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IDENTITÀ DI GENERE: Come funziona la carriera alias per le persone trans?

Immagine in copertina:  iStock/Arusyak Pivazyan

Da oltre un anno, a seguito dello scoppio della pandemia da covid-19, il sistema di istruzione ha spostato le lezioni online. Studenti e docenti hanno dovuto fronteggiare una sfida nuova, inedita, svolgendo le attività a distanza. La cosiddetta DAD – didattica a distanza, appunto – ha dunque costretto a un’accelerazione digitale e a tenere e seguire le lezioni dal proprio spazio domestico, per chi una casa ce l’ha. In alcuni casi, però, le famiglie non dispongono di una connessione stabile, di una stanza silenziosa, di dispositivi elettronici idonei alle piattaforme utilizzate per lo svolgimento delle lezioni. In aggiunta a tutto ciò, ci sono studenti e docenti che con l’avvento della DAD vivono ulteriori difficoltà.

Qualche giorno fa una persona transgender al primo anno di università mi ha contattato per avere informazioni su come poter accedere alla carriera alias.

Ma cos’è la carriera alias?

Si tratta di uno strumento per le persone transgender che consente di vivere la vita scolastica o universitaria con il nome di elezione, evitando deadnaming e misgendering (utilizzo del nome e dei pronomi relativi al genere assegnato alla nascita). Questo dispositivo, però, non ha una procedura uniforme in tutti gli Atenei, né le informazioni per accedervi sono sempre chiare e visibili sul sito di ateneo.

Uno dei problemi principali è costituito dalle barriere d’accesso. In molte realtà per accedere alla carriera alias è richiesto un certificato di uno psicologo che attesti la disforia di genere. Questo denota un approccio fortemente patologizzante. In altri contesti, invece, è “sufficiente” un attestato che dimostri l’accesso ad un servizio per il cambio di genere. Anche in questo caso vi sono dei bias e si nega la possibilità di accedere al servizio alle persone trans non medicalizzate, ossia che non intendono assumere ormoni o ricorrere alla chirurgia per vivere serenamente la propria identità di genere. Inoltre, in molti istituti di educazione superiore, le procedure sono macchinose e il reperimento delle informazioni una missione ardua.

Con la didattica a distanza, inoltre, per le Università è necessario accedere alla Piattaforma Microsoft Teams con le credenziali istituzionali. Per una persona trans questo significa dover seguire le lezioni – spesso con la webcam attiva e un aspetto non conforme al nome in sovraimpressione – con il nome anagrafico. Questo in un contesto in presenza era meno problematico, in quanto la persona aveva la possibilità di presentarsi ai colleghi e alle colleghe con il nome scelto.

Ad ogni modo, la carriera alias, piuttosto che stare nascosta nei meandri dei siti degli Atenei, andrebbe pubblicizzata costantemente, resa visibile online, nei Dipartimenti e nei campus e le informazioni per accedervi andrebbero offerte durante gli Open Day e le giornate di Orientamento per la scelta del corso di studi.

Per una mappatura degli Atenei italiani che prevedono la carriera alias, si rimanda al sito https://universitrans.it/.

In questo periodo di pandemia, comunque, tra le mille difficoltà della DAD, una professoressa dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ha iniziato la sua battaglia per l’attivazione della carriera alias all’Accademia. Ho scelto quindi di intervistarla per Intersezionale.

C. – Grazie per aver accettato di partecipare a questa intervista. Vorrei cominciare subito chiedendoti di dirmi qualcosa di te.

N. Mi chiamo Nera Prota, ho 54 anni e ho iniziato il mio percorso di transizione sei anni fa, attualmente sono professore ordinario di scenografia presso L’accademia di Belle Arti di Napoli.

C. – Se ti va di raccontare il tuo coming-out come donna trans nell’Accademia (come ti sei sentita, se avevi dei timori, le reazioni dei colleghi e delle colleghe, di studenti, personale ATA, dirigenti…)

NMi andrebbe molto ma preferisco evitare racconti specifici per tutelare sia la mia posizione professionale che l’immagine dell’Istituto in cui presto servizio. Desidero tuttavia ricordare un episodio che rimarrà sempre nel mio cuore e che racconta molto sulle nuove generazioni.

Dopo aver fatto il mio coming-out con le/gli student*, venne il giorno del mio compleanno, mi chiesero di fare due passi in giardino per chiedermi alcune cose, capii subito che qualcosa bolliva in pentola, rientrata in aula trovai tutt* loro schierat* con palloncini e spumante davanti ad una torta, mi vengono le lacrime agli occhi a ricordarlo, sulla torta c’era scritto “tanti Auguri Nera “.

Preferisco trasferire questa bella immagine perché l’Accademia la fanno le persone che studiano prima di tutto, a loro rendo conto e per loro lavoro.

