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CASO SOFRI: Caccia alle streghe degli anni Settanta

Recensione del libro di Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico Considerazioni in margine al processo Sofri

A 30 anni dalla sua prima pubblicazione, la riedizione del pamphlet scritto dallo storico Carlo Ginzburg sul «processo Calabresi»1 rappresenta ancora un sintetico quanto efficace esempio di quanto ci sia bisogno di comprendere nel profondo il ventennio di conflittualità sociale e politica che interessò il nostro Paese fra l’inizio degli anni Sessanta e quello degli anni Ottanta del secolo scorso. La storia di quella stagione è ancora ostaggio di un “discorso pubblico” che la deforma, manipola, riadatta in base agli interessi della politica dominante.

La storia giudiziaria del processo per l’uccisione del commissario Luigi Calabresi, alla fine della quale furono condannati Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi, sulla base delle dichiarazioni del «pentito» Leonardo Marino, è nota: il 17 maggio del 1972, il commissario di polizia Luigi Calabresi venne ucciso a Milano in un agguato. Calabresi era assurto alle cronache 2 anni e mezzo prima: il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana, dalla finestra del suo ufficio nella Questura di Milano era “precipitato” Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico trattenuto in modo illegittimo da 3 giorni e accusato (ingiustamente) di essere implicato nella strage. Il giornale «Lotta Continua» indicò in Calabresi il responsabile morale della morte di Pinelli e avviò contro il funzionario di polizia una durissima campagna politica.

Nella lunga serie di processi, durati circa una decina d’anni e che hanno alternato assoluzioni a condanne di colpevolezza, le prove di colpevolezza contro Sofri erano costituite solo dalla confessione di Marino, che ha accusato Sofri di avergli ordinato, in qualità di leader dell’organizzazione extraparlamentare di sinistra Lotta Continua, di assassinare Calabresi. L’incarico sarebbe stato comunicato durante una riunione tenutasi in una piazza dopo una manifestazione a Pisa tenutasi il 13 maggio 1972 per ricordare Franco Serantini, il giovane anarchico morto il 5 maggio per mancanza di cure in questura, a seguito di un pestaggio da parte di esponenti delle forze dell’ordine.

Ovidio Bompressi

Sofri ha sempre smentito di aver mai neanche parlato con Marino in quell’occasione, precisando che il 5 maggio 1972 pioveva a dirotto e che la manifestazione era fortemente sorvegliata dalla polizia. Circostanza, questa, confermata anche da altri partecipanti alla manifestazione.

Come ricordato da Ginzburg nel suo saggio, diverse prove investigative erano scomparse nel corso degli anni. In primis, gli abiti che Calabresi indossava il giorno della sua morte non furono mai ritrovati. In secundis, la Fiat 125 azzurra (che Marino ricordava di colore beige) fu demolita il 31 dicembre 1988, cioè cinque mesi dopo l’arresto degli imputati di Lotta Continua (sebbene fosse conservata nel deposito giudiziario dal 25 agosto 1972). Infine, il proiettile che uccise Calabresi venne incredibilmente messo all’asta il 15 aprile 1990, a seguito di un’alluvione che aveva danneggiato l’ufficio dove venivano conservati i reperti dell’omicidio. In diverse occasioni Ginzburg precisa di non credere a nessun misterioso complotto che si sarebbe celato verso la sparizione delle prove, ma anche l’incredibile sciatteria da parte delle autorità di polizia non diminuisce la gravità delle conseguenze.

Nel libretto, Ginzburg espone in forma concisa il suo studio delle carte processuali (circa 3000 pagine), in cui, con una precisione tipica dello storico rigoroso nella critica delle fonti, evidenzia le inesattezze, l’inattendibilità, le incongruenze, le irregolarità e le palesi incoerenze presenti non solo nelle dichiarazioni di Marino, ma anche in quelle della moglie e degli ufficiali e sottufficiali dei carabinieri che raccolsero per primi queste dichiarazioni. Allo stesso modo, in modo mai fazioso e sempre scientifico, Ginzburg non risparmia osservazioni critiche alla Corte d’Assise di Milano, che nelle motivazioni della sentenza sovente ha sostituito gli elementi di prova (che non ci sono) con contorsionismi logici e dialettici degni di un processo inquisitorio: infatti è proprio ai processi dell’Inquisizione, studiati da Ginzburg in decenni di attività, che l’autore più di una volta paragona diverse scelte e ragionamenti del tribunale.

