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Pedro Lemebel

Un’umanità irraccontabile nel Cile di Pinochet

Pedro Lemebel «ogni secondo che respirò fu un creatore politico», scrive Pía Barros nell’introduzione a Irraccontabili, e leggendo la breve ma densissima raccolta di racconti pubblicata da Edicola edizioni (traduzione di Silvia Falorni) si capisce beneche forma possa assumere una creazione insieme pienamente artistica e pienamente politica.


Già Pedro Mardones, Lemebel è stato saggista, scrittore, professore d’arte, comunista e omosessuale al tempo della dittatura cilena, un’epoca in cui «la sinistra non accetta i finocchi», figuriamoci il resto del mondo. «L’omosessualità era un bisbiglio alle spalle di Pedro», scrive Barros nel tratteggiare il loro incontro durante un laboratorio di scrittura alla fine degli anni Settanta, anni in cui «ci burlavamo di noi stessi e degli altri e non parlavamo di politica di fronte a nessuno».

Proprio a quel periodo risalgono i «racconti inquietanti» che Pedro inizialmente leggeva agli amici del laboratorio, troppo «poco letterari» per piacere ai critici, e che a un certo punto andarono persi insieme alla sua preziosa borsa di cuoio e diventarono introvabili, oltre che irraccontabili. Come ogni cosa perduta, che rende evidente la propria importanza solo nel momento in cui si cela alla vista, nel resoconto di Pía la scomparsa dei racconti fa scattare la molla della volontà di pubblicare quegli «esercizi di laboratorio» per dare loro una nuova vita al calore del pubblico. Pazientemente recuperati e poi riletti, riscritti e selezionati, ne nacque una raccolta di dieci racconti e tre microracconti, magnificamente illustrati (illustrazioni conservate nell’edizione italiana) e stampati in 300 copie su carta da pacchi, per «trasformare la miseria in dignità».

Nei racconti di Lemebel di miseria ce n’è sicuramente tantissima, materiale e non. Fatti di pezzi di vita e memoria cilena, estratti a forza dai ricordi e ricuciti con pazienza in tandem con la stessa Barros, i racconti vanno approcciati senza cautela, con uno sguardo vergine e pronto all’incontro con l’irraccontabile. L’iniziale e bellissimo “Invito alla lettura” può forse in parte anticipare, ma non può affatto attutire l’impatto col testo.

Ed è un bene, perché la prosa di Lemebel, una lingua che mescola prima e terza persona, un flusso di coscienza a tratti lirico, a tratti mimetico dell’oralità, costringe il lettore a entrare nel testo per decodificarne il significato, a farsi partecipe, quasi complice dell’oscenità irraccontabile: della fame, del dolore, del desiderio e dell’odio.

I suoi personaggi incarnano l’ambiguità della condizione umana, mescolando la violenza brutale a una tenerezza impudica, esibendo una sessualità che oltrepassa sé stessa per farsi filtro del rapporto col mondo. A partire da Lei entrò dalla finestra del bagno, che apre la raccolta e arriva come un pugno alla bocca dello stomaco mettendoci davanti l’esperienza dello stupro attraverso gli occhi di una gatta tradita, in una spirale di consapevolezza quasi nostalgica, priva di qualunque redenzione. In Una vigilia fortunata per Babbo Natale, senescenza e povertà si sovrappongono in un do ut des macabro e pindarico, dove l’innocenza della bambina abusata dal vecchio riesce ancora a gettare sulla Terra uno sguardo pieno di poesia come quello che lanciava alle vetrine dei negozi di bambole, sognando un mondo impossibile e migliore fatto di «capelli biondi» e «ciglia ad arco», in cui la sua «voce roca di sperma e tabacco» fosse solo un ricordo.

Per niente acerbi come la loro genesi farebbe presupporre, questi racconti sono costruiti come un doppio mostruoso della violenza della repressione, politica e sessuale. I personaggi che li abitano sono figure deformate, mutilate dalla cattiveria del mondo, costrette a storpiarsi per adattarsi ad esso e infilarsi nei suoi pertugi, sopravvivere. La normatività eteropatriarcale – quello stesso «machismo di Bukowski» che dava il voltastomaco a lui e a Pía negli anni della formazione letteraria, e che fa esclamare i ragazzini del primo racconto che «ci sono tante gatte, tante ragazzine da sverginare. Non sei un uomo?» – si rispecchia nella maledizione del fardello patrilineare espressa in Bramadero, perché nel Cile di Pinochet «un certificato di nascita con quel cognome è una sentenza di morte» se sei il figlio di un padre sbagliato.

Forse è per questo che a portare la giustizia in questo mondo malato non sono tanto i padri, ma le madri. È la madre di Prometeo sempre in Bramadero, non certo l’eroico padre, a farlo scappare, a salvarlo con l’ultimo addio, a dargli il consiglio giusto, tutto femminile, di fingere l’idiozia e usarla come una corazza per proteggersi dall’idiozia del mondo. «È meglio fare i finti tonti e credere che gli annunci sui giornali che offrono lavoro siano reali», si legge in Wilson – a dimostrazione dei tantissimi rimandi interni, che formano l’ossatura, la coerenza di questa raccolta. Il camion della guardia, forse il racconto più pulito e lineare, per certi versi il più classico – si apre addirittura con una citazione, da Neruda – raccoglie tutta la sua potenza dalla gravidanza omicida, dalla freddezza della vendetta lucida portata a termine dalla madre di Francesco, che «sotto il tendone ancora una volta sentì freddo», come lo aveva sentito nella camera spoglia del figlio morto. Dalle parole di Lemebel – sempre cariche e allusive, sempre pregnanti – sembra sia proprio il freddo della morte e della rappresaglia a darle il coraggio di fare quel che va fatto, perché in fondo «gli otto uomini aggrappati ai fucili lì seduti erano solo quello: uomini con armi».

E mentre in Espinoza c’è il lento scivolare nell’ombra di un’identità prima scoperta e poi repressa, simboleggiata dalla bicicletta lasciata ad arrugginire sotto la pioggia dalla moglie di Antonio, in Wilson c’è tutta la rabbia sociale, l’impotenza per un padre strappato via e gettato in un bagagliaio di fronte al figlio, senza un motivo, il tentativo di vendere ciò che si ha, ciò che si é, per dare un senso a quello che non si ha e non si può essere: «dal liceo all’università il passo è grande, quando si è figli del comprare a credito, della previdenza sociale, dei pantaloni metallizzati dal ferro da stiro», ed è un passo, una distanza che va colmata con tutto il proprio corpo.

C’è sempre, nei personaggi di Lemebel, qualche elemento che muove a compassione, un dettaglio che nel disgusto riesce a seminare un’empatia sorpresa di scoprirsi tale, come in Monsignore e Baciami ancora, forestiero che, pur nelle loro differenze, sono due facce speculari del mercimonio elevato a professione lunga una vita, trascinata ben oltre le soglie onorevoli della pensione. Melania è di una tenerezza straziante, un riscatto dalla povertà costruito con lentezza infaticabile e demolito non dalla ricchezza, ma da altra povertà, in un crescendo di eventi paradossali fatti di sangue e lacrime in cui la messa a valore della propria carne si fa letterale e truculenta.

Gaspar chiude infine la raccolta, e prende il titolo da una figura tragica che è quasi una rappresentazione plastica del ruolo della scrittura – soprattutto della scrittura degli ultimi come quella di Lemebel: un narratore che forse ha viaggiato, forse ha rubato dai libri degli altri, ma in fondo non importa. Ce lo descrivono gli occhi ammirati di un bambino, finché un giorno, al termine di vacanze estive che immaginiamo punto di svolta verso l’adolescenza, Gaspar scompare, malamente sostituito dalla televisione, e ne restano soltanto le tracce dell’assenza, «l’ultima parte di un tesoro che qualcuno si era portato via per sempre».

Irraccontabili di Pedro Lemebel è un libro da leggere con foga e poi posare, da rileggere con calma, assaporare e digerire; un libro da leggere e basta, per farsi travolgere dalla creazione politica dei suoi personaggi indimenticabili.

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