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un suicidio

RACCONTO: Un tentato suicidio

L’autrice consiglia di leggere ascoltando: Bloc Party “This modern love”. Silent Alarm. Vice Records, 2005.

di Eva Luna Mascolino

Stanotte ho sognato un campo di luce

quando mi sono svegliato

ero ancora nel suo letto

e lui era il mio fiore

Il giorno in cui Sveta e Viktor si sono sposati me lo ricordo per due dettagli.

Il primo: mentre Igor accompagnava la figlia all’altare, ha avvicinato la bocca al suo orecchio destro proprio mentre mi passava accanto. Stai attenta a quello, l’ho sentito mormorare fra i denti. A lei è tremato in maniera quasi impercettibile il labbro inferiore, io ho sbattuto in fretta le ciglia guardando in direzione del mazzo di rose appoggiato sulla panca più vicina al sacerdote.

Il secondo: subito dopo avere baciato la sposa Viktor si è toccato i capelli con tre dita, come fa di solito quando gli chiedo di accarezzarsi davanti a me. Una fitta mi ha spaccato in due lo stomaco, proprio all’altezza dell’ombelico. Così sono andato in bagno, ovvero sul retro della chiesa, dove qualcuno aveva installato una cabina di legno in mezzo alla boscaglia. Ho contato fino a ventisette, dopodiché sono uscito con una smorfia sulle labbra e ho brindato insieme al resto degli invitati.

Ieri i due sposi hanno festeggiato il loro terzo anniversario, e io tre anni dal momento in cui la rubrica del mio smartphone ha accolto il nome del mio compagno di banco delle elementari tra la U e la Z. Essendo vissuti sempre nello stesso quartiere, per parecchi anni abbiamo comunicato solo di persona, o al massimo tramite biglietti. Avevamo inventato un linguaggio cifrato tanto semplice quanto efficace, in cui le prime due lettere di ogni parola, se considerate in successione, avrebbero rivelato il vero contenuto della nostra comunicazione. In questo modo potevamo scriverci messaggi brevi e di senso doppiamente compiuto, che lasciavamo scivolare in una tasca o infilavamo in una pila di fogli. A un certo punto, però, ci siamo resi conto che ancora meno strano sarebbe risultato sentirci di tanto in tanto via telefono, e ci siamo trasformati nei commentatori di calcio più accaniti di tutta la Cecenia.

Quando Sveta ha citofonato per chiedermi se Viktor avesse dormito da me, sono trasalito. In settembre capita spesso, con la scusa che seguiamo le prime partite del campionato e ci riduciamo sempre ubriachi fradici quando arriva il triplice fischio dell’arbitro. Riprendendo il giusto ritmo con il lavoro e subendo le prime sgridate, allentiamo un po’ il ritmo e ci limitiamo ai fine settimana o ai giorni di festa, tanto trovare una gara in calendario è più facile che recitare la Professione di Fede. La notte precedente, però, io e Viktor non ci eravamo incontrati. Per il loro anniversario facciamo sempre un’eccezione, non saprei spiegare neppure per quale ragione, e mi era rimasto il suo vino preferito in frigo aperto da mercoledì. Satrapezo georgiano, già scolato per metà.

– No– mi sono ascoltato soffiare sulla cornetta – perché?

– Non è tornato a casa, ieri sera…

– Come sarebbe? E dov’è andato?

– Non lo so. Speravo me lo dicessi tu.

Le ho consigliato di contattare ospedali e caserme di polizia.

– E stai alla larga da giornalisti e social network – ho aggiunto.

– Come mai? – ha chiesto lei.

Le ho risposto rimettendo il citofono al suo posto e controllando di non avere materiale compromettente sul cellulare. Il cestino di foto e video era già vuoto e le chat erano a posto, tutte rigorosamente su WhatsApp. Se avessimo usato Telegram, qualcuno si sarebbe insospettito. Lo stesso qualcuno che forse aveva già piazzato una cimice in casa di Viktor e lo aveva incastrato. Ho messo in lavatrice le lenzuola e tutti i vestiti della stagione, ho cambiato le fodere ai divani e poi ho tirato fuori da sotto il letto la scatola in cui conservavo la nostra corrispondenza cartacea.

Dovrebbero mandare Nikita, se Raoul dà meno, recitava il nostro primo e sgangherato tentativo. Avevamo quattordici anni e dopo la scuola facevamo sempre un salto al supermercato per conto delle nostre famiglie.

Era un venerdì, io avrei avuto una verifica di geometria il lunedì successivo e Viktor si era offerto di aiutarmi. Sapevo che la sua proposta si stava riferendo a un diverso tipo di incontro, ma avevo parecchie formule da ripassare e non potevo permettermi distrazioni come quelle a cui proprio lui mi aveva iniziato qualche mese prima, mentre eravamo in vacanza a Soči con i nostri genitori. Viktor aveva preso un numeretto già usato dal banco del pesce, aveva cercato una penna nello zaino e dopo averci pensato un po’ su aveva scribacchiato una frase dietro il 42 stampato in grigio. Mi aveva passato il foglietto e aveva aggiunto ad alta voce: Vediamo se hai davvero bisogno di studiare ancora. Per risolverlo devi tenere a mente 2×1 come comune denominatore. Al posto dei numeri mi ero trovato davanti a una frase apparentemente incomprensibile, così avevo ragionato sull’indizio che avevo appena ascoltato e con un paio di minuti di ritardo ero riuscito a leggere: do-ma-ni-se-ra-da-me.

Ho ridotto tutti i biglietti in quadrati sempre più piccoli, finché non sono sembrati fiocchi di neve sciolti, o residui di forfora. Allora li ho buttati nel caminetto e ho aspettato che se li mangiasse il fuoco. Solo dopo ho abbassato le spalle e ho realizzato che la gola mi si era attorcigliata stretta intorno a un presagio. Lo avrebbero sfigurato, mi sono detto. Sarebbe stato seviziato e costretto a confessare. Oppure sarebbe sparito e basta, massacrato chissà da quanta gentaglia riunita in cerchio intorno a lui.

La suoneria del telefono mi ha fatto sobbalzare. Era Sveta.

– Lo abbiamo trovato.

La sua voce sembrava sul punto di spezzarsi, tant’è che per sicurezza ho domandato:

– Vivo?

– Sì… Si era addormentato nel bosco con un cappio intorno al collo e due bottiglie di vodka vuote accanto.

– Santo cielo…

– Lëša. Lo stanno portando da te.

Quando ho aperto la porta e me lo sono visto di fronte, gli ho dato un pugno sul naso. Non lo avevo mai toccato prima, non in quel modo, ma non sono riuscito a contenermi nemmeno davanti ai due energumeni in divisa che lo tenevano fermo per le braccia. Mi hanno urlato di calmarmi, di andare a prendere dell’acqua fredda e un panno per bloccare il sangue, e io ho obbedito in silenzio, svuotato dall’adrenalina di poco prima.

– Che diavolo le è preso? – ha ringhiato uno dei due, mentre mi seguiva in cucina.

– Lei come reagirebbe se scoprisse che il suo migliore amico ha tentato il suicidio?

– Lo fracasserei di botte sulla schiena.

– Appunto.

– Lei non può farlo, però.

– Come ha detto?

– Che lei non ha un distintivo. Stia al suo posto e si sfoghi dopo che saremo andati via, se non vuole mettersi nei guai.

Ho chiuso il rubinetto a testa bassa e sono tornato verso l’ingresso senza controllare che il poliziotto mi stesse venendo dietro.

– Bella casa – l’ho sentito commentare con un fischio di ammirazione.

– Lei dice?

– Molto pulita, per uno che vive solo.

– Viene a trovarmi mia sorella, di tanto in tanto.

– E il camino?

– Il camino cosa?

– L’ha acceso lei, stamattina?

– Io… Sì, poco fa.

– Non avrà mica la febbre – mi ha canzonato, con un’aria più insospettita di quanto lasciasse trapelare il suo sorriso.

– No, è che ho alzato il gomito.

– Un vizio in comune con il nostro ospite.

– Ero in pensiero per lui. Sa, ci conosciamo da tanto di quel tempo. Ho cercato di distrarmi sbrigando qualche faccenda domestica, ma quando ho capito che non stava funzionando ho stappato quella bottiglia di vino e mi sono steso sul divano. Al che mi è venuto freddo e ho acceso il camino, fine della storia.

– Capisco – ha risposto, gettando un’ultima occhiata intorno a sé. – Quindi lei è amico del signore? – ha ripreso in tono più ufficiale.

– Fin da quando eravamo bambini. Andavamo a scuola insieme.

– Al distretto 2?

– Proprio lì.

– Lo ha frequentato anche mio nipote. Gran belle professoresse, eh?

Ho provato ad ammiccare nel rispondere che sì, me ne era rimasta impressa più di una. Nel frattempo, Viktor si stava tamponando le narici e sbraitava parole incomprensibili dietro l’asciugamano.

– Bene, noi abbiamo finito – ha annunciato l’altro tipo, quello che era rimasto sull’uscio fin dal loro arrivo.

– Come sarebbe a dire?

– Faccia accomodare il suo amico, non ha ancora smaltito la sbronza.

– Perché io? C’è sua moglie a casa che…

– Sua moglie ci è svenuta fra le braccia. Appena ha ripreso conoscenza ci ha chiesto di accompagnare qui suo marito, mentre lei aspetta la visita di un medico a domicilio. Gli tenga compagnia un paio d’ore, poi lo riporti in macchina dalla sua signora. Ce l’avrà una macchina, no?

– No, cioè io… Porto il motorino.

– E motorino sia. Buona giornata.

Quando hanno girato i tacchi, ho sprangato la porta nella maniera più silenziosa possibile. Viktor si era accasciato in poltrona e respirava a bocca semiaperta. Mi sono avvicinato con la vista annebbiata da un misto di rabbia e di angoscia.

– Gran figlio di…

– Calmati. Non è come credi.

– E com’è che sarebbe? Sentiamo.

– Lëša…

– Tu non hai idea dell’ansia che mi è venuta! Quando Sveta mi ha…

– Non stavo cercando di ammazzarmi.

– Eh?

– Te lo giuro, io….

– Prova a prenderti gioco di me e vedrai come ti riempio di…

– Ascoltami, dannazione! – ha urlato, quasi strozzandosi col sangue che gli colava ancora dal naso. – Qualcuno l’ha saputo.

– Chi? Che cosa?

– Di me. Non so chi, mi hanno lasciato dei segnali. Insulti sui vetri dell’auto, minacce nella buca delle lettere. Sveta non sa niente, le ho trovate tutte io.

– Come fai a esserne sicuro?

– Perché so quanto si agita se ci mandano una multa, o se le viene il sospetto che sia andato a giocare d’azzardo con gli amici di Saša. Non riesce a essere discreta, quando c’è qualcosa che la preoccupa.

– Non è possibile che lo sappia qualcuno. Se fosse vero, li avrebbero già avvisati.

– Infatti hanno detto che lo faranno. Mi hanno dato una settimana per sistemare le cose.

– Quali cose? Di che stai parlando?

– Io non lo so. Mi hanno scritto di presentarmi ieri all’entrata del bosco dopo il tramonto. Erano in quattro, tutti incappucciati. Hanno tirato fuori dei coltelli e mi hanno ordinato di seguirli fra gli alberi. Avremo camminato per cinquecento metri, non di più, dopodiché uno di loro ha detto che non avrei avuto un’altra possibilità.

– Oggi facciamo la prova generale, la prossima volta si va in scena.

Mi hanno tappato la bocca con un panno umido e niente, ricordo di essermi svegliato in pieno giorno da solo, con la testa vuota e quella corda addosso.

– Perché non hai spiegato…

– La verità alla polizia? Come no.

Qualcosa ha preso a pungermi le gambe da sotto i pantaloni, così sono scattato in piedi e ho misurato a grandi passi la stanza.

– Dobbiamo andarcene, Lëša.

– Andarcene?

– È già abbastanza grave tentare il suicidio. Ho un amico che lavora al consolato, chiediamo due visti turistici per l’Europa e…

– E…? Abbandoniamo tutti?

– Precisamente. Chiediamo a Sveta di spedirci un pacco il giorno successivo alla nostra partenza. Di solito sono meno rigidi con i controlli, se all’ufficio postale ci va una donna. Aspetteremo il denaro che ci serve e stop, ricominceremo da capo.

