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Ci chiamano “zingari”: tutti hanno paura di noi ma nessuno ci conosce

Lasciateci presentare: ci chiamano “zingari”. Tutti hanno paura di noi ma nessuno ci conosce. Perseguitati e diversi da sempre.

Per iniziare il vostro viaggio con noi (già, un’altra diffusa falsità è che siamo nomadi “per razza” come scrissero i nazisti, o “per natura” come corressero -si fa per dire- molti governi europei, fra cui l’Italia, negli anni ’70), sebbene sia ormai pacifico che il “nomadismo” riguardi di fatto una percentuale minima) è necessario in via preliminare fare chiarezza sottolineando un dato di realtà, ovvero che la nostra popolazione costituisce un universo tutt’altro che omogeneo, a dispetto delle immagini stereotipate ricorrenti, e che per definirne i contorni è necessario avviare un percorso conoscitivo, perché altrimenti si producono immagini distorte.

Rom, Sinti, Camminanti sono una comunità, anticamente proveniente dalla India del Nord, una galassia di minoranze, a una miriade di gruppi e sottogruppi diversi ma caratterizzati da una serie di somiglianze che includono la lingua, le modalità di vita, le tradizioni culturali e l’organizzazione familiare. Inoltre, al di là delle specificità culturali, che nel corso del tempo si sono compenetrate e fuse con elementi di altre popolazioni creando mescolanze potenti e forme di vita irregolari rispetto al presupposto archetipo Rom, tali gruppi si caratterizzano per situazioni socio-economiche ben differenti, nonché per una vasta gamma di posizioni giuridiche (che incidono pesantemente sulle condizioni generali di vita). Un dato costante della storia del popolo rom va rintracciato nell’antiziganismo, la persecuzione subita: la riduzione in schiavitù (Romania), la deportazione e lo sterminio. 

Lungo la storia che li accompagna fino ad oggi, si è protratta nel tempo la diffidenza nata al loro primo apparire nel Medioevo europeo: un mix di pregiudizi sociali, come l’idea che gli zingari fossero portatori di malattie pericolose e inclini a rubare bambini; il nomadismo come maledizione di Dio; la pratica di mestieri quali forgiatori di metalli, considerati, nella superstizione popolare, riconducibili alla stregoneria, e durante la Riforma Protestante fu l’accattonaggio ad essere messo sotto accusa. La condanna è quasi sempre la pena di morte. Tutti i paesi europei moderni hanno adottata bandi di espulsione nei loro confronti, fino alla programmazione del genocidio da parte nazista.

Secondo le stime del Consiglio d’Europa, nel Vecchio Continente vivono tra 10 e i 12 milioni Rom, di cui circa 6 milioni nella sola Unione Europea, costituendo la minoranza più grande d’Europa.

In Italia, in base alle stime ufficiali dell’U.N.A.R. (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), i Rom residenti sarebbero circa 140.000, pari allo 0,2% della popolazione totale, una delle incidenze più basse dell’Unione Europea (basti pensare che in Romania i Rom stimati sono circa 1.800.000 e rappresentano l’8% della popolazione).

In Italia, le comunità romanès sono costituite da gruppi molto eterogenei dal punto di vista linguistico e culturale, ma se ne possono individuare tre principali macro-gruppi (Rom, Sinti e Caminanti) che hanno origini ben radicate e sono presenti sul nostro territorio almeno dal quindicesimo secolo. Accanto a comunità di antico insediamento, composte da circa 70.000 persone con cittadinanza italiana, si riscontrano anche altre originarie dell’Europa dell’Est, giunte in Italia in diversi momenti storici, ovvero a seguito delle due guerre mondiali, alla fine degli anni Sessanta e dopo le guerre avvenute tra il 1991, a seguito dello scoppio della guerra nei Balcani, e il 2000 (in particolare da Serbia, Kosovo e Montenegro), per un totale di circa 90.000 persone. Infine, vi sono le comunità di recente immigrazione, provenienti da Romania e (in minor misura) Bulgaria nel periodo pre e post allargamento dell’Unione Europea, il cui ammontare è difficilmente stimabile. Ad alcuni Rom non provenienti da paesi UE è stato riconosciuto il diritto di asilo o la protezione sussidiaria, altri sono gli apolidi (de facto), anche se nati in Italia (eh già, chi lotta più per lo ius soli?)

