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Giustizia Riparativa

La giustizia riparativa per costruire ponti d’incontro

A cosa si riferisce la vittima quando, dopo l’ennesimo fatto di cronaca, dichiara di «volere giustizia»? La pena carceraria inflitta al colpevole soddisfa realmente questa sua esigenza? La risposta a questi interrogativi, generalmente, è poco soddisfacente. Non di rado, anche in presenza di una sentenza di condanna alla pena detentiva, permane nella vittima un senso di incompiutezza: la verità processuale, infatti, non è in grado di ricostituire l’equilibrio emozionale che il reato ha infranto; a ciò si accompagna la considerazione che la pena carceraria non riesce a perseguire la finalità rieducativa prescritta nell’articolo 27 comma tre della Costituzione: il carcere non aggiunge qualcosa al detenuto ma sottrae libertà, spazio, salute, dignità. Desocializza anziché risocializzare.

Il riconoscimento della dignità umana da ambo i lati, allora, potrebbe essere un risultato perseguibile attraverso un modello di giustizia che si affianca a quello tradizionale e che mira al riconoscimento dell’altro in quanto persona. Si tratta di una giustizia che cura le conseguenze laceranti del conflitto attraverso l’ascolto, la fiducia, l’empatia e la vergogna reintegrativa. Una “cassetta degli attrezzi” sguarnita di arnesi retributivi ed afflittivi, utile a costruire ponti d’incontro.

Per cercare di comprendere a pieno la prospettiva relazionale e progettuale da cui muove la giustizia riparativa, occorre accantonare le categorie giuridiche a cui siamo abituati: il reato, infatti, visto secondo questa prospettiva, genera un conflitto sociale interpersonale. Ad essere violato non è solo un precetto legale, ma anche la persona1.

Cercare di racchiudere il dinamico fenomeno della giustizia riparativa entro i confini di una definizione, non è operazione facile; si tratta di una realtà in continua evoluzione, peraltro caratterizzata dall’informalità delle procedure2.

Punto di riferimento nel panorama normativo è senz’altro la definizione contenuta nei Basic principles on the use of restorative justice programs in criminal matters (d’ora in avanti Basic Principles), elaborati dalle Nazioni Unite il 24 luglio 2002: «La giustizia riparativa è qualunque procedimento in cui la vittima e il reo e, laddove appropriato, ogni altro soggetto o comunità lesi da un reato, partecipano attivamente alla risoluzione delle questioni emerse dall’illecito, generalmente con l’aiuto di un facilitatore. I procedimenti di giustizia riparativa possono includere la mediazione, la conciliazione, il dialogo esteso ai gruppi parentali e i consigli commisurativi»3.

L’incontro con l’altro, promosso all’interno di uno spazio protetto e guidato da personale adeguatamente formato, produce effetti rigenerativi: la vittima ha la possibilità di esternare il suo dolore nei confronti di chi lo ha direttamente provocato, beneficiando della sensazione di empowerment derivante dallo storytelling; nell’autore di reato, invece, queste pratiche favoriscono una responsabilizzazione in quanto si ha, per la prima volta, l’opportunità di comprendere la sofferenza e il male inferti; inoltre, laddove le restorative pratices ammettano anche la partecipazione della comunità, essa potrà adoperarsi per promuovere nell’autore di reato un senso di fiducia e di appartenenza, attenuando così lo stigma derivante dalla sanzione.

La peculiarità della giustizia riparativa, dunque, è quella di trasformarsi in un percorso inclusivo, modulabile a seconda dei bisogni della vittima, dell’autore di reato, della collettività sociale4.

Viene allora da chiedersi quale rapporto intrattenga con il sistema penale e di quanto spazio goda all’interno del nostro ordinamento. Pur rifuggendo dalle istanze retributive, paradossalmente è proprio la carica di violenza intimamente connaturata al diritto penale sin dai tempi più remoti a costituire il collante che lega la giustizia punitiva a quella riparativa. Ciò non soltanto perché l’asse su cui ruota la giustizia riparativa è quello della volontarietà (in assenza della quale il conflitto interpersonale rimarrebbe irrisolto), ma soprattutto per l’assenza di cogenza, dal momento che le prassi e le stratificazioni normative su cui si fonda questo modello non hanno assunto il ruolo di precetti5: la giustizia riparativa è ancora troppo fragile per assurgere a sistema giuridico autonomo, non a caso alcuni autori l’hanno definita un «metodo» e un «telos», che si fonda su una pluralità di discipline umanistiche e giuridiche. In assenza del diritto penale, allora, il reato rimarrebbe impunito, data l’impossibilità del modello ripartivo di riuscire ad imporsi coattivamente.

Di conseguenza, tra il sistema penale e il paradigma ripartivo vige un rapporto di reciproca complementