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Legami

Il metodo SanPa: lègami o legàmi?

Immagine in copertina: Matti da Slegare di Franco Basaglia

A Orca, al nostro piccolo sassolino lanciato in acqua,

nella speranza che scuota l’oceano.

SanPa- Luci e tenebre di San Patrignano” è un documentario che colpisce duro, in tutti i sensi. Le cinque puntate, realizzate da Netflix, hanno fatto scaturire un dibattito nazionale -in gran parte sviluppatosi sui socialnetwork- riguardo la comunità di San Patrignano e la figura di Vincenzo Muccioli. Bisogna riconoscere che Gianluca Neri e gli altri produttori avrebbero dovuto intitolare la serie “SanPa- Luci e tenebre dei primi anni di San Patrignano”, così da non creare timori di generalizzazioni improprie tra l’ieri e l’oggi; tuttavia, penso si possa rassicurare Alessandro Rodino Dal Pozzo, attuale presidente della comunità, che nessuno mai penserebbe che i metodi testimoniati siano ancora utilizzati.

È quindi fondamentale che l’importanza e l’unicità della comunità al giorno d’oggi non vengano messe in dubbio da fatti avvenuti oltre trent’anni fa. La mia relatrice universitaria, in seguito ad una mia grande delusione lavorativa nel sociale, mi disse: “Il valore di un progetto è un qualcosa che va ben oltre chi l’ha inizialmente creato”. Mi rincuorò come pensiero, perché capii subito che aveva ragione.

Le sostanze stupefacenti non sono una scoperta recente. Per secoli le droghe sono state usate ed accettate come farmaci, metodologie di ricerca, fonti di svago e persino come ponte fra il terreno ed il divino. Sappiamo per certo che Sigmund Freud fosse un estimatore della cocaina, e che la utilizzasse non di rado. Ciò nonostante, nessuno oserebbe mai etichettare il padre della psicanalisi come tossicodipendente. Oltre a lui, si potrebbe stilare una lunga lista di personaggi famosi, di ieri e di oggi, che hanno utilizzato notoriamente molte droghe, e che mai ne hanno subito lo stigma.

Di questi tempi, se vivi nell’agio e puoi permetterti la sostanza in maniera pulita, è difficile accorgersi di essere tossicodipendenti, perché la società non te lo urla addosso. Vedi *, lui si può intossicare quando vuole, perché tanto poi se ne va in anonimato in una clinica svizzera, si fa venti giorni di purgatorio, esce da lì che non ha più voglia per un po’di farsi di cocaina. Ma i suoi disturbi se li porta dietro, e quando c’ha voglia ricomincia. Se non sei qualcuno spesso invece hai il trauma dell’abbandono, dell’essere invisibili, della deumanizzazione. Se non sei nessuno e oltretutto sei un tossico, la gente non vuole empatizzare, perché sei un tossico e osi pure farglielo vedere. Chi sta bene non vuole vedere chi soffre”. (Orca, 6 marzo 2021)

Dal ‘900 la droga è divenuta da vizio di pochi a flagello per tanti (Roghi, 2018). Il crollo di una realtà costellata da speranze, attivismo e ideali favorì, in concomitanza ad altre svariate cause di ordine storico, culturale e politico, il diffondersi mortale dell’eroina, a partire dagli anni’70, come “status sociale” e cura contro il senso di vuoto. Quando sprofondano la gioia e l’emozione di sentirsi un Noi, si diffondono le droghe. Gli anni di piombo trasformarono i sogni di molti, le lotte di partito, le manifestazioni ed il desiderio di emancipazione in estremismo, violenza e paura, lasciando un’intera generazione disincantata e fragile

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia

hipsters testadangelo bramare l’antico spaccia paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte,

che povertà e stracci e occhiaie fonde e strafatti stavan lì a fumare nel sovrannaturale buio di case con acqua fredda librati su tetti di città contemplando jazz, […]

Urlo e Kaddish, Allen Ginsberg

Dal 1972 l’eroina divenne una questione di Stato, i cui vertici si impegnarono a portare avanti delle durissime campagne repressive e di “sensibilizzazione” alla droga. La notizia dell’esistenza della fantomatica eroina arrivò anche dove, senza il supporto di mass media morbosamente interessanti all’argomento, probabilmente non sarebbe mai giunta. E come scrisse Ovidio, Ciò che è lecito non dà piacere, quello che è proibito infiamma”.

