UNA SFIDA PER VOLERCI VIVE – SCIOPERO GLOBALE TRASNFEMMINISTA
Vivas, libres, juntas!
Le voci di mille donne, persone trans, razzializzate, soggettività non binarie, si sono alzate in coro lo scorso otto marzo per far tremare la terra.
I nostri passi si sono uniti in un unica marcia, le nostre mani si sono incrociate per sentirci più vicine, più forti. Ci siamo guardate in faccia, sorelle di tutto il mondo, perché ci riconosciamo in un unica grande lotta: quella contro un sistema che ci vuole morte, che sfrutta i nostri corpi e la terra che viviamo, che ci giudica per il nostro genere e la nostra provenienza, che ci mette a profitto, che ci obbliga alla produzione e alla riproduzione. Abbiamo lottato contro il patriarcato, il capitalismo, il razzismo. Abbiamo lottato per sentirci vive.
Lo scorso otto marzo era sciopero globale transfemminista.
In tutte le città d’Italia risuona ancora lo slogan incisivo di quest’anno “Essenziale il nostro sciopero, essenziale la nostra lotta”, esattamente un anno dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria ci rendiamo conto di come le rivendicazioni che da quattro anni mettiamo in campo siano fondamentali per le nostre vite.
Con lo scoppio della pandemia lo sfruttamento, la violenza economica ed istituzionale, le violenze domestiche, sono aumentate e ci siamo ritrovate chiuse in casa, con la consapevolezza che non sempre la casa è un luogo sicuro in cui stare; ci siamo sentite sole; abbiamo sentito più stringente la morsa della precarietà delle nostre vite; ci siamo trovate in difficoltà, se non impossibilitate, ad abortire per la chiusura dei reparti di IVG, già prima difficilmente accessibili; siamo state costrette a scegliere tra salute e lavoro, a vederci aumentato il carico necessario di cura dentro e fuori le case, intrecciarsi il tempo del lavoro produttivo e quello del lavoro riproduttivo.
Ci siamo scoperte vulnerabili, ma di quella vulnerabilità i femminismi ci hanno insegnato a non parlare più come di una colpa, ma come di diverse esperienze e sensibilità che possono essere messe in comune diventando terreno di lotta da cui ripartire insieme.
Ribaltare il concetto di vulnerabilità, spogliarlo dalla veste medicalizzante con cui normalmente viene rappresentato, impossessarci dell’idea di cura per poi rideclinarla in senso femminista come pratica rivoluzionaria in grado di creare solidi legami di empatia, ascolto e mutuoaituo, ci ha permesso di (re)immaginare pratiche e forme di lotta che siano davvero sostegno per tutte. Qui abbiamo visto chiaramente come la dicotomia pubblico-privato si sfaldi, irrompendo nello spazio pubblico, virtuale e fisico, i nostri corpi e le nostre vite (che sono invece rilegate a fatti privati, nascoste e spesso criminalizzate), diventano quindi quel “politico”, quell’imprevisto, che serve per cambiare il sistema.

Rimettere al centro i corpi e le vite di tutte e tuttu, vuol dire quindi riscoprirci diversi, donne, queer, trans, lesbiche, nere, disabili, e far si che queste differenze siano i punti di contatto delle nostre azioni politiche.
Per questo l’otto marzo come data mondiale di mobilitazione ci ha viste unite, in un unica grande lotta: creare un unica zona fuxia di libertà, diritti, sorellanza. O meglio “distruggere la casa del padrone” (Audre Lorde) scioperando dal sistema che la tiene in piedi.
Sciopero come lotta costante
Il movimento transfemminista ha risignificato lo sciopero, inteso non più come interruzione del lavoro produttivo, ma come creazione costante di conflitto e di possibilità altra rispetto all’ordine costituito.
L’emergere e la presa di parola di nuove soggettività impone un terreno di lotta più complesso che tiene di conto del lavoro precario, intermittente, nascono, migrante, gratuito e che rompe in contemporanea l’isolamento del lavoro riproduttivo in cui siamo state relegate.