Marino inizialmente affermò che il peso della sua coscienza lo aveva spinto a confessare i suoi crimini, prima il 19 luglio 1988 ai carabinieri di Amelia, un piccolo paese dell’Umbria, poi recandosi a Milano, dove avrebbe descritto con precisione l’assassinio di Calabresi di fronte a Ferdinando Pomarici, sostituto procuratore, e al magistrato inquirente Antonio Lombardi. Tuttavia, il 20 febbraio 1990, due anni dopo l’inizio del processo, un testimone del Tribunale, il carabiniere Emilio Rossi, dichiarò che Marino si era presentato per la prima volta ai carabinieri ad Amelia il 2 luglio 1988. A sua volta, dai riscontri di altre testimonianze, Ginzburg si è interrogato sulla possibilità che il contatto di Marino con i carabinieri fosse da ricondurre addirittura a maggio, ma in ogni caso la Corte lasciò cadere la questione, non proprio irrilevante.

Adriano Sofri

Molte altre discrepanze nella testimonianza di Marino contro Sofri hanno destato diversi dubbi sull’attendibilità delle sue parole, sulle quali si basa esclusivamente la sentenza contro Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Fra questi le profonde differenze fra la prima versione di Marino, dove affermava che Pietrostefani e Sofri gli avevano ordinato l’assassinio, e quella successiva, in cui Pietrostefani spariva e rimaneva solo Sofri. Ancora, la descrizione di Marino dell’itinerario che avrebbe seguito subito dopo il delitto, durante il quale disse di essere andato esattamente nella direzione opposta a quella in cui la Fiat era stata effettivamente abbandonata e ritrovata. Marino poi si confuse su quando si fossero manifestati i suoi rimorsi di coscienza, prima nel 1972 e poi negli «ultimi tre anni». La genuinità del pentimento di Marino, la completa veridicità della sua confessione vennero però accolte a priori nel corso del dibattimento, tanto in assenza di riscontri oggettivi quanto in presenza di testimonianze oculari discordanti da quella di Marino, come nel caso della descrizione della scena del crimine, con le versioni dei presenti chiamati a testimoniare che erano in aperta contraddizione con quelle del «collaboratore di giustizia». Ma la Corte di giustizia di Milano, presieduta dal presidente Manlio Minale, alla fine decise per l’attendibilità della testimonianza di Marino.

Come nel caso sopracitato della sparizione o distruzione delle prove, anche Ginzburg (come peraltro già Sofri in più occasioni aveva ribadito) sembra poco orientate a ritenere credibile un “complotto” orchestrato dal Partito Comunista Italiano per regolare i conti con il leader di un’organizzazione della sinistra rivoluzionaria che proprio col Pci negli anni Settanta del ‘900 sviluppò una polemica e uno scontro ferocissimi. Piuttosto, lo storico di origine torinese punta la sua attenzione su un atteggiamento persecutorio nei confronti dei tre ex militanti di Lotta Continua, basata su un’aprioristica convinzione di colpevolezza, atteggiamento che richiama alla memoria la caccia alle streghe in epoca medievale e moderna. Dentro questo quadro, il tema del complotto, del depistaggio, è un’ipotesi che non si può scartare a priori, come peraltro dimostra la traiettoria di un’altra drammatica vicenda processuale, quello dell’omicidio di Mauro Rostagno.

Mauro Rostagno è stato attivista del Movimento Studentesco a Trento, militante di Lotta Continua e poi giornalista antimafia coraggioso e uomo impegnato nella lotta all’eroina con metodi e filosofie radicalmente opposte a quelle di Muccioli e del suo lager a San Patrignano. Non ha mai rinnegato le sue scelte e ha sempre rivendicato la sua profonda amicizia con Adriano Sofri. Mauro venne ucciso in un agguato il 26 settembre 1988, colpito da due colpi di fucile e poi finito da altrettanti colpi di pistola a Valderice, in provincia di Trapani. Per anni si sono susseguiti i tentativi più fantasiosi e vergognosi di depistaggio, financo nei confronti di Lotta Continua, ritenuta l’ambiente da cui sarebbero provenuti gli assassini di Rostagno. La stessa compagna di Rostagno, Chicca Roveri, venne arrestata con la più vile delle accuse: quella di aver favorito l’omicidio del sociologo torinese, in complicità coi suoi ex compagni di LC, per impedire la sua testimonianza al processo Calabresi. Sal novembre scorso, con la sentenza della Cassazione, la responsabilità della mafia nell’uccisione di Rostagno è verità giudiziaria e almeno parzialmente gli eventi storici, la dignità politica di un movimento politico, quella personale degli amici e degli affetti di Mauro Rostagno sono stati rimessi al loro posto.

È possibile dire lo stesso per l’omicidio di Luigi Calabresi? Come dimostrato da Ginzburg, i dubbi rimangono e sono molti.

1 C. Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Quodlibet, Macerata, 2020.

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