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La giustizia russa e le persecuzioni giudiziarie: molte condanne e poche assoluzioni

Immagine in Copertina di Yevgenia Litvinova

La Vladimirka è uno dei quadri più celebri dell’Ottocento russo. Il capolavoro di Isaak Levitan raffigura un tratto della Grande strada, che collegava la Russia europea alla Siberia, nel governatorato di Vladimir, da dove passarono migliaia di detenuti, destinati al confino, in alcuni casi perpetuo, al di là degli Urali. Un quadro dove è protagonista la strada deserta, percorsa da una solitaria figura di pellegrino intento a pregare, e dove il vuoto racconta la sofferenza di migliaia di vite mandate a scontare la pena lontano dalla propria terra. Anche se l’immagine dell’universo penitenziario russo è stata, è e sarà sempre associata alla Siberia e alle deportazioni d’età imperiale e poi al periodo staliniano, la realtà odierna non vede vagoni di detenuti scortati fino a impervie destinazioni, ma comunque ha ereditato alcune forme d’organizzazione della vita carceraria e della condanna dei secoli precedenti. Un esempio è la colonia penale di lavoro (Ispravitel’no-trudovaja kolonija, abbreviata in ITK), istituita in Unione Sovietica nel 1929, rinominata dal 1997 in colonia penale (Ispravitel’naja kolonija). Ancora oggi, la maggioranza dei detenuti russi sconta la pena nelle colonie.

Oggi, poco meno di mezzo milione di cittadini (496.791) scontano la propria pena nelle carceri e nelle colonie penali russe.

Tra i paesi membri del Consiglio d’Europa, la Russia è al primo posto nella classifica della popolazione carceraria, con un terzo di quella totale (circa 1.540.000 persone). I dati del 2020 registrano comunque una riduzione del numero di detenuti, dovuta alla progressiva adozione di misure alternative al carcere, che procede ancora a rilento rispetto ad altri paesi europei. Ma a essere un’importante causa di aumento della popolazione carceraria è il sistema giudiziario. Nel 2019 i processi conclusisi con l’assoluzione degli imputati sono stati 2256, pari allo 0,36% di tutti i procedimenti portati al dibattito. Una cifra che non trova riscontri negli altri paesi, per fare un confronto, in Italia nel 2018 il 20,7% dei processi in primo grado si è concluso con l’assoluzione.

Azat Miftachov

In un meccanismo del genere, lo spazio per abusi e ingiustizie è vasto, e assai raramente vi sono sentenze di secondo grado o in appello capaci di ribaltare il verdetto iniziale. Oltre al caso di Aleksej Naval’nyj, il blogger e politico avvelenato la scorsa estate e arrestato al suo rientro dalle cure in Germania, che ha tenuto banco nelle scorse settimane, vi sono numerosi processi e altrettanti verdetti fuori dall’attenzione dei media, anche nei paesi occidentali. Alcuni casi sono emblematici. Azat Miftachov, giovane matematico, dottorando dell’Università statale di Mosca, è stato arrestato e condannato a 6 anni di detenzione in una colonia: secondo l’accusa e la corte, Miftachov ha gettato un fumogeno nella sede di Russia Unita, il partito di Putin, a Chovrino, quartiere della periferia settentrionale di Mosca. Il matematico ha sempre respinto sospetti e denunce, sostenendo di essere vittima di una montatura di carattere politico, a causa della sua militanza nel movimento anarchico russo.

La denuncia di Miftachov sembrerebbe essere confermata anche da quanto emerso durante le udienze, quando come prova della colpevolezza del giovane son stati portati alcuni libri trovati nel suo tablet. Tra i testi portati come testimonianza delle velleità terroristiche del matematico, vi erano libri di Piotr Kropotkin, di Hannah Arendt e dello studioso russo, militante anarchico, Piotr Rjabov, titoli che sicuramente esprimono una posizione politica ben definita di Miftachov, ma senza appelli a atti criminali (e nemmeno proibiti in Russia). In sostegno dell’innocenza del dottorando anarchico si sono espressi figure come Noam Chomsky, l’associazione Memorial lo ha dichiarato prigioniero politico, e le petizioni a difesa di Miftachov son state firmate da migliaia di studenti e semplici cittadini, senza però riuscire a influire sul verdetto finale.

Un altro caso con risvolti assolutamente politici, ma camuffato da un’accusa pesante e infamante, la pedofilia, riguarda Jurij Dmitriev, attivo dalla fine degli anni Ottanta in Carelia nelle ricerche dei resti delle vittime del Grande Terrore di fine anni Trenta.

Dmitriev ha una biografia particolare, adottato da un veterano di guerra, cresciuto tra Dresda e i boschi careliani, comincia a interessarsi di storia locale alla fine degli anni Ottanta, mentre lavorava come assistente di Michail Zen’ko, membro del Congresso dei deputati del popolo dell’URSS. Vi erano stati vari ritrovamenti di resti umani attorno a Petrozavodsk, capitale della Carelia, nel corso di alcuni lavori di ristrutturazione.

