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Quando il mondo era fatto dagli uomini

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere in successione due articoli su questo stesso sito: il primo riguardava l’utilizzo della perifrasi per ovviare al problema del maschile sovraesteso e della binarietà nella lingua italiana, il secondo parlava delle forme della militanza all’interno dell’Università. Le riflessioni degli autori mi hanno fatto pensare ad un problema con il quale mi confronto più o meno quotidianamente nel mio lavoro.

Sono un dottorandǝ di Archeologia: il mio lavoro, in poche parole, consiste nel ricostruire le azioni umane attraverso i secoli e le loro relazioni con l’ambiente circostante. Fin qui nessun problema.

Il problema sorge quando per comunicare i risultati del mio lavoro mi scontro con una lingua dove, ancora nel 2021, siamo abituati ad usare il termine “uomo” per indicare l’intera umanità.

Siamo tuttз cresciutз studiando la “storia dell’uomo”, le “scoperte dell’uomo”, il “rapporto dell’uomo con l’ambiente” e via dicendo. Considerando anche che i contenuti di questi testi scolastici (e manuali universitari!) ci presentano una realtà dove ogni cosa, dalla politica alla scienza alle arti, sembra prodotta e modellata dai soli uomini (magari bianchi, già che ci siamo!). Credo sia superfluo ribadire quanto questo abbia influenzato la percezione di tutti noi.

Già solo questo fatto ci dà un’idea di come determinate formule della nostra lingua corrispondano poi alla prospettiva della realtà che ci viene proposta. Formule alle quali siamo abituati e che sembra non possano (e non debbano) essere messe in discussione.

In ambito accademico però questo fenomeno assume una differente dimensione, che lo porta ad essere al contempo causa ed effetto del problema. Se da un lato, infatti, anche all’interno del luogo deputato all’alta formazione, continua ad essere proposta una visione del mondo ‘uomo-centrica’, dall’altro questo porta alla formazione di un bias conoscitivo che influenza l’attività dз ricercatorз. Si innesca così un circolo vizioso, dove lo studio di un mondo “fatto da uomini” ci porta a non mettere in discussione questa prospettiva, né nel passato né nel presente.

Occupandomi, nello specifico, di archeologia dei paesaggi mi trovo spesso a fare riferimento alle relazioni intercorse tra esseri umani e ambiente. Quella che viene comunemente indicata, in poche parole, viene definita la “relazione uomo-ambiente”.

Per ovviare al problema di assumere a priori che ad interagire con gli elementi morfologici e dare forma ai paesaggi siano stati solo maschi (adulti, abili, ecc.), ho spesso utilizzato la formula “relazione fra comunità umane e ambiente”. Il problema sembrerebbe quindi aggirato.

Ed il problema risulta effettivamente aggirato fintanto che non ci si trova nella situazione in cui alla scrittura non vengono posti limiti di battute, come succede nella presentazione di progetti o articoli in riviste di settore. È in questi casi che realizzi con costernazione che le 23 battute di “relazione uomo-ambiente” costituiscono un innegabile vantaggio sulle 39 di “relazione tra comunità umane e ambiente”. Questa differenza che può a prima vista sembrare irrisoria costituisce per lǝ sventuratǝ ricercatorǝ un serio problema quando verrà il momento di trovare delle strategie per sintetizzare il testo per farlo rientrare nei limiti. Nelle fasi finali di questo processo spesso si combatte con le unghie e con i denti per condensare le ultime 100 battute, che proprio non ne vogliono sapere di essere compattate. Se consideriamo che in un articolo dobbiamo (generalmente) presentare un’introduzione della problematica, uno stato dell’arte della questione, le nostre ricerche e le conclusioni, ecco che ci troveremo a ripetere questa cosa per almeno quattro volte. Circa 70 battute. Proprio quelle che ci fanno sforare!

E qui ci si pone la scelta:

1. Scrivo “uomo-ambiente” per avere più spazio per definire il progetto o l’articolo (e più possibilità di ottenere la posizione o essere pubblicati)?

2. Uso una perifrasi e sintetizzo ulteriormente (rischiando che il progetto o l’articolo sia giudicato poco dettagliato e rifiutato)?

Se decidiamo di cedere (perché per poter parlare di compromesso bisognerebbe che entrambe le parti abbiano avuto la stessa possibilità di contrattazione e, in questo caso, non è avvenuto!) e percorrere la prima strada dobbiamo però porci una domanda: ridurre tutta la pluralità umana che interagisce con l’ambiente al solo uomo circostante non è forse sacrificare del contenuto?

Per secoli ci è stata raccontata una storia fatta di soli uomini. Quel che è grave è che questo non solo è derivato dall’analisi delle fonti storiche, effettivamente spesso redatte da uomini (ma non sempre!), ma anche dalla misinterpretazione dei dati archeologici (i quali non possono mentire, ma essere interpretati male sì).

Recenti scoperte sono state in grado di porre dubbi fondamentali sulle società passate (e sulla ricostruzione delle loro dinamiche socio-culturali) e su alcuni fatti che, per secoli, abbiamo dati per assodati. Come l’equazione “combattente=uomo”, o “leader=uomo”. O l’idea che le questioni relative all’identità di genere siano un fatto recente nella storia umana (alcuni dei titoli, tra l’altro, denunciano ancora la goffaggine del mondo accademico nel dibattere di determinati temi), compresa la tanto controversa non-binarietà.

Per coloro che ritengono che questi fatti non abbiano nessun impatto sull’attuale condizione umana, perché l’archeologia, si sa, è roba per riempire musei e libri e basta, mi permetto di ricordare che (come per molte altre discipline) un utilizzo strumentale dell’archeologia è servito per legittimare invasioni e dittature del secolo scorso e correnti rivendicazioni geopolitiche. Roba di poco conto, insomma.

Il fatto che al momento i dati riguardanti una più vasta pluralità umana che agisce sul territorio siano scarsi non può essere usato in ambito accademico per escludere a prescindere la possibilità. È intellettualmente disonesto, poiché, come visto poco sopra, nuove scoperte o, addirittura, maggiori analisi su ritrovamenti già avvenuti ci mettono di fronte ad una realtà molto più multiforme di quanto fino a tempi recenti immaginato.

Abbiamo, dunque, bisogno di un linguaggio inclusivo?

Assolutamente si! La perifrasi ci permette di aggirare il problema (anche con notevole eleganza, talvolta), ma non lo risolve.

Non possiamo pretendere di togliere i limiti di battute nella valutazione degli scritti accademici: questo renderebbe estremamente complicato stabilire delle tempistiche di valutazione e comunicazione dei risultati. Ma non possiamo neanche più accettare una narrazione che ci impone l’idea di un mondo fatto da uomini. Accettare questo vorrebbe guardare con miopia al nostro passato. E su quali basi poggeremo l’analisi del presente se conosciamo una versione palesemente lacunosa del nostro passato?

Siamo spesso portati a pensare che nella storia umana il progresso della società sia stato direttamente proporzionale a quello tecnico e tecnologico (e che quest’ultimo sia una trionfale marcia in avanti, senza svolte e senza incidenti). Ma la storia umana non è un’equazione matematica. Se per il progresso tecnico diamo per scontata la necessità di una conoscenza il più accurata possibile, come possiamo immaginare un progresso sociale che non poggi le sue fondamenta su solide basi conoscitive?

Come esseri umani abbiamo il bisogno di conoscere la nostra storia passata, presente e futura. Come ricercatorз il dovere di generare il cambiamento.

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