Scioperare voleva dire, quel giorno, rifiutare un sistema che ci vede solo come vittime da salvare o come angeli, che ci vede come madri, rendendoci un inferno in terra l’iter abortivo quando decidiamo di non volerlo essere. Abbiamo scioperato perché da inizio anno sono morte di femminicidio 14 sorelle, perché la violenza sulla donne e di genere è vista come emergenziale e non sistemica, perché le vittime di transfobia non sono nemmeno considerate, perché ancora siamo colpevoli noi quando veniamo molestate, per strada o dai nostri professori; perché i licenziamenti secondo i dati istat riguardavano per il 99% donne; perché vogliamo i consultori come luoghi centrali per la nostra salute riproduttiva, perché vogliamo poter scegliere se abortire con la RU 486 in ospedale, in casa o in consultorio; perché con la chiusura delle scuole essere madri vuol dire anche essere educatrici, amiche, compagne di classe; perché è sempre più evidente come il welfare pubblico sia stremato da precalizzazione e aziendalizzazione; perché vogliamo un permesso di soggiorno europeo svincolato da famiglia e lavoro; perché vogliamo redditto, vogliamo una patrimoniale che ridistribuisca la ricchezza; perché ci stanno uccidendo ma noi non vogliamo stare zitte.
In campo l’otto marzo abbiamo visto affiancarsi rivendicazioni e lotte differenti come lo sciopero delle lavoratrici della logistica Amazon a Montacchiello, Pisa, allo sciopero delle lavoratrici Yoox a Bologna.
Le lavoratrici Yoox, prevalentemente donne migranti, hanno scioperato contro carichi di lavoro indigenti che non permettevano loro la cura di figli e famiglia, ritrovandosi legate al ricatto razzista del permesso di soggiorno quando l’azienda risponde loro di accettare questi turni o licenziarsi. La risposta dei sindacati CGIL, CISL e UIL anche in questo caso risponde alle logiche razziste e patriarcali della società rispondendo alle richieste delle lavoratrici con il “mezzo salario” rendendole ancora più dipendenti da famiglie e mariti.
Abbiamo visto studentesse denunciare le molestie che da anni all’interno delle scuole e delle università subiscono da parte dei professori, nascoste dall’omertà e dal ricatto delle logiche del potere che intercorrono anche nei luoghi della formazione.
Abbiamo visto sorelle scendere in piazza contro la violenza dei cimiteri dei feti, che rientrano in quella logica di maternità obbligatoria e criminalizzazione dell’aborto, a Prato manifestare contro l’apertura di un bar, come modo per “rintegrarsi nella società”,da parte di un carabiniere denunciato per violenza sessuale verso due studentesse americane.
Sono state rinominate strade, piazze, statue con nomi femminili, di donne che hanno fatto la storia, o con i nomi di quelle sorelle uccise per femminicidio. Camminavano con noi, erano nelle nostre voci, Sharon, Victoria, Roberta, Teodora, Sonia , Ilenia, Piera, Luljeta, Lidia, Clara, Deborah, Rossella, uccise dall’inizio del 2021. A questi nomi oggi va aggiunto quello di Edith, uccisa l’otto marzo, e quello di Ornella uccisa il 13 marzo.
Abbiamo scioperato contro le violenza online, contro le narrazioni tossiche dei giornali, contro la strumentalizzazione del sessismo che viviamo quotidianamente.
Ma scioperare è sempre una grandissima sfida che ogni anno dobbiamo affrontare a causa delle condizioni di vita differenti in cui ci troviamo.
