che si ritrova ad affrontare gli stessi problemi che Peter Parker a suo tempo si trovò a fronteggiare: l’identità segreta, il bilanciare la vita privata e quella mascherata, i grandi conflitti interiori.

Ma se c’è una cosa che differenzia Miles da Peter tra i due giochi è stata l’appartenzenza ad un luogo. Peter da anni non è più solo l’amichevole Spider-Man di quartiere del Queens, ma di tutta New York. Miles invece si è appena trasferito ad Harlem, e tutto il gioco si incentra su questo: respirare l’atmosfera di un quartiere così vibrante e vivo, di cui ti senti parte e che vuoi difendere a tutti i costi. Ne conosci gli abitanti, i luoghi, la cultura, in un quartiere che “viene considerato sacrificabile”, ma è tuo dovere impedire che chi la pensa così la faccia franca. Mi sentivo una grossa responsabilità sulle spalle, era la prima volta che interpretavo il protagonista in un videogioco. Soprattutto in un videogioco così importante in un epoca così delicata visti gli argomenti. Volevo rendergli giustizia, seguirlo in ogni respiro con fedeltà. Il team di lavoro è stato strepitoso e mi ha permesso di lavorare sentendomi perfettamente a mio agio. Eravamo una squadra e gli sarò sempre grato per avermi aiutato durante tutto il lavoro.

3- Dopo qualche accenno nel capitolo precedente con protagonista Peter, questo Spider-Man è stato caratterizzato da una forte tematica sociale con al centro proprio il quartiere di Harlem. Qual è l’aspetto che ti ha colpito di più di questa parte della storia e della sua ambientazione?

Molti temevano che il gioco si sarebbe incentrato totalmente sul Black Lives Matter, sull’essere uno “Spider-Man di colore”, sul razzismo e sulla black culture, partendo prevenuti verso un videogioco che anche se si fosse davvero basato solo su questi argomenti non ci sarebbe stato nulla di male. Un po’ come chi su Netflix, dopo avere guardato Daredevil e Jessica Jones, non ha voluto continuare a seguire l’universo narrativo Marvel con Luke Cage.

Ci sta non venire attirati a pelle da un prodotto, ma non bisognerebbe giudicare un libro dalla copertina, soprattutto se è solo perché è nera e per nessun altro motivo. Spider-Man: Miles Morales è una storia di eroismo e conflitti interiori affacciandosi alle responsabilità, è una storia di crescita e maturazione. Se il claim del primo videogioco era: “Be Greater”, ovvero sii più che un semplice eroe di quartiere, quello di Miles Morales è: “Be Yourself”. Segui i passi di qualcuno ma a modo tuo, sii te stesso con tutto ciò che ne consegue.

Miles è per metà afroamericano e per metà portoricano, e ignorare questi fatti è sbagliato, come lo sarebbe per noi l’ignorare essere italiani. Il retaggio culturale, la storia, l’attualità, il nostro folklore (la nostra cucina) hanno un grande valore per noi, e accettiamo e amiamo questa nostra italianità con tutti i suoi pro e riconoscendone i vari contro. Miles fa lo stesso con le sue origini, ma la cosa che mi ha stupito è che non è un goffo tentativo di arruffianarsi un determinato pubblico, non è un calcare una fantomatica onda del politically correct.

È un personaggio ben scritto, in cui tutto è ben equilibrato, dove le sue origini culturali e l’ambiente in cui si muove sono solo alcuni degli elementi che lo costituiscono. Insomniac games ha fatto un lavoro splendido nel farci respirare questa diversità culturale con grande naturalezza, senza sbattercele in faccia, senza puntare il dito. Spider-Man: Miles Morales è “Black Lives Matter”, ma anche molto altro. Un errore che gli sviluppatori non hanno fatto è stato fornirci un personaggio con un solo motivo a muoverlo, non hanno fatto di tutta l’erba un fascio. Miles è un ragazzo, è di colore, è un brillante giovane scienziato, è un amante della musica, è figlio di un poliziotto caduto in servizio, è simpaticamente impacciato, è un membro della sua comunità, ed è un supereroe. Non è solo una di queste cose, ma è l’insieme di tutto ciò.

È così che si scrive un personaggio verosimile, ed è così che getti le basi per una bella storia. Prendere il controllo di un personaggio così familiare e allo stesso tempo così lontano da noi in un mondo che forse abbiamo percepito solo di sfuggita, potendo avere un bello scorcio dell’identità di un quartiere cosmopolita e in costante evoluzione come Harlem è un’esperienza che ho trovato magnifica.

4- In generale, da alcuni anni il dibattito sulla rappresentazione delle minoranze nei media è stato al centro di parecchie controversie. Anche alla luce della tua esperienza nei panni di Miles, ti va di condividere con noi i tuoi pensieri in merito?

È un tema spinoso che sono contento sia finalmente al centro dell’attenzione, ma che ho paura stia venendo affrontato e esaminato nel modo sbagliato. Che cosa vogliono molti spettatori e attori di colore? Vogliono poter interpretare un ruolo senza che questo sia una macchietta, vogliono avere le chance di fare della recitazione il proprio lavoro senza doversi ridurre a fare sempre “il nero della serie”, vogliono vedere personaggi ben scritti in cui si sentono rappresentati. È questo che vogliono. E lo stesso discorso vale per gli appartenti al mondo LGBTQ+.

Personalmente credo che sia sacrosanto questo discorso. Non si è mai smesso di lottare per le pari opportunità, e sfido chiunque a dire testualmente: “No, non credo che tutti quanti dovrebbero avere gli stessi diritti di base di chiunque altro”.

E sono convinto che il discorso non sia: “Se il personaggio è nero dovrebbe essere doppiato da un nero” o “se un personaggio è gay dovrebbe essere interpretato da un gay”, perché qui si entra nella sfera della recitazione e dell’arte: un ruolo, una voce, un personaggio non dovrebbe essere limitato dall’etnia o l’orientamento del suo interprete. Abbiamo grandi attori omosessuali che hanno interpretato etero, e grandi voci di colore che hanno doppiato personaggi bianchi. E lo stesso si può dire a parti inverse.

La recitazione è inganno, è convincere le persone che tu sei quel personaggio, che provi quei sentimenti, che vivi quei drammi. Per me è importante che tu interpreti bene, non che condivida quel retaggio culturale o quell’orientamento sessuale. Se sei un etero che interpreta un gay o un gay che interpreta un etero per me è indifferente, finché fai un buon lavoro. Forse, venendo dal teatro, questa argomentazione mi pare ovvia: mi sono trovato a interpretare Amleto dove Rosencranz e Guildestern erano due ragazze, e giusto qualche mese fa abbiamo visto un Hamilton dove gran parte del cast erano uomini di colore che interpretavano i padri fondatori americani.

La bellezza e capacità recitativa sarà sempre più importante di tutto il resto. Se il regista o chi per lui pensano che un attore sia la scelta migliore per un ruolo così sia. Che si lasci recitare, indipendentemente dal colore della pelle o dal proprio gender. Ma che ci siano le chance per tutti gli attori, indipendentemente dal colore della pelle o dal proprio gender.

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