Da questo momento Dmitriev si occupa di dare un nome a quei resti, di ricostruire l’identità di chi era finito nelle fosse comuni degli anni Trenta, e per questo comincia a lavorare negli archivi locali e a Mosca, riuscendo anche a consultare i documenti conservati alla Lubjanka, nel palazzo del KGB diventato FSK (e in seguito FSB).

Era la prima metà degli anni Novanta, quando, nel caos seguito alla caduta del sistema sovietico, per un breve periodo era stato possibile consultare più o meno liberamente i faldoni dell’allora NKVD (Narodnyj komissariat vnutrennych del, Commissariato del popolo degli affari interni) ancora oggi custoditi nell’edificio dei servizi di sicurezza russi. Grazie al lavoro di consultazione degli archivi, Dmitriev riesce a risalire a migliaia di vittime del Terrore staliniano, ma non si ferma.

Nel 1997 nel bosco di Sandarmoch, a 180 chilometri da Petrozavodsk, vengono ritrovate decine di fosse, contenenti migliaia di vittime (la cifra esatta è 6281), uccise nel giro di 15 mesi, da agosto 1937 a novembre 1938. Dal ritrovamento dei primi resti, Dmitriev fa della memoria di Sandarmoch la propria causa, lavorando senza soste per far conoscere e tener vivo il ricordo delle vittime. Nel territorio del bosco viene costruito un memoriale, con lapidi e statue, e ogni anno si son svolte cerimonie di commemorazione dei defunti lì sepolti, grazie anche al continuo lavoro di Dmitriev. Lo studioso per la sua opera ha ricevuto anche importanti riconoscimenti, tra cui la Croce al merito di Polonia nel 2015, e l’anno dopo il Diploma d’onore della repubblica di Carelia, all’epoca la più importante onorificenza della regione.

Ma il 13 dicembre del 2016 Jurij Dmitriev viene arrestato, con la terribile accusa di aver abusato della figlia adottiva, allora undicenne. Secondo la procura distrettuale, le fotografie scattate alla figlia per registrare le condizioni di salute sarebbero state di tipo pornografico.

Durante i processi però è stato possibile dimostrare come in realtà le accuse non avessero base alcuna, come confermato anche dalle perizie svolte sull’imputato da ben tre commissioni di psichiatri, che hanno escluso qualsiasi tipo di devianza. Nonostante questo, e nonostante due processi che hanno fatte proprie le conclusioni delle commissioni, Dmitriev è stato nuovamente condannato a 13 anni dalla Corte Suprema, annullando di fatto i precedenti procedimenti giudiziari.

Jurij Dmitriev

Secondo Andrea Gullotta, ricercatore dell’università di Glasgow e autore di vari studi sui Gulag, membro dell’associazione Memorial Italia, lo studioso careliano è vittima di una vera e propria persecuzione giudiziaria, le cui ragioni sono da ricondurre alle sue ricerche. «Il caso di Jurij Dmitriev ha provocato reazioni importanti tra l’opinione pubblica russa e anche all’estero» dichiara Gullotta «Il motivo è da ricercare sia nella natura poco chiara delle accuse, sia nel concomitante assalto alla memoria di Sandormoch, sia infine nell’accanimento giudiziario di cui è vittima Dmitriev.

In un contesto giudiziario come quello russo, il fatto che sia il primo, sia il secondo processo si siano conclusi con un’assoluzione totale dalle accuse di creazione di materiale pedopornografico (relative alle fotografie fatte alla figlia adottiva) dimostra di per sé l’inconsistenza delle accuse. Similmente, il fatto che l’accusa di atti violenti nei confronti della figlia adottiva, punibile con un minimo di 12 anni in base al codice penale russo, sia stata punita con una pena di 3,5 anni, prova l’infondatezza dell’impianto accusatorio (l’atto violento, a quanto appreso, sarebbe il gesto di controllare se la bambina – che al tempo soffriva di enuresi – avesse avuto bisogno di un cambio). Nonostante due processi conclusisi per quanto concerne le accuse di pedofilia con un’assoluzione piena (il primo) e un’assoluzione di fatto (il secondo), la Corte Suprema ha inflitto una pena di 13 anni in colonia penale e chiesto un terzo processo per le accuse relative alle foto. Una condanna a morte per un uomo di 65 anni».

I casi di Miftachov e di Dmitriev sono particolari, si potrebbe far notare, a causa delle connotazioni politiche delle due vicende. Anche ammesso che sia ancora possibile ritenere legittimo l’utilizzo del potere giudiziario per risolvere questioni politiche, resta però da capire come sia possibile spiegare razionalmente lo 0,36% di assoluzioni nei processi, e quali siano le garanzie per i comuni cittadini di fronte alla legge. Si tratta di un problema rilevante per il presente e il futuro della società russa, ormai in un secolo lontano dall’epoca in cui migliaia di infelici percorrevano la Vladimirka.

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