La proclamazione dello sciopero ha posto in evidenza quindi diversi problemi, ma in particolare ha rivelato la rigidità dei bisogni riproduttivi e la necessità di rendere più esplicita l’interconnessione tra vita e lavoro, tra vita e sfruttamento: ha messo al centro delle analisi il lavoro riproduttivo e le sue caratteristiche complesse. Il femminismo con le sue lotte ha fatto emergere il lato B
dell’estrazione del plusvalore dalla vita. Ma questo lato oscuro necessita, particolarmente oggi, non solo di essere messo in luce ma anche di essere conosciuto nella sua interezza, compresi gli elementi di contraddittorietà che lo caratterizzano. 2)
Durante questi mesi di pandemia la contraddittorietà del lavoro di cura e riproduttivo sono emerse con maggiore forza, se da una parte sono le donne a svolgere maggiormente lavori di cura salariati (come le badanti, le infermiere) o quelli non riconosciuti come lavoro (cura della famiglia, degli anziani, dei patner), dall’altra scioperare da questi lavori è risultato quest’anno più difficile a causa della pandemia. Ma sono proprio le richieste che da anni il movimento femminista porta avanti a dare sia una risposta alla difficoltà di quantificazione del carico di lavoro riproduttivo e di cura, sia sono mezzo per far si che, rifiutando una divisione binaria del lavoro, questi non vengano relegati solo alla sfera femminilizzata: reddito di base incondizionato e socializzazione della riproduzione.

Il reddito di base incondizionato diventa un modo per riconoscere questa nuova forma di lavoro tramite la ridistribuzione della ricchezza prodotta per soddisfare i bisogni della vita e per avere quell’indipendenza economica che ci permetta di uscire da situazioni di violenza e di ricatto. La soluzione non può essere solo economica poiché non risolve il problema della produzione di soggettività all’interno di rapporti di dominio e sfruttamento.
Considerando che viviamo in rapporti di interdipendenza gli uni dagli altri e ci riconosciamo come comunità vulnerabile, allora dobbiamo provare a mettere in campo forme di cooperazione sociale, di socializzazione della cura e di creazione di spazi e servizi di mutuoaiuto in cui non sentirci più sole, senza però ritrovarci costrette in forme di cura obsolete e interamente gratuite e quindi “all’autogestione della povertà”.
Sciopero come creazione di alternativa – salute pubblica e autogestione di servizi.
La sfida dello sciopero adesso è quello di inventare nuove forme di vita più accettabili al passo con i nostri desideri. Cooperazione, sorellanza, mutuo aiuto sono forme che ti sganciano anche dal ricatto affettivo, famigliare e individuale.
Lo sciopero quindi in quest’ottica è anche autogestione, autogestione delle nostre vite, dei nostri spazi, corpi e autogestione dei nostri aborti.
Il concetto di salute è centrale nella nostra azione politica, dall’accesso all’aborto alla depatologizzazione del percorso di transizione, all’educazione sessuale e alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.
Creare servizi gratuiti, come gli sportelli sanitari, psicologici, di ascolto, non vuol dire sostituirsi al pubblico, ma creare servizi che corrispondano ai nostri bisogni, che tengano conto delle nostre differenze, perché, solo in questo modo, escono da un ottica di sfruttamento e di potere, quindi dall’organizzazione patriarcale della salute pubblica e dalla sua gestione neoliberista. La richiesta di poter abortire in sicurezza con la pillola RU486 all’interno dei consultori, vuol dire rendere l’aborto più semplice per tutte, svincolarsi dalla medicalizzazione e trovare forme di resistenza anche all’obiezione di coscienza, sempre più dilagante all’interno degli ospedali. Tornare all’interno dei consultori, risignificarli come luoghi delle donne, centrali nella riproduzione e per la nostra salute, vuol dire riappropriarsi dei nostri corpi, analizzati, bloccati da un sapere medico maschile su cui non possiamo prendere mai parola.
Questi temi sono stati centrali anche all’interno della giornata dell’otto marzo, in cui la retorica del bisogno di cura, come emergenziale e l’idea di salute, sono state ridiscusse per mettere in campo nuove alternative.
La creazione di alternative, come consultorie autogestite, sportelli informativi sulla contraccezione d’emergenza e non, sportelli di ascolto in cui non sentirci giudicate per le nostre scelte sessuali, rispondono ad una mancanza chiara le cui conseguenze subiamo ogni giorno sulla nostra pelle. Trovare delle forme in cui queste alternative non siano solo dei tappabuchi del sistema sanitario nazionale, ma forme esistenti e riconosciute di sorellanza, in cui non ricadere solo nel lavoro gratuito, è una delle sfida che ci poniamo quotidianamente.
Se da una parte quindi continuiamo a creare forme di resistenza negli spazi in cui tornare a respirare, dall’altra le rivendicazioni sul piano della sanità pubblica continuano ad essere impellenti all’interno di una cornice di smantellamento del welfare state dettato da politiche nazionali di austerity che hanno comportato tagli alle risorse del Servizio Sanitario Nazionale per 37 miliardi di euro, determinando la chiusura di 359 reparti e la perdita di 70 mila posti letto a favore della sanità privata. 3)
Denunciare la chiusura degli ospedali, lo smantellamento di interi reparti di ivg o punti nascita funzionanti, rendere evidente il definanziamento che colpisce da tempo i consultori, è essenziale. Dopo la delibera nazionale che permette l’aborto farmacologico in consultorio, in molti si trovano impossibilitati ad applicare le linee guida a causa dell’assenza di personale o di strumentazione. Lo spazio pubblico rimane invaso da violenza strutturale e disinformazione, come possiamo notare tra le altre cose, dalle campagne pubblicitarie dei movimenti anti-choice sulla pillola abortiva, e dalla notizia di pochi giorni fa della battaglia contro la libertà di scelta delle donne portata avanti ds Fratelli d’Italia, che ha presentato una mozione in Campidoglio per proclamare Roma “città della vita” che promuove azione a favore delle associazioni antiabortiste. 4)
Fornirci di strumenti di denuncia e inchiesta è una delle forme per riportare a galla il sommerso di violenza che, in tutti gli ambiti, siamo costrette a vivere.
In vista dello sciopero globale, il tavolo salute di Non una di meno in cui come Obiezione Respinta facciamo parte, ha portato avanti un’azione collettiva di monitoraggio della percentuale di obiettori su territorio nazionale, in parallelo ad altre esperienze che già lavorano su questo campo. Mandando una pec a tutte le strutture ospedaliere in Italia abbiamo richiesto precisamente la percentuale di obiezione di coscienza, in modo da avere uno screen chiaro di quello che è davvero il diritto all’aborto in Italia e fare luce sull’impossibilità reale di abortire che in tante viviamo. Infatti non solo i dati del ministero non tengono di conto di molti fattori, ma avere una visione chiara della situazione in ogni ospedale permette a molte donne e persone gestanti di evitare di ritrovarsi a chiedere di abortire nei luoghi dove il tasso di obiezione di coscienza è elevato se non totale rispetto al personale.
Ci ritroviamo a lottare quindi su più fronti: denunciare e monitorare il sistema nazionale pubblico, che durante la pandemia ha mostrato in maniera sempre più netta le sue problematicità e i suoi limiti; fornirci strumenti di aiuto, di informazione chiara; creare spazi e servizi dal basso e al contempo ri-politicizzare quelli già esistenti attraverso forme di riappropriazione dei servizi, cioè l’apertura all’attraversamento di corpi differenti per età, cultura, provenienza, desideri, abilità, il riconoscimento dei saperi transfemministi, prodotti e incarnati dai soggetti.
Auto-organizzarci vuol dire dare delle risposte politiche precise, riscoprirci autonome e dare forme alla nostra potenza collettiva e transnazionale per allargare l’orizzonte del cambiamento.
Note
| 1↑ | https://www.coordinamentomigranti.org/2021/03/10/padroni-e-sindacati-che-odiano-le-donne dellaccordo-patriarcale-yoox-cgil-cisl-uil/?
fbclid=IwAR1yCt3NsfQVyim1mmBq7eIauJ7bhYlKKaG7xaLX65w8IXWhWI4ec4_KMuc |
|---|---|
| 2↑ | Alisa del Re, Dall’inchiesta operaia all’inchiesta femminista: l’emergere del lavoro riproduttivo; pubblicato sul n. 51 della rivista “Alternative per il Socialismo”; http://www.euronomade.info/?p=11074#fn18-11074 |
| 3↑ | https://www.huffingtonpost.it/entry/in-dieci-anni-tagliati-37-miliardi-alla-sanita-pubblica-persi 70mila-posti-letto-e-chiusi-359-reparti_it_5e60d2a0c5b62d548c9dd3bf |
| 4↑ | https://www.provitaefamiglia.it/blog/flash-fratelli-ditalia-chiede-che-roma-diventi-una-citta-pro vita |