L’eroina cominciò ad incuriosire, essendo ancora sconosciuti a molti i suoi effetti a lungo termine. La sua diffusione fu favorita anche dal fatto che era – ed è tutt’ora- venduta a basso prezzo. Gli spacciatori di hashish iniziarono a dare come resto bustine di brown e siringhe pulite, al posto dei soldi. Ma ciò che sconvolse di questa sostanza furono i suoi effetti a breve termine: una scoperta senza precedenti nel mondo delle droghe. Di descrizioni su come l’eroina- inizialmente– ti faccia sentire, ce ne sono a decine. C’è chi dice che sia meglio di un orgasmo, chi sente di aver toccato per un istante il paradiso, chi sostiene di aver scritto in botta la migliore canzone della vita. La sua fama si diffuse velocemente.

Chi ha già letto libri come “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, “Alice e le regole del bosco”, o visto film come “Requiem for a Dream”, sa che ogni tossicodipendente comincia a drogarsi convito che lo farà una volta ogni tanto, che non diventerà un tossico, perché si sa controllare. Ma la dipendenza è incontrollabile, e quella da eroina può svilupparsi in una sola settimana. Questo, ai giovani, non è stato mai spiegato. Gli slogan dicevano soltanto: “Se ti droghi ti spegni.”

Il primo buco l’ho fatto una sera
A casa di un amico, così per provare
E mi ricordo che avevo un po’ di paura
C’è molta violenza in un ago nelle vene
Ma in un attimo, una fitta di dolore
Un secondo ad aspettare
Poi un’onda dolce di calore

Quasi come nell’amore
E poi mi son lasciato andare
Completamente rilassato
In un benessere artificiale
Come mai avevo provato
Ma poi a casa me lo son giurato
Che io no, non ci sarei cascato
“Io la imparerò ad usare
Mi saprò gestire, non mi farò fregare”
Ma ci continuavo a pensare
Non mi usciva dalla mente
E man mano che passava il tempo
Diventava la cosa più importante

Scimmia, Eugenio Finardi

L’astinenza da eroina inizia a manifestarsi con ansia, pensiero ossessivo e desiderio irrefrenabile. Subentrano velocemente forti crampi allo stomaco, tremori, dolorosissime contrazioni muscolari, vomito, febbre alta, diarrea e, a volte, morte. Il processo di disintossicazione fisica richiede circa una settimana, ed è un percorso infernale. Tanti tossicodipendenti, essendo totalmente abbandonati a se stessi, non erano e non sono in grado di sopportarlo da soli. Il bucarsi per sballarsi dura poco, divenendo presto l’unico modo per evitare l’incubo dell’astinenza. Questo processo diventa sempre più infinitesimale: ad ogni dose assunta, lo scarto fra quantità di sostanza, durata degli effetti e presenza dei sintomi di astinenza si assottiglia, portando il tossicodipendente a doversi fare sempre di più, sempre più spesso. Ad essere lentamente distrutta non è solo la sfera fisica e cognitiva del tossicodipendente, ma anche quella emotiva e relazionale. L’eroina modifica la tua personalità. L’eroina lascia di ciò che eri solo un mucchio di ossa appuntite. “Non mi ricordo nemmeno l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore o ci siamo semplicemente baciati. Però questo è normale se sei tossico. I tossici si sfiorano appena. Nessuno vuole toccare un tossico e il tossico si vergogna e non si fa toccare. Non ci sono carezze nel bosco. “(Alice e le regole del bosco, Simone Feder). L’eroina, per un tempo minuscolo, sembra risolvere tutti i tuoi problemi, perché è un anestetico potentissimo. Non ti eccita come l’alcool o la cocaina: l’eroina ti addormenta, ti culla e finge di metterti al sicuro. Poi, come un solitario mostro interiore, ti divora.

Io ero un giovanissimo omosessuale, non ero dichiarato ma dentro di me lo sapevo. Mi era stato insegnato che l’omosessualità fosse una malattia, una degenerazione. Io non volevo bruciare all’inferno, anche se poi l’ho conosciuto comunque l’inferno. Durante la confessione prima della comunione dissi a un Don: “io sono omosessuale”. Lui ordinò di redimermi e pentirmi. Questa chiusura è stata importante nel mio avvicinamento alla droga. In paese si parlava di medicine al testosterone per far passare l’omosessualità. Ci sono realtà in cui la gente preferisce vederti morto che diverso. Conoscevo una donna, borghese, per lei l’omosessualità non esisteva: diceva che l’uomo che non vuole essere responsabile (procreare) si rifugia nel rapporto omosessuale. L’omosessualità per lei era una sfaccettatura dell’irresponsabilità. E io non capivo, mi dicevano che non esistevo e allora mi toccavo e urlavo: “ma io esisto!”. Io ho iniziato a drogarmi perché non sapevo più ridere. Non sapevo più ridere, io sapevo soltanto piangere e disperarmi e voler morire. Soprattutto voler morire, assolutamente. Ho iniziato a drogarmi perché non sapevo più ridere. E poi ho smesso di drogarmi perché, dopo essere stato inghiottito da quello che è il sistema della droga e quindi dalla dipendenza, dalla malattia, mi sono accorto che nonostante avessi la droga in corpo, avevo ricominciato a piangere e a soffrire. E lì mi son detto: «allora vedi che tutto questo gioco al massacro non è servito a nulla se comunque soffri così tanto.»”.

