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LINEA D’OMBRA: Migranti invisibili e brutalità armata made in UE

Immagine in copertina di Hani Abbas

Che il sistema di accoglienza e delle procedure d’asilo sia costellato da contraddizioni è un fatto risaputo. L’Unione Europea, che ha stabilito norme rigide per quanto riguarda l’ingresso, ha evitato la definizione di politiche omogenee su questa materia, lasciandole all’arbitrio dei singoli Stati europei. Gli scenari socio-politici dell’Europa presentano altri orizzonti: vengono investite ingenti quantità di denaro per le spese militari, vengono rafforzate le nostre aree di influenza sul Mediterraneo, si curano i rapporti con le superpotenze. La pandemia di coronavirus ha generato nuove questioni geopolitiche, dalla vendita delle mascherine alla distribuzione dei vaccini.

Che siano legiferate o meno, l’accoglienza e l’integrazione interrogano categorie diverse da quelle della forza e del potere che l’Europa deve usare per poter stare al mondo. Le logiche del potere e dell’oppressione, le stesse che producono questi flussi, sono le ragioni per cui i nostri Stati si faranno sempre trovare volutamente impreparati a gestirli.

Tutto questo solleva una riflessione sui cosiddetti diritti e su cosa questi diritti significano calati nella vita pratica delle persone in transito.

La rotta balcanica è una rotta di terra; chi risale a piedi dalla Turchia verso l’Europa, passando per la Bosnia, la Croazia, l’Italia, sta scappando. Il perché meriterebbe una digressione a parte, che vedrebbe di nuovo noi europei protagonisti – coloni e sfruttatori del Medio Oriente, del Nord Africa, dell’Asia; tutte terre da cui queste persone sono costrette a fuggire, in conseguenza alle azioni distruttive dell’occidente.

Se i loro paesi diventano invivibili, l’unico modo in cui la stragrande maggioranza delle persone può realizzare la fuga è abbandonando a piedi o per mare la propria terra, perdendo la casa. Questi migranti giungono alle porte dell’Europa con documenti che non sono in grado di garantire loro dei diritti, perché non riconosciuti dalle autorità. Nel corpo e nei piedi portano lo scontro con un paradigma nuovo, cui non appartengono dalla nascita e nel quale intendono costruire una nuova identità. Si ripropone, a duecentocinquanta anni di distanza dalla formulazione illuminista, di riconoscere loro dei diritti universali e inalienabili; dei diritti che sono dati dal fatto stesso che esistiamo, con il nostro corpo e la nostra volontà di autodeterminarci; questi diritti , che ogni individuo porta in sé, non possono essere concessi, negati o rivendicati da un’autorità né da una singola persona; sono più antichi ed essenziali della semplice identità giuridica e dell’appartenenza ad uno Stato.

Dal 1789 fino al Novecento (in tutta quella che Norberto Bobbio ha definito l’età dei diritti), il mondo occidentale ha sciorinato pagine e pagine di costituzioni per giustificare questi diritti, incarnarli in una norma giuridica, razionalizzarli, dominarli: ne sono nate la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, la convenzione europea dei diritti dell’uomo, la carta di Nizza e così via. In questi documenti, l’Unione Europea dichiara l’uguaglianza di tutti e tutte davanti alla legge, dichiara il diritto alla vita, proibisce la tortura. Nel fare questo, ha chiamato in causa categorie importanti, dense non solo in termini giuridici, ma anche filosofici; ha provato a imbrigliare nelle maglie delle norme statali valori universali su cui la filosofia continua instancabilmente a interrogarsi: libertà, giustizia, dignità, solidarietà.

Tuttavia, il linguaggio dei diritti fallisce nel suo intento di dare una formalizzazione giuridica dei valori. Realizzare questo proposito è stata e resta un’operazione complessa, un lento e doloroso processo di appropriazione, attraversato da secolari conflitti per la conquista di strati via via ulteriori del valore Giustizia. In questo lento processo di emancipazione, il linguaggio della legge cerca di definire e ridefinire le legittimità fondamentali dell’individuo per offrirgli un’opportunità di fioritura umana; eppure, qualcosa gli resterà sempre estraneo. Nel tradursi in norma giuridica, i valori si piegano alla natura escludente della parola. La parola giuridica li circoscrive, li definisce, spostandoli dal cielo delle idee al piano delle cose contendibili. Su tale piano, anche un fatto sacro come la dignità può essere rivendicato, contestato, sottratto. Simone Weil, filosofa del Novecento, scrive che vi è nell’idea di diritto qualcosa di commerciale, che degrada irrimediabilmente il Sacro insito in ogni uomo.

Immagine di Linea d’Ombre

La condizione del migrante irregolare è una delle rappresentazioni più radicali del fallimento di questo tentativo di dare una struttura giuridica all’universale.

A Trieste giungono soprattutto giovani uomini. Li vediamo scendere dal Carso e camminarci affianco lungo i marciapiedi della piazza. I corpi sono asciugati dal cammino e dalla fame. Sono senza documenti. L’invisibilità è l’unico modo per giungere dove vogliono: molti hanno fratelli, sorelle, padri, madri, figli nel nord dell’Europa, non possono rischiare di rimanere incatenati alle procedure d’asilo. Lo Stato non vede queste persone, non le riconosce. La loro invisibilità giuridica si scontra con la concretezza della loro fisicità. Gian Andrea, che scende con noi in piazza e prende nota delle loro parole sul suo taccuino, sostiene che l’esperienza con i migranti è soprattutto un rapporto di corpi: i loro corpi lì davanti ai nostri interpellano, chiedono, cercano, ci turbano come un richiamo antico a cui cediamo per il fatto stesso che esistono, lì davanti a noi. È difficile riconciliare la potenza di quella corporeità con la prassi giuridica che traduce in diritti quella vitalità originaria.

I loro piedi hanno piaghe reali, la pelle è corrosa dalla scabbia. Sono belli, hanno gli occhi molto scuri, a volte vivacissimi. Tutti loro hanno tentato il game, più volte, e se sono con noi, è perché l’ultima volta lo hanno anche vinto. Questi ragazzi percorrono a piedi i boschi innevati, centinaia di chilometri coperti dalla sterpaglia, finché non raggiungono quel lembo di terra che dà accesso all’Unione Europea, al confine tra la Bosnia e la Croazia, dove finisce il cantone di Una-Sana. In quei luoghi la polizia croata, braccio armato dell’UE contro questo inarrestabile flusso, ha ritualizzato la brutalità nei respingimenti. Se i migranti potessero avvalersi davvero del diritto d’asilo, dovrebbe anche esserci un luogo fisico in cui esibire questa richiesta, e il primo posto possibile per molti di loro è, in via teorica, proprio quel confine. Ma su quel confine la forza della polizia li priva di questa possibilità, cede al dominio della forza. I poliziotti li avvistano da lontano. A Maljevac i migranti vengono picchiati, seviziati, torturati. Di fronte alle numerose denunce di ONG e associazioni, la polizia nega e queste violenze incostituzionali restano impunite.

La violenza della polizia sui migranti è su tutti i confini statali, non solo sulla frontiera dell’UE. Se alcuni riescono a spuntarla, se i loro corpi reggono alla violenza e ai freddi inverni balcanici, se aguzzando i sensi riescono a intuire la giusta rotta, allora arrivano in Slovenia e si inerpicano sugli ultimi versanti boscosi prima dell’Italia. Su questo confine, a partire dalla scorsa primavera, sono diventate sempre più sistematiche le cosiddette riammissioni informali, conseguenza di un accordo bilaterale del 1996: i migranti alle porte dell’Italia vengono riportati in Slovenia. Di lì, questi respingimenti a catena li risputano di nuovo in Bosnia, fuori dall’Unione Europea. In quei luoghi, nuovi campi profughi vengono costruiti. Il piano dell’Unione Europea per far fronte ai flussi migranti è chiaro: convogliare la maggior parte di loro nei campi a ridosso delle nostre frontiere esterne, dove le condizioni di vita sono inumane per molti ordini di ragioni: rapporto tra capienza teorica e capienza effettiva, assenza di servizi essenziali, inadeguatezza delle strutture alle stagioni fredde; mancanza di prospettiva di lungo termine – i campi profughi nascono come soluzioni momentanee alle crisi migratorie, ed è impensabile ospitarvi qualcuno per mesi o anni come invece accade.

La ferocia di queste pratiche si perpetua; cosa la fa perdurare? La denuncia di queste violenze non può essere fatta da coloro che le subiscono perché agli occhi dello Stato sono giuridicamente invisibili. Questo è l’altro punto di rottura di un’architettura fragile: non vengono violati solo i diritti umani, quelli che dovrebbero essere riconosciuti a tutti in quanto persone e non in quanto cittadini, ma anche tutte quelle procedure la cui rivendicazione (o la denuncia di una loro negazione) richiede un’identità giuridica.

All’ombra dell’invisibilità, le violazioni non possono avere conseguenze. È qui il punto cruciale: molti pezzi della realtà sono ancora pericolosamente esposti al dominio arbitrario della forza e non a quello della legge. È qui che il valore, nel discendere nella realtà, incontra una dolorosa contraddizione: sebbene le leggi lo abbiano inciso nella pietra e nella terra, rischia sempre di essere rovesciato per il fatto stesso di incarnare le contingenze del mondo. Il valore reso norma è un bene fragile perché diventa suscettibile della disputa tra due esseri umani. Sembra dunque che vi sia una distanza irriducibile tra la sua purezza ideale e la sua traduzione nella realtà effettiva; una volta che il valore diventa confutabile, può cedere continuamente il passo alla forza.

Ciò che incontriamo quando scendiamo in piazza, tra i corpi dei migranti, sono invece i diritti non scritti; quei diritti che esprimono il sacro insito in ogni essere umano portando come evidenza il solo corpo. E poiché sono diritti non codificabili, si costruiscono ogni giorno, ogni volta che ha luogo un nuovo incontro tra i loro corpi ed i nostri.

Bibliografia:

Simone Weil, La persona e il sacro (1943)

Roberta De Monticelli, La sapienza del riccio, ovvero al di qua del bene e del male (2016)

Gian Andrea Franchi, A partire dai corpi migranti… (2021)

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