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Esseri determinati: privati dell’individualità e della capacità di scelta

Il mito. È sempre utile partire dai miti. Nei meandri e nelle pieghe di questi racconti, dai mille fronzoli  fantastici, è sempre facile trovarci diverse ed interessanti chiavi di lettura. È possibile piegarli,  dispiegarli e muoverli e in tutti questi gesti è possibile trarci delle notevoli letture della nostra  esistenza. E questo, va sottolineato, sia nel bene che nel male. I miti ci riflettono e noi ci riflettiamo  nei miti. Non a caso, i miti per lungo tempo hanno scandito – con lo stesso fascino di un pendolo che  si muove persuasivamente, un poco a destra e un poco a sinistra – l’esistenza individuale e sociale  della nostra longeva specie. I miti, in poche parole, raccontano accuratamente chi siamo. E tal racconto, badate bene, non è un racconto superficiale. I miti sì, ci dicono chi siamo ma non si limitano  alla opaca espressione dell’esteriorità, essi vanno a fondo. Molto più a fondo.  

I miti, con attenta analisi, han la singolare e forse unica capacità di far emerge la parte più profonda  di noi. Quella parte che non si vede ad occhio nudo, ma che vive e convive con noi.  

Oggi, per questo, vorrei proprio partire dal mito, per far emergere un argomento.  Bene, qualche giorno fa, quasi per caso, mi è capitato sottomano il testo del mito del Minotauro. E, verso dopo verso, la mia concentrazione si è completamente focalizzata sul filo rosso di Arianna.  Ebbene, come tutti sappiamo Teseo, colui che sconfiggerà il Minotauro, entra nel labirinto, costruito  dall’ingegnoso Dedalo, accompagnato e seguito dal filo rosso di Arianna.  

Un filo che non può abbandonare, perché se lo facesse perderebbe la vita. Non avrebbe più alcun  modo di ritrovare la strada per ritornare alla libertà. Teseo, procede nel labirinto, e finalmente trova  il Minotauro e agilmente, con qualche colpo deciso di spada, lo sconfigge. É fatta! Il Minotauro è  sconfitto. A Teseo, ora, non rimane che tornare indietro. Non ha scelta. O meglio, ne ha una e, inoltre,  sa per certo che quella scelta è la sua salvezza. Dunque, il nostro eroe, riprende in mano il lungo filo  rosso di Arianna e segue a ritroso la scia rossa prodotta dal gomitolo. In questo, sempre il nostro  vittorioso eroe greco non deve fare nulla, è anzi costretto a seguire la strada solcata e tracciata dal  filo. A compito fatto, Teseo è fuori dal labirinto. Arianna ci aveva visto lungo e la sua ingegnosa  strategia ha permesso il ritorno alla libertà del suo amato. Ironia della sorte vorrà pure che il per niente riconoscente Teseo, pianterà in asso la povera Arianna. Ma questa è un’altra vicenda.  

A questo punto, vi starete chiedendo: “Ebbene, qual è il punto?”.  

Ora ci arrivo.  

Son partito dal mito per tentare di dar forma ad un fatto, che a me piace definire come “determinismo sociale”.  

Bene, Il focus sul quale vorrei far ruotare il mio ragionamento si basa proprio sul filo rosso di Arianna.  Siamo difronte ad un filo che traccia, che determina la strada. E questa strada è una strada designata,  ma soprattutto obbligata. Una e soltanto una. E Teseo, “l’essere determinato”, è colui che si muove obbligato su questo percorso, in questo caso per la via della salvezza.  

Come Teseo esistono categorie sociali determinate\obbligate. Costrette, cioè, a percorrere un già  determinato percorso, senza la possibilità, talvolta, di potersi discostare o, sarebbe meglio dire, sfilarsi  da un immaginario ma ben rigido filo rosso.  

Esseri determinati, dunque, privati, della loro individualità ma soprattutto della loro capacità di scelta. 

Cercando di calare questo astratto concetto nella nostra quotidianità, vi chiedo di fare lo sforzo di  immaginare la stringente percezione che si accumula addosso agli individui che fanno parte delle categorie sociali di minoranza. Se lo sforzo che vi ho chiesto di fare risultasse adeguato, potreste ben capire ed osservare che vi sono pesanti preconcetti che han l’assurda – quanto ignobile – pretesa di  inquadrare la vita, le azioni e addirittura i pensieri di queste persone. 

Esemplifichiamo. Allora, chi in questo momento vi scrive ha un tasso di melanina nelle cellule che gli conferisce un colore tendente al nero della carnagione. Nulla di grave, ve lo assicuro, ma per questa mia caratteristica, in diverse, troppe, occasioni questo fatto, ha instillato nella mente di talune persone la pretesa di conoscere a fondo il mio pensiero. L’assunto, “be se sei nero, sei sicuramente di sinistra”  se permettete, potete con buona pace di tutti noi reprimervelo nei più oscuri e profondi meandri della  vostra mente. Questo perché, sempre se me lo permettete, vorrei che la mia carnagione non definisca  nulla, ma proprio nulla, della mia individualità. Se non ancora chiaro, per rendere il concetto più  chiaro: il mio pensiero, il mio modo di essere e il mio modo d’agire prescindono in tutto e per tutto  dal colore della mia carnagione.  

Ma sempre sulla base di questo filo rosso determinante, per portare un altro esempio, ci dobbiamo  anche domandare come mai gran parte delle seconde generazioni a seguito delle istruzioni delle  scuole medie, vengano automaticamente indirizzati verso scuole “professionalizzanti”? Per non  parlare degli alti tassi ripetizioni e del terribile fenomeno dell’abbandono scolastico che riguardano  sempre la citata categoria. 

Sono due esempi (se ne potrebbero trovare e affrontare molte altre) che andrebbero analizzate a  fondo, ma ecco spiegato perché vedo queste determinazioni. Vi è, per certi versi, da un lato una  spaventosa ricorrenza nelle scelte di talune persone che rientrano in quelle che possiamo definire  categorie svantaggiate/determinate. Dall’altro lato, la odiosa pretesa di poter determinare la  personalità di un soggetto sulla base delle sue esteriori caratteristiche. Appare, a miei occhi – tra l’altro  miopi, quindi potrei vederci male – una menomata, anzi, negata autodeterminazione, a cui bisogna far  fronte il prima possibile per una corretta e adeguata convivenza. Prima che qualcuno me lo venga a  dire, è evidente che dietro questo filo rosso vi siano questioni di natura socio-economica, ma non  sottovaluterei nemmeno l’aspetto socio-culturale, che non si è ancora adeguatamente posta nel  binario della profonda accettazione dell’altro, del diverso e che questo altro e diverso vanno oltre quei  pre-concetti deterministici prodotte dagli stereotipi. Pertanto, chi di dovere dunque chi ha la  responsabilità e il potere per poterlo fare dovrebbe porre come altamente prioritarie politiche in  grado di recidere qualsivoglia filo rosso di pre-definizione. 

Per concludere, io, in quanto io, voglio autodeterminarmi in tutta la mia misura olistica. E non voglio  un sistema che mi determini, che mi ponga automaticamente in mano un filo roso da dipanare o da  seguire. Il filo rosso della mia vita, semmai, lo decido io. Del resto, come lo stesso Teseo ha potuto  fare.

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