(Orca)

Si diffuse lo stereotipo del tossicodipendente come criminale psicopatico, con annessa la sua definitiva stigmatizzazione. La società italiana, senza far la minima differenza tra eroinomane, alcolista, cocainomane, consumatore di anfetamine, LSD o marijuana, e buttando tutto in un unico denigrante calderone, decise di marchiare con il fuoco i drogati.

Le strade e le carceri d’Italia si trovarono sommerse di eroinomani, che passavano la propria esistenza in un circolo vizioso, senza fondo e senza fine, di abbandono ed emarginazione. “L’eroinomane fa soffrire la famiglia, fa soffrire la società. Come se non ne facesse parte, un corpo estraneo, che si isola, quindi da isolare. Questa rappresentazione esemplifica uno sguardo che diventerà egemone e avrà conseguenze importanti sulla percezione sociale delle tossicodipendenze da eroina, quando queste diventeranno un fenomeno di massa. Se la cocaina enfatizza i peggiori difetti della società, l’eroina nega alle radici la convivenza civile, quindi è davvero qualcosa con cui è impossibile convivere. Eppure, l’abbiamo visto: senza la società il drogato non esisterebbe.” (Piccola città – una storia comune di eroina, Vanessa Roghi)

In questo scenario risulta chiaro perché, nel momento in cui arrivò un uomo carismatico, con il sorriso e le braccia aperte, a dire che si sarebbe preso cura lui dei tossici -di tutti loro- la società, l’opinione pubblica e i tossici stessi, si innamorarono perdutamente di lui. Vincenzo Muccioli fondò San Patrignano nel 1978, e portò dentro idee innovative e rivoluzionarie. Innanzitutto, San Patrignano fu una delle primissime comunità riabilitative in senso stretto di tutta Europa, e già di per sé la sua creazione fu uno sguardo verso il futuro. Inoltre, uno dei principi alla base della comunità fu la peer education, ossia il supporto fra pari.

La peer education è una proposta educativa che richiede ad un soggetto ben formato di aiutare e sostenere nel percorso che lui ha già portato a termine un altro individuo in stato di sofferenza. È un metodo che dà valore unico all’esperienza personale, e che è alla base di molte terapie di gruppo, tra cui gli Alcolisti Anonimi e i centri Antiviolenza. La parità di ruoli ed una simile storia pregressa possono essere strumenti di cambiamento incredibile. Inoltre, Muccioli era un dispensatore di affetto, ascolto e protezione. Fu l’unico a farsi carico di un problema nazionale, comprendendo che l’eroina ed i tossicodipendenti erano un’emergenza sociale da affrontate immediatamente, e scelse di farlo in prima persona. Ma gestì San Patrignano con senso di onnipotenza e metodologie spesso denigranti e violente. Il suo fine ultimo andava ben oltre l’aiutare i tossicodipendenti. Questo non lo dovevano capire i tossici, dovevano capirlo le istituzioni: i segnali c’erano fin da subito, forti e chiari.

