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No school-No future: Quando il blackout scolastico nega il futuro

«Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento

a scuola.

Tutto ciò che voglio è istruzione.

E non ho paura di nessuno.»

Le parole di Malala Yousafzai, attivista pakistana che dall’età di 14 anni combatte per il diritto all’istruzione, la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace, arrivano dritte al cuore di un problema inasprito dalla pandemia.

Una visione globale della sospensione scolastica, dovuta alla diffusione del Covid 19, ci restituisce la fotografia di una catastrofe immane.

Già nei paesi avanzati, la disparità di accesso alle opportunità formative è forte. Il bisogno di connessione/strumenti/tecnologie per affrontare la Didattica a Distanza non ha fatto altro che acuirla. Molti studenti hanno dovuto combattere con la mancanza di dispositivi elettronici o con la connessione internet inadeguata: altri con le impossibilità economiche familiari per acquisire entrambi.

La scuola legalmente è un obbligo e un diritto ma, dati alla mano, non è ancora ‘inclusiva, equa e permanente’.

Pensiamo solo all’Italia che precedentemente alla pandemia segnava un alto livello di dispersione scolastica, 13 %, destinato purtroppo a crescere a seguito delle scelte governative antivirus. Secondo un’inchiesta realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio all’interno del progetto Valori in Circolo sull’utilizzo della DAD, nelle modalità attuali, “il risultato è che circa un minore su quattro è considerato a rischio dispersione. Stiamo parlando del 25% come dato su base nazionale che diventa uno su 3 nel sud Italia, dove la situazione è molto più grave”.

La frase diventata ironico tormentone, ‘Ragazzi ci siete?’, rischia per molti casi di non ricevere più risposta.

Stanchezza, incertezza sul futuro e preoccupazione. Questi sono gli stati d’animo degli adolescenti che emergono da una indagine condotta da IPSOS fra studenti italiani dai 14 ai 18 anni, oltre alla certezza di star pagando in prima persona per l’incapacità degli adulti di gestire la pandemia, ritenendo per buona parte ingiusto che sia solo la scuola a fermarsi.

Mia figlia, che frequenta la seconda media, esorcizza sbraitando contro la televisione ogni qual volta un politico parla di scuola mentre la bimba di 8 anni di una mia amica si nasconde sotto il tavolo comunicando solo con bigliettini in cui per la maggior parte c’è scritto ‘ voglio tornare a scuola’ e ‘rivoglio i miei compagni’.

Ma il periodo critico che stiamo attraversando mette a nudo la struttura su cui si basa la società attuale e, nel punto in cui si trovano le congiunture più fragili ( povertà, classi sociali deboli, carenza di servizi sociali e di politiche organizzative oneste), la criticità si trasforma in dramma.

Nel mondo la scuola è il luogo sicuro in cui molti minori trovano rifugio fuggendo da situazioni pericolose a livello fisico e mentale e, nei paesi in cui le figlie femmine sono ancora viste come un peso economico per la famiglia, essa rappresenta l’unica possibilità di emanciparsi da una vita di schiavitù matrimoniale forzata.

Ecco alcuni dati dal mondo:

  • Nel Sud Est dell’Asia e nel Pacifico, una ricerca di Plan International Australia ha valutato che in questo periodo migliaia di ragazze adolescenti sono forzate a lasciare gli studi e a sposarsi. Si ritiene che se non si interviene presto i progressi sui diritti, acquisiti negli anni, sono destinati a sgretolarsi.
  • L’Unesco stima che più dell’89 % degli studenti coinvolti nel Sistema educativo globale interromperanno la frequenza per sempre, a causa delle chiusure attuali. Di questi, 743 milioni sono ragazze.
  • In Kenia i dati governativi riportano che dalla chiusura delle scuole sta crescendo il numero delle gravidanze di ragazze adolescenti mentre in Malawi l’associazione Care International segnala una crescita di casi di violenze e abusi su minori e di matrimoni forzati.
  • Nelle zone di conflitto, la situazione di povertà delle famiglie esasperata dal Covid 19 e la chiusura di luoghi di presidio educativo, fanno aumentare il numero di bambini-soldato. Ricordiamo che, come riportato da un report delle Nazioni unite, i rapimenti di giovani destinati al combattimento o allo sfruttamento sessuale, avviene in 14 paesi inclusa la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan del Sud e la Somalia.

Queste informazioni, per quanto parziali, delineano uno scenario di una triste crudezza che dovrebbe spingere i governi delle varie nazioni e le organizzazioni transnazionali ad affrontare con determinazione la questione Scuola. A porla al primo posto nelle priorità.

Invece, quello che è accaduto e sta accadendo è che, in questi lunghissimi mesi di pandemia, l’agenda non è mai stata focalizzata sulla questione specifica. In una idiosincrasia grottesca, la maggior parte dei politici ha riempito i discorsi di parole accorate sui ragazzi e sul bisogno di scuola. Buoni propositi che però non hanno un riscontro reale. Perché aldilà delle emozioni pilotate non è stato sviluppato un piano a lunga gettata, che preveda l’adattamento e l’innovazione del sistema scolastico.

Un piano che sistemi le carenze del passato, che risolva le iniquità sociali.

Una programmazione che sia innovativa e praticabile e che tenga conto del più grande insegnamento di questa pandemia: bisogna essere preparati alla rottura, al cambiamento.

È necessario, inoltre, che tutto questo sia condiviso universalmente poiché, esattamente come per il piano vaccinale, la scolarizzazione e la conseguente crescita culturale deve essere di tutti, se veramente si vogliono andare a colpire i problemi globali, alla radice.

Per approfondire:

https://www.plan.org.au/publications/smart-successful-strong/

https://youtu.be/g_W2pH_MD5M

https://www.care-international.org/news/press-releases/back-to-school-around-the-world-amidst-a-pandemic

https://reliefweb.int/report/democratic-republic-congo/if-i-could-go-school-education-tool-prevent-recruitment-girls-and

Comments (1)

  • Stefania

    Interessante e stimolante.
    Grazie mille, buon lavoro.
    Complimenti a Xina Veronese.

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