C.Devo dire che ascoltare questa storia mi ha commosso. Grazie per averla condivisa. Ora vorrei chiederti di raccontarmi della tua battaglia per l’attivazione della carriera Alias all’Accademia di Belle Arti. L’importanza dello strumento, i passaggi, la risposta dell’Istituzione e del Consiglio/senato accademico

N. – Anche in questo caso preferisco non approfondire nel merito della mia battaglia in Accademia di Napoli che sta diventando sempre più aspra e difficile per tutelare sia la mia posizione professionale che l’immagine dell’Istituto in cui presto servizio.

Tuttavia occorre fare una riflessione sulla professione dello spettacolo e dell’settore artistico che riguarda alcune Accademie e quasi tutti gli ambienti di lavoro.

Per 34 anni ho lavorato in un settore che è quello artistico e nello specifico mi occupo di spettacolo, sia l’arte che lo spettacolo sono ambienti fortemente sessisti, esistono discriminanti di genere estreme tanto che ad esempio il mio lavoro specifico, la scenografia, è considerato da tutti un lavoro da uomo, al contrario il costume è da donna e/o si ritiene adatto a quella categoria di omosessuali che sebbene dichiarati non “ostentano” (usando il gergo maschilista sessista patriarcale tipico del mondo artistico) in maniera eccessiva la loro condizione; per coloro che la ostentano, invece, esiste un mestiere specifico detto fashion, il settore della moda per intenderci. Anche una donna biologica, e ce ne sono tante, che si occupasse di scenografia subirebbe pressioni estreme e disagio costante come raccontava in una vecchia intervista la stessa Margherita Palli, tali discriminazioni non esistono nel campo dell’architettura.

È molto difficile che in Italia si trovi un light designer donna, un macchinista, un attrezzista di cinema o un’operatrice di macchina donna, in Accademia Belle Arti Napoli ad esempio la scuola di Cinema è costituita da cinque registi tutti rigorosamente maschi. Stessa sorte capita a chi si occupa di scultura, lavoro prettamente maschile, la pittura no anche le donne la possono fare, anche le performance vanno bene ma se le fa una donna verrà accusata di anarcofemminismo.

Ciò premesso, per tanti anni ho vissuto maschilmente, per così dire, dall’altro lato della barricata, le battute omofobe dei gruppi di maschi, i commenti sulle gambe delle attrici o sui loro culi, il body shaming a cui più o meno esplicitamente sono soggetti tutti i corpi e le identità non perfettamente conformi alla cultura normativa egemone in quel chiacchiericcio maschilastro a cui assistevo nei retroscena che attraversavo dal cinema al teatro alla televisione.

Pensandomi e vedendomi maschio si sentivano con me “sicuri” nelle loro espressioni malate.

Oggi le stesse persone mi evitano come la peste, sorrido al pensiero.

Veniamo però alle faccende tecniche.

Negli ultimi anni abbiamo visto diverse Università e istituti di Alta Formazione Artistica adottare dei protocolli per l’adozione di identità provvisorie e non consolidabili valide all’interno delle istituzioni a tutela sia della privacy che della dignità delle persone in percorsi di transizione.

La prima forma adottata fu quella del doppio libretto dedicata ai soli studenti, successivamente fu introdotta la norma del contratto tra tutor e studente detta “accordo di riservatezza”, tuttavia tale strumento, tuttora attivo nella maggioranza delle istituzioni sensibili al tema, è destinato ad ora ai soli percorsi di transizione binaria, medicalizzata e psichiatrizzata tanto che il richiedente può avere accesso al servizio solo presentando apposita documentazione psichiatrica e medica, questo sistema esclude pertanto l’universo transgender, queer, gender non conforming, non binary o agender dalla tutela e dal riconoscimento del loro diritto alla autodeterminazione di genere causando gravissimi danni morali e pesanti discriminazioni.

Aprendo il sito dell’Accademia di Brera ad esempio leggiamo:

Destinatari – coloro che intendono richiedere l’attivazione della carriera Alias dovranno presentare la documentazione attestante la presa in carico del/della richiedente da parte di una struttura sanitaria che si occupi di Disforia di genere, per l’attivazione di un percorso psicoterapeutico e medico al fine di consentire l’eventuale rassegnazione del sesso…”

Se da un lato queste modalità ci fanno sorridere per il loro evidente anacronismo dall’altro mostrano immediatamente e senza dubbio una esclusione radicale dal diritto di autoderminazione di tutte le persone transgender riservando un dispositivo di tutela alle sole persone transessuali.

La data di svolta è il 18 gennaio del 2019 quando l’Università di Pisa ospita il Convegno nazionale “Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere” con la partecipazione della Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università italiane, da cui scaturisce una mozione, detta mozione di Pisa, da cui riporto due punti di rilevanza storica contenuti nelle raccomandazioni ritenute necessarie per garantire tutela delle condizioni di genere nelle strutture universitarie :

  • Favorire il superamento della richiesta di certificazione di disforia di genere per l’ottenimento della carriera alias, introducendo strumenti alternativi, quali l’accordo di riservatezza già utilizzato in alcuni Atenei italiani;
  • Estendere tali tutele anche al personale docente, ricercatore, amministrativo e tecnico, dottorandi/e, titolari di assegno di ricerca, altro;

Tra gli altri, questi due punti sono importanti perche non solo estendono un diritto riconosciuto a tutte le forme di autodeterminazione identitaria di genere, rispondendo così al moltiplicarsi progressivo delle visioni contemporanee della questione di genere – intesa oggi in maniera estremamente più ampia e libera da imposizioni stereotipate dal binarismo normativo egemone – ma al contempo estendono il diritto anche ai lavoratori conferendo alle istituzioni una più ampia visone e responsabilità circa il concetto di dignità della persona.

Le università che, con dura fatica, sono riuscite ad applicare le nuove norme sulla tutela del diritto alla autodeterminazione di genere negli ambienti di studio e di lavoro sono: l’Università della Basilicata, Università di Pisa, Università di Cheti e Università di Verona.

La difficoltà maggiore nell’applicazione delle nuove norme sembra provenire sempre da timori provenienti da parte del settore amministrativo che naturalmente vede complessa una strategia di tutela che nella pratica si rivela estremamente più semplice di come si immagini.

Occorre tuttavia che le istituzioni siano sensibilizzate al tema poiché non basta un accordo di riservatezza a proteggere le persone transgender dalle aggressioni quotidiane che subiscono negli ambienti disinformati.

Dunque, se da un lato è necessario mettere in pratica le buone norme attraverso l’attivazione di dispositivi attuali e rispondenti alle esigenze contemporanee, è altresì necessario un sempre maggior impegno nel diffondere una cultura di genere che proprio per la sua natura mutevole e in continua evoluzione spesso sfugge alle rigidità di sistemi statici di pensiero.

La maggiore resistenza nella diffusione della cultura di genere a parer mio consiste nella difficoltà di comprendere i danni che le persone transgender subiscono nel mancato riconoscimento della propria condizione esistenziale. Tali danni possono causare gravi conseguenze sotto il profilo psichico che possiamo definire derivanti da disforia sociale, ciò che in altri termini si definisce anche minority stress, può portare le persone a forti stati depressivi e pensieri suicidari se non a tentati o riusciti suicidi.

Si rende necessario un continuo lavoro da parte di tutte le istituzioni a riformare gli strumenti di inclusione e tra questi le carriere alias. Questa forma di discriminazione oggi va superata e per farlo occorre lavorare con sempre maggior impegno alla diffusione della cultura di genere in tutti i settori che siano questi l’Università, la Scuola, i luoghi di lavoro privati e le strutture di detenzione.

Poiché ad oggi non esiste una legge che regolamenti come diritto il riconoscimento delle identità minoritarie si deve ricorrere al tentativo di imporre forme di applicazione di principi del diritto universali che sebbene siano inclusi in forma generica nella nostra Costituzione non sono maturati ancora in forme legislative effettive e specifiche.

C. – Grazie ancora per la tua disponibilità, Nera. E in bocca al lupo per la tua, anzi nostra, battaglia.

La strada da fare è ancora lunga e il contesto Universitario, purtroppo, per molte persone trans e non binary è tutt’altro che accogliente e inclusivo. Da gennaio 2020, insieme a un gruppo di ricerca coordinato dal Centro di Ateneo SInAPSi dell’Università Federico II di Napoli stiamo conducendo una ricerca per la messa a punto di un indice di “inclusività” dei vari atenei europei. Il progetto si chiama XENIA, che in greco antico è ξενία e riassume il concetto dell’ospitalità ed è implementato da 7 partner provenienti da 5 paesi europei: Centro di Ateneo SInAPSi e Antinoo Arcigay Napoli per l’Italia, University College Dublin per l’Irlanda, Universitat De Barcelona e Internet Web Solutions di Malaga per la Spagna, Hellenic Open University di Patrasso per la Grecia e Ozara per la Slovenia.


Per la creazione dell’indice abbiamo considerato varie aree tematiche, aspetti istituzionali, politiche e programmi, curricula, servizi di supporto, vita accademica e molti indicatori sia oggettivi che soggettivi. Il progetto è finanziato dal programma Erasmus Plus ed è possibile seguire gli avanzamenti della ricerca attraverso il sito web xeniaindex.eu.

Carmen Ferrara, 26 anni, non binary, terrona. Sta facendo un dottorato in Mind, Gender and Language all'Univeristà di Napoli "Federico II". Attivista in Antinoo Arcigay Napoli e ricercatrice associata a GenPol - Gender & Policy Insights

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