Guardando SanPa, emerge come ai tempi la tossicodipendenza fosse ritenuta dalla società una scelta. Ad oggi le dipendenze, comportamentali, affettive o da sostanze che siano, sono considerate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un disturbo psichiatrico, e quindi una malattia a tutti gli effetti. Lo spiega con chiarezza Camilla Corradelli, dottoressa in Neuropsicologia ed attualmente tirocinante presso il reparto di recupero e riabilitazione funzionale dell’ospedale San Raffaele di Milano: “Le malattie psichiatriche, come la tossicodipendenza, non sono un qualcosa di invisibile: esistono e si possono spiegare anche tramite l’analisi delle caratteristiche dei substrati neurali di chi si ammala. Ma le neuroscienze non sanno ancora dire se le alterazioni a livello neuronale siano la causa o l’effetto dell’abuso di sostanze. È certo però che l’abuso di sostanze, così come poi la dipendenza, la tolleranza e l’astinenza, non siano una scelta, essendo dovute e sostenute anche da modificazioni incontrollabili del cervello. In particolare, le dipendenze coinvolgono i circuiti di ricompensa e motivazione, mossi e regolati dal neurotrasmettitore dopamina, che ha un ruolo fondamentale nel controllo del tono dell’umore, degli istinti sessuali, del sonno, della memoria e dell’attenzione. Nel cervello di un tossicodipendente diminuiscono i livelli di dopamina, e di conseguenza si altera il funzionamento dei recettori legati al neurotrasmettitore: ciò può accadere, in base a differenze individuali, già dalla prima assunzione. Queste modificazioni spingono, e quindi motivano, il soggetto tossicodipendente a ricercare la sostanza, che agisce da ricompensa per l’organismo: è proprio il nostro cervello, tramite la dopamina, a dirci che avendo sempre trovato la sostanza, possiamo e dobbiamo recuperarla nuovamente. Inoltre, sappiamo per certo che alcuni soggetti sono più fragili, ossia più tendenti di altri all’uso di sostanze, e al diventare molto velocemente dipendenti da esse. Possiamo quindi dire che è probabile (nelle neuroscienze, così come in psicologia e nelle scienze sociali, non si parla mai di certezza, ma di probabilità statistica) che esistano individui più geneticamente predisposti alla ricerca esterna di piacere e gratificazione. Durante la disintossicazione, questa consapevolezza è di indispensabile importanza per la riuscita del percorso, perché bisogna curare non solo il corpo ed il cuore del tossicodipendente, ma il suo stesso cervello, che deve imparare di nuovo a funzionare diversamente. Questo discorso non deve portare ad un determinismo genetico: il fatto che ci siano fattori di rischio e predisposizioni non significa che per forza una certa malattia si debba manifestare, ma che è più probabile che si manifesti, in concomitanza ad altre variabili di ordine ambientale”.

Si comprende perché istituzioni disinteressate e genitori terrorizzati dallo stigma si siano affidati a San Patrignano, in diversi momenti ciecamente, a fronte di uno Stato assente tranne che in pochi momenti di puro presenzialismo. “All’improvviso mi viene da piangere. Non so se sia l’inaspettato contatto con qualcuno o la fatica che di colpo mi ha assalita. Non riesco nemmeno a rispondere. Ho paura come non ne ho mai avuta. A bruciapelo gli domando: «Quando una persona è veramente irrecuperabile?». Michele ci pensa un attimo, poi mi risponde: «Quando la società decide di lasciarla perdere».” (Alice e le regole del bosco, Simone Feder).

L’amore e la cura possono contemplare l’odio, la frustrazione, la rabbia, il ferirsi emotivamente, ma non l’annullamento della dignità, il terrorizzare, l’umiliare. Non ho interesse nel giudicare Muccioli in quanto uomo, anche perché si è trovato diverse volte a dover rispondere delle proprie azioni in tribunale, e sicuramente non si è autoassolto. Nessuno dovrebbe rientrare in una categorizzazione dicotomica e semplicistica, perché non esistono santi o mostri in senso assoluto, e sicuramente Muccioli è stato vittima di entrambi gli stereotipi.

Lascia però attoniti una società che sapeva, e che non solo è rimasta in silenzio, ma ha giustificato, sostenuto e approvatoun sistema in cui metodi coercitivi non erano incidenti di percorso, ma alla base dei principi “riabilitativi”. E lascia attoniti questa stessa società che, di fronte alle prime morti, come un gregge ha deciso di demonizzare completamente l’uomo che dieci minuti prima venerava, perché ormai era diventato scomodo. Idealizzazione e iper-svalutazione di massa. Muccioli era soltanto un uomo, e come tale avrebbe potuto essere, se non vogliamo dire fermato, perlomeno aiutato, contenuto, affiancato. Non era obbligatorio tollerare catene e pestaggi: accettarli è stata una scelta consapevole, di tutti. La responsabilità di ciò che è accaduto è collettiva, non solo di un singolo. Omertà pubblica.

Spesso la violenza utilizzata a fini educativi viene giustificata. Se dai uno schiaffo ad un bambino è accettabile, ma se quello stesso schiaffo lo dai ad una fidanzata è violenza di genere.  È una differenza di significato sociale, non qualitativa. La violenza è semplice da scegliere, perché nell’immediato ti dà un risultato, ossia la cessazione di un determinato comportamento. Il problema, mettendo da parte quello etico, è quanta consapevolezza acquisisce chi subisce l’atto violento rispetto al proprio comportamento e alle annesse conseguenze. Tramite la violenza nulla viene spiegato e quindi il cambiamento è sì comportamentale, ma rimane sulla superficie, è fragile, e con molta probabilità ha vita breve. A causa della non comprensione del proprio agito, il soggetto vive in uno stato di confusione. Si crea un circolo vizioso fatto di senso di colpa, terrore, vergogna, in cui manca una ragionata assunzione di responsabilità. Ed è anche per questo che spesso un soggetto che da piccolo ha subito violenze, tenderà a metterle in atto da adulto. La coercizione è utilizzata da persone che hanno scambiato la violenza per amore e cura. Non potrei mai essere favorevole a metodologie violente di (ri)educazione, nessun pedagogo ha mai scritto: “Lega tuo figlio che crescerà bene”. Ci sarà un motivo, no? La violenza utilizzata come metodo riabilitativo può soltanto confermare al tossicodipendente che ricevere e farsi del male è l’unica cosa che merita. E così i traumi si accumulano.” (Delia Oddo, educatrice e pedagogista)

La violenza come metodo (ri)educativo profuma di Arancia Meccanica. L’eroinomane è il più grande nemico di se stesso, dopo lo spacciatore. Per smettere di farsi, deve prima di tutto scegliere la vita all’eroina, incominciando a volersi bene. Insegnargli ad amarsi tramite metodi abusanti, oltre ad essere per me terribile, è un paradosso psicologico: non funziona.

L’epigenetica, una branca della genetica, suggerisce la possibilità di modificare del materiale genetico, e quindi i circuiti ad esso associati, tramite mutazioni dell’ambiente. Se uno stesso individuo geneticamente propenso all’abuso di sostanze, invece che trovarsi inserito in un ambiente sfavorevole e di sofferenza, che ne aumenterà drasticamente la spinta verso gratificazioni esterne, si trovasse in un ambiente amorevole e protetto, il suo materiale genetico potrebbe modificarsi -o per lo meno non esprimersi- grazie a questi fattori di protezione. La cura dell’ambiente, l’amore, l’accoglienza e l’accudimento possono influenzare notevolmente un patrimonio genetico fragile, e un successivo percorso di riabilitazione e cura.” (Camilla Corradelli)

Sì, ma se una persona vuole scappare cos’altro si può fare? Così ha salvato loro la vita”. Non è la coercizione in sé. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio, o TSO, è una forma di ricovero coercitivo ancora esistente. Con i fondi che aveva San Patrignano si sarebbero potute costruire decine di case in cui mettere i ragazzi in crisi d’astinenza, per evitare che si facessero del male o scappassero nei momenti più difficili del trattamento. Avrebbero potuto essere colorate, ricche di libri e di stimoli. Avrebbero potuto essere strutture protette, anche se contenitive. Non si può non capire che rinchiudere una persona in una piccionaia e legarla con delle catene in mezzo ai propri escrementi è diverso, è denigrante e terrorizzante. Infilare una ragazza nuda in un catino per una settimana non è un metodo coercitivo. È tortura. “Salvare” mille vite non autorizza a distruggerne nemmeno una.

L’aiutare non può divenire una giustificazione per accettare la violenza, rendendola strumento di controllo. Gli abitanti di San Patrignano chiesero aiuto a Vincenzo, a fronte degli abusi subiti. Muccioli, come testimonia una videoregistrazione, commentò così gli stupri denunciati da alcune ragazze del reparto manutenzione: “Se uno si muove, è difficile che infili il dito nell’anello”. Una frase, una filosofia di pensiero. Se decidi di porti a capo di una comunità di recupero con centinaia e centinaia di persone fragili e malate, hai il dovere assoluto di proteggerle. Il bene va fatto bene. Ci sono diverse testimonianze di ciò che accadeva a San Patrignano, e provengono da persone che avevano con Muccioli e la comunità rapporti e ruoli completamente differenti. È facile parlare di manie di protagonismo delle vittime, piuttosto che avere l’onestà di ammettere un collettivo fallimento sociale ed umano. Cantelli non mente. L’espressione di manifestazioni fisiche (tono della voce, linguaggio del corpo non verbale) e psicologiche di chi ha subito simili traumi non può essere (dis)simulata, e va ben oltre il contenuto di una testimonianza. Muccioli toglieva l’eroina e la sostituiva con la dipendenza dalla propria persona. Ti umiliava davanti a tutti, ma poi ti abbracciava. Ti legava e lui stesso ti liberava. Gli effetti disorganizzanti e traumatici di un simile comportamento sono una verità psicologica, non un’opinione.

Le persone incominciarono a morire. La prima fu Natalia Berla, 32 anni. La seguì subito Gabriele de Paola, 22 anni. Entrambi, pare, si suicidarono, dopo aver subito degli abusi. Roberto Maranzano fu seviziato e ammazzato di botte, in due diversi momenti; alla fine, gli salirono in piedi sul collo, fino a spezzarglielo. Muccioli era a conoscenza del fatto che Alfio Russo, uccisore primario di Roberto, fosse una persona sadica e disturbata; mettendolo a capo del reparto punitivo macelleria, come direttore ne aveva la responsabilità. “Ero a conoscenza dell’omicidio, ma ho taciuto per proteggere i miei figli”. E Natalia, Gabriele e Roberto non erano figli suoi? Nel documentario nessuno si è scusato per queste morti.

Non potendo comprare in comunità l’eroina e con il terrore di ripercussioni certe, i tossici smettevano di farsi. Ma, come si vede in molti momenti durante la serie, numerosi ospiti usciti dalla comunità, anche dopo averci trascorso periodi molto lunghi, tornavano immediatamente a bucarsi. Questo perché quel luogo sospendeva soltanto la dipendenza fisica dalla sostanza. Contenere non significa curare.

Orca ora sta bene, anche se non benissimo. Orca ce l’ha fatta grazie ad un coraggio incredibile, a degli affetti stabili, ad una voglia matta di vivere. Ma Orca ce l’ha fatta perché è stato inserito in un percorso riabilitativo d’equipe medico, psichiatrico e psicologico specializzato, imprescindibile per una guarigione dalla tossicodipendenza. “Mi sono fatto aiutare in tanti posti in Molise, ma reali percorsi psicologici zero, ti chiedevano “ti manca la droga”, ti riempivano di droga sintetica e bona. Ogni volta ci ricadevo, perché nessuno mi aiutava con un percorso farmacologico e psicoterapeutico continuativo, adatto e creato apposta per me. Poi, dopo l’ennesima devastante ricaduta, mi sono ricordato di una conversazione con una ragazza al bosco di Rogoredo, che mi parlava di Ville Turro a Milano. Lì ho incontrato una psichiatra con cui ogni tanto litigavo, ma che mi ha salvato. Ho fatto i gruppi di supporto psicologico, c’erano professionisti di tanti tipi. Hanno capito che andavo curato medicalmente, e che il mio dolore interiore aveva bisogno di uscire fuori in uno spazio protetto. Hanno guardato i mostri che dentro allo specchio mi fanno sempre compagnia e mi hanno aiutato a prenderli per mano”. (Orca). Questo tipo di valutazione complessa della tossicodipendenza come malattia ai tempi di Muccioli ancora non esisteva; oggi la necessità di tale percorso riabilitativo non può e non deve più essere messa in dubbio.

Poi, penso a Simone Feder, psicologo, Coordinatore Area Giovani e Dipendenze presso la “Casa del Giovane” di Pavia, ed autore del libro “Alice e le regole del bosco”, penso al progetto che ho iniziato assieme a lui presso il bosco di Rogoredo. Penso alla sua delicatezza, al suo approcciarsi in punta di piedi al dolore dell’altro. Penso a Don Diego Fognini, il parroco dei tossicodipendenti, penso ai suoi piedi scalzi, alla sua sciarpa rigorosamente – non a caso- arcobaleno, alla sua mano, ferma e carica d’amore, sulla spalla dei giovani del bosco. Penso al loro grande desiderio di aiutare, inversamente proporzionale a quello di apparire. Penso alla filosofia portata avanti con il loro operato: una vita non la salvi rinchiudendo una persona, isolandola dal mondo esterno. Magari gli eviti la morte fisica. Ma la morte interiore non si cura così. La morte dell’anima deve essere coccolata, ascoltata, presa per mano e portata al sicuro.

Il dolore non va strozzato e soppresso: va accolto. E l’amore, quello vero, è fatto anche di libertà. Amare una persona significa lasciarla libera di sbagliare, cadere, e sì, anche di farsi di eroina. È questo l’aspetto più difficile da accettare dell’amore: il diritto dell’altro di morire. Concedere il libero arbitrio non significa legittimare o abbandonare, significa comprendere che il nostro raggio d’azione sull’altro è per forza limitato. La guarigione non può essere obbligata, proprio come il cambiamento. L’amore non può essere imposto, ma può essere insegnato e trasmesso. L’amarsi è una scelta che va presa ogni singolo giorno. “Libertà è partecipazione” (Giorgio Gaber).

È uno dei crucci del sociale, fino a dove l’aiuto si può spingere? Non possiamo imporci, possiamo solo lasciare una porta aperta e dire all’altro: ti aspetto qui. A Rogoredo non siete voi ad avere un posto privilegiato, sono loro: non è quello che fate, ma quello che siete. Non importa con quanti ragazzi parlate, importa come lo fate, l’attenzione vera che ponete verso ognuno di loro. Non è una questione di numeri, ma di qualità. Il bene va fatto per l’altro, non per avere un rimando personale. Se viviamo una caduta dell’altro come un fallimento personale, significa che siamo concentrati su noi stessi. Se D. per due volte non viene, la volta successiva non posso farlo sentire in colpa che non è venuto, non posso punirlo perché non ce l’ha fatta. Posso solo fargli vedere che io ci sono comunque, e ci sarò. Con Alice è successo così. Per mesi mi ha visto lì, abbiamo chiacchierato, ogni tanto, con attenzione ma con distanza.

Poi,un pomeriggio, è venuta a cercarmi in comunità piangendo: aveva le braccia devastate dai buchi e il cuore pieno di disperazione. Si è seduta davanti a me con la sua sofferenza, una sofferenza vera, autentica e trasparente, che chiedeva di essere accolta. Ed è lì che è iniziato il cambiamento. Da lì, passo dopo passo, si è lasciata aiutare, e non si è mai voltata indietro. Per aiutare un tossicodipendente bisogna fargli nuovamente scoprire la gioia di leggere un libro, il valore di un profumo, di una parola, delle piccole e bellissime cose della vita.” (Simone Feder). Non basta disintossicare un eroinomane, bisogna regalargli un mondo alternativo che lo abbracci, lo stimoli, lo coccoli. Bisogna fargli tornare la curiosità, i sogni, le speranze. Bisogna restituirgli un senso, il senso scegliere ogni giorno la vita rispetto all’eroina.

Il fine non giustifica i mezzi. Questo è uno dei principali insegnamenti che la serie SanPa ci lascia in eredità. E, se non nel 1978, almeno nel 2021 sarebbe auspicabile, per non dire civile, che metodi violenti e coercitivi non vengano più giustificati, compresi ed accettati, semplicemente perché attuati sui tossici. Ma adesso siamo davvero una società più umana, capace di indignarsi e proteggere? I fatti suggeriscono di no.

Guardami negli occhi
Non vedi che son due finestre aperte su un’anima fragile? […]

Dove hai l’altra droga? dove la nascondi?
Voglion fare il colpo ma non li accontento
Allora pugni in faccia, finché non la sento più […]
Il giudice fa finta che sul mio viso non ci siano le ferite e gli ematomi
Mi accusa di spaccio conferma l’arresto […]

A chi mi chiede dico che sono caduto
Dalle scale e forse non avrei dovuto
Vi giuro ho paura e non parlo soltanto
Perché qui non mi sento affatto al sicuro
Mi fanno le lastre ho due vertebre rotte […]

Il mio peso equivale a quello del mio scheletro
Non riesco neanche ad alzarmi dal letto […]

Questa è la mia storia, questa è la mia fine
Mi chiamo Stefano ed ho 31 anni compiuti da 3 settimane
Precise
Stefano- HegoKid

La drammatica vicenda di Stefano ed Ilaria Cucchi ha commosso e scioccato solo dopo essere stata raccontata nel film “Sulla mia pelle”. Ma, quando Stefano morì davvero nella realtà, e sua sorella Ilaria incominciò la sua battaglia lunga dieci anni per portare a galla la verità, Stefano era solo un tossico in meno. Era il 27 novembre 2009 quando Stefano fu massacrato. Tutti, per anni, hanno girato lo sguardo, giustificato, protetto. Perché Stefano era solo un drogato, quindi in fondo in fondo se lo meritava.

È la società a farmi più paura. Quando torno nel mio paese, la gente per strada mi guarda e mi dice: “Ciao, come stai? Ma ti fai ancora di eroina?”. Che tu quasi quasi ci ripensi, no? Perché non è un amico a chiedertelo, ma uno sconosciuto. E tu vedi tutti i sacrifici che hai fatto, tutto lo schifo che hai dovuto ingoiare e che continui a ingoiare, tutti i momenti in cui hai toccato la morte per sentire la vita, scoperchiati così. Non mi hanno mai legato, ma chiuso contro la mia volontà sì. Ho paura per i ragazzi tossicodipendenti che verranno dopo: il problema è l’educazione delle persone. Io comunque ho avuto l’amore, la mia famiglia, il mio compagno, che poteva mandarmi a fanculo e non l’ha mai fatto. Ma un ragazzo che non ha queste cose, non ce la può fare se lasciato da solo. Lo schifo non è a Rogoredo, a Rogoredo c’è la disperazione. Lo schifo è fuori, ed è quello schifo che continuerà, se non cambia, a spingere i ragazzi in quel cazzo di bosco a farsi. A dicembre 2020 sono finiti in pronto soccorso due ragazzi; si erano sono tagliati con una lametta faccia, perché volevano gioire. Jocker. Io ero sconvolto, la persona di fianco a me ha iniziato a ridere. A ridere, capisci? Dobbiamo aiutare i giovani a gestire la sofferenza che hanno dentro, o li perderemo. Perché alla fine è l’amore che ti salva, l’amore è la chiave universale della vita.” (Orca)

La droga, e l’eroina in primis, non sono scomparse. Sempre più minori, sempre più giovanissimi, si stanno avvicinando al mondo delle sostanze. Terminate le restrizioni Covid, è probabile che questo numero aumenti. Secondo i dati del Bambino Gesù di Roma, il tasso di adolescenti autolesionisti e che hanno tentato il suicidio, durante la pandemia è aumentato del 30%. I nostri giovani stanno sperimentando un forte disagio umano, relazionale, e stanno provando a dircelo. Dobbiamo smetterla di essere sordi. Filtriamo le emozioni tramite uno schermo. Condividiamo e assorbiamo dolore artificiale, ma non sappiamo individuarlo e riconoscerlo nella vita reale. Analfabetismo emotivo. I giovani vanno presi per mano, accolti e educati in modo onesto, senza giudizio. Per prevenire le tossicodipendenze, bisogna iniziare a parlare di droga, di paura, di piacere.

Bisogna raccontare, testimoniare, mostrare fotografie, far leggere libri. Elena, una delle ragazze volontarie del bosco di Rogoredo, è una giovanissima e intraprendente insegnante di terza e quarta liceo. Elenaa Rogoredo si mette in gioco con sincerità e spontaneità, portando paure, limiti e immense risorse. Da insegnante, ha deciso di parlare ai suoi giovani studenti dell’esperienza a Rogoredo. Ha dato da leggere a tutti “Alice e le regole del bosco”, e ha invitato Simone stesso a fare una conferenza. Elena ha sceltodi rendere partecipi i suoi studenti, ha scelto di provare ad aprire i loro occhi davanti al disagio, proprio ed altrui, ha scelto di renderli più consapevoli, informati ed attenti. Elena si è presa il rischio di parlare ai suoi ragazzi di droga, è stata coraggiosa perché si è spinta oltre, ha fatto qualcosa non di obbligato, ma di necessario. Elena ha reso preziosa la cultura. Elena non ha delegato, si è resa responsabile in prima persona di un cambiamento.

Le serve una guida, per questo è qui. Le serve qualcuno che capisca e non giudichi. A volte dentro di noi ci sono più fantasmi che nel bosco. Le direi che anch’io ho fatto cose deplorevoli, ma che si riesce a perdonarsi. E che anche gli altri ti perdonano. Che so che pensa che i suoi genitori sono degli stronzi egoisti che ti rovinano la vita con le loro scelte; eppure sono solo persone, come noi, e a volte non sanno nemmeno loro dove sbattere la testa. Ma ti vogliono bene, e per te farebbero di tutto, anche se a volte faticano a riconoscerti. Direi a Sara che fuori del bosco c’è la vita, ed è faticosa, ma anche sorprendente. Che lei non lo sa, ma che è giovane: è il bosco che ti rende vecchio, perché ti avvicina alla morte. Le direi che il mondo è pieno di persone pronte ad accoglierla, a capirla, anche se sono diverse da lei, persone come Daria. Le direi che si innamorerà ancora, di un ragazzo, di un libro, di un pomeriggio di sole”. (Alice e le regole del bosco, Simone Feder).

Insegniamo ai nostri giovani a chiedere aiuto, ad essere fragili, a piangere. Insegniamo loro che ci si può perdere, ma che è possibile anche ritrovarsi. Impariamo a comprendere, invece che punire. Diventiamo adulti di cui si possano fidare, a cui possano rivolgersi in caso di difficoltà. Non costruiamo tabù, non facciamoli vergognare di ciò che sono, delle loro ombre, delle loro debolezze. Shakespeare scrisse “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”: ricordiamoci che anche gli incubi ne fanno parte.

Avevo paura ad incontrarti Camilla, ma dietro alla paura, quella sana, si nasconde qualcosa di meraviglioso, unico. Rileggere il tutto è stato un cazzotto nello stomaco pieno, ma un cazzotto bello, uno di quelli che ti raddrizza proprio la spina dorsale, perché ho assunto una consapevolezza piena, nuova, pronta ad accogliere. La speranza c’è. Tutto sto dolore può diventare qualcosa di invincibile Camilla, ma solo se le persone inizieranno davvero a capire dove sta la differenza fra essere ed esistere (Orca).

Grazie Orca per il tuo coraggio, per la tua testimonianza, per la tua voglia di vivere, per il tuo desiderio di rivalsa. E grazie anche ai tuoi mostri. In quello specchio siete bellissimi, tutti insieme. Ormai vi conoscete e so che vi abbraccerete a vicenda, fortissimo, per il resto della vita.

Camilla Ponti

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