– Ma che diavolo ti prende?

– Davvero non capisci? Siamo in pericolo! Se sono risaliti a me significa che…

– Significa che smetteremo di vederci, ecco qua.

– Scordatelo. Dopo quello che è successo io qui non ci resto.

– Non funzionerebbe mai. Appena scadrà il visto…

– Mi inventerò qualcosa. Anzi, ci inventeremo. Insieme.

– Io non so se me la sento di…

– Non capisci che è finita? Abbiamo i giorni contati, se non le ore. Potrebbero suonare da un momento all’altro e noi faremmo la stessa fine di quei poveracci che…

Creeeec. Viktor si è ricomposto e ha appoggiato la mano libera dall’asciugamano sulle ginocchia, rigidissimo. L’ho guardato per un attimo e poi mi sono diretto verso il citofono, trattenendo il fiato.

– Sì?

– C’è un pacco da firmare, signore.

Ho riaperto la porta con il sangue che ancora mi pulsava nelle tempie. Il postino mi ha consegnato un cappello che avevo ordinato su internet la settimana precedente e io ho scarabocchiato le mie iniziali sulla ricevuta di avvenuta consegna. Ci siamo salutati a vicenda e sono tornato da Viktor, lasciando la confezione sul tavolo.

– Hai visto?

– Che cosa?

– Vuoi davvero vivere aspettandoti di essere portato via tutte le volte che rispondi al postino?

– Vitija, andiamo…

– Stammi a sentire – mi ha interrotto con una voce che non gli avevo mai sentito usare. – Noi dopodomani atterreremo in Germania, in Portogallo o da un altro di quei posti. Hai capito bene? Un bagaglio a mano e uno zaino per uno, documenti in regola e biglietto di sola andata. A Sveta non diremo niente, presto o tardi se ne farà una ragione.

– E suo padre? Mi ricordo ancora il giorno in cui vi siete sposati e lui…

– E mia madre, allora? E la tua? E la padella che ho comprato al mercato in primavera? Non è il caso di pensare troppo Partiamo e basta, devo solo parlare con Vasilij oggi pomeriggio e poi…

– Vitja…

– Che diavolo hai da dire, ancora?

Ho respirato a fondo prima di riaprire il becco. Ho appoggiato gli occhi sui suoi capelli corti, poi sul suo mento sporgente. Mi è venuta in mente la filastrocca che avevamo inventato una notte, dopo essere rimasti sul divano per ore a sudare e a baciarci. Ho lasciato scivolare lo sguardo fino alla sua mano, fino alle gambe su cui lui una volta si era appoggiato per chiedere per gioco la mia mano. Se fossimo a Dublino accetterei, gli avevo risposto. Ho avuto una visione di me e lui su un ponte altissimo, affacciato su un campo di girasoli. Poi ho sentito l’odore del sangue di Viktor, ormai dappertutto sul mio asciugamano, e ho immaginato un manganello spaccare i suoi denti, le sue scapole, il suo ventre. All’improvviso ho provato un senso di colpa accecante per chi non aveva amici al consolato, né soldi da parte per rabbonire qualche vicino troppo violento.

Con il cuore ridotto a uno straccio, ho buttato lì:

– Che tempo è previsto in Italia per dopodomani?

Eva Luna Mascolino

Editor e traduttrice freelance di 25 anni, è nata a Catania e si è laureata con il massimo dei voti alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, dopo avere svolto tre scambi all’estero. Ha vinto il Premio Campiello Giovani 2015, tiene corsi di scrittura e collabora da anni con concorsi, festival e riviste culturali, oltre ad avere cofondato nel 2020 Light Magazine, il primo magazine in Italia a non usare l’universale maschile. Attualmente vive a Milano, dove sta frequentando il master in editoria di Fondazione Mondadori e AIE.

CRACK è una rivista letteraria indipendente nata a Torino nel 2018. Pubblica racconti brevi , altre narrazioni e rubriche sul mondo dell’editoria. È gratuita ed è disponibile sia in versione elettronica sia cartacea, scopri di più su www.crackrivista.it

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