Insomma, ci tengo a ribadirlo. Per la gran parte, RSC sono cittadini italiani di antico insediamento con un grado di inclusione assai ampio, ma invisibile agli occhi. Le comunità romanés sono ormai ferme da decenni (lo si dovrebbe dire), così come si dovrebbe ricordare che molti Rom hanno combattuto nella Resistenza.

La mancanza di dati quantitativi di tipo demografico sulle popolazioni Rom è una questione complessa e molto dibattuta.

Innanzitutto, è necessario tener conto del fatto che i Rom non costituiscono una minoranza “territoriale”, spazialmente individuabile (al di là della ristretta percentuale che ancora pratica il cosiddetto nomadismo), ma una “minoranza diffusa”, dispersa e transnazionale, che spesso sfugge alle rilevazioni. Poi c’è da tenere conto dello stigma sociale: molti rom nascondono la sua origine o, se la ostentano, ne pagano le conseguenze. In Italia, soltanto il 20% di Rom e Sinti vive nei campi nomadi, mentre l’80% vive esattamente come il resto della popolazione italiana ed è scarsamente visibile ai nostri occhi, perché evita di dichiararsi Rom o Sinto per non doversi difendere dai pregiudizi (voi lo dareste lavoro ad una persona che si dichiara Rom? il 96% della popolazione italiana non lo farebbe); 4 su 5 Rom non stanno nei campi eppure c’è il costante richiamo a considerarli solo un popolo di ghettizzati; impareremo che è l’effetto dei nostri stessi censimenti che rappresentano un po’ la profezia che si autoavvera, perché con i paraocchi del razzista democratico, noi diciamo “Rom” e pensiamo “campo nomadi” oltre a ladro, delinquente ecc.

Ma il doversi “nascondere” non è una caratteristica sono dei Rom italiani, l’antiziganismo è drammaticamente diffuso in tutto il mondo. Quanti di voi sanno che divi e personaggi famosi che hanno segnato questo secolo sono “zingari? Qualche nome: nel campo delle arti e dello spettacolo Charlie Chaplin, Yul Brynner, Micheal Caine, Antonio Banderas, Rita Hayworth, Elvis Prersley, Moira Orfei, Django Reinhardt e anche il calciatore Zlatan Ibrahimovic. Questo spiega perché il numero ufficiale dei Rom è incerto in tanti paesi: perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come etnia rom per timore di subire discriminazioni. 

In Italia, certamente, le politiche sempre più xenofobe e razziste non aiutano. Nel nostro paese si registra ancora adesso il più alto livello di discriminazione nei confronti delle nostre comunità che tuttavia sul territorio nazionale costituiscono soltanto il 0,2% della popolazione totale. E’ quindi insensato parlare, come si è troppo soliti fare, di invasione rom. L’ antiziganismo è tanto presente in tutta Italia che l’UE ha parlato per l’Italia della necessità di combatterlo, perché diffuso e propagandato dai media e da fazioni politiche trasversalmente unite nel sostenere il pregiudizio anti-Rom.

Una realtà complessa com’è quella dei RSC richiede, dunque, di essere conosciuta, rappresentata in modo adeguato.

Mostrateci disponibilità ad addentrarvi in un patrimonio informativo che non riguardi solo, come spesso avviene, specifici gruppi in aree circoscritte (ad es. i campi nomadi), ma che riesca a recuperare le diverse tessere che compongono il mosaico delle nostre comunità e che si articoli su tutte le dimensioni culturali. Vi giuro che sono tante!

Conoscere le storie di Rom e di Sinti fa uno strano effetto. Iniziando a conoscere la nostra cultura si comincia a vedere lo “zingaro” da un diverso punto di vista. Il suo. Si comincia a capire qualcosa di una “etnia più misconosciuta che conosciuta”. Una?! Tante! Rom, sinti, manouche, kalè, jenish, khorakhanè… Un variegato mondo di comunità.

Noi siamo l’U.C.R.I, l’Unione delle Comunità Romanes in Italia, una federazione democratica senza alcun scopo di lucro, basata sul confronto e la crescita. L’ UCRI è la “casa comune” delle comunità romanès, che accoglie però anche persone non di etnia rom, ed è aperta a chiunque sia interessato alla cultura romanì, sia antirazzista e abbia spirito democratico (e fedina penale pulita) in una strategia di “partecipazione attiva e qualificata e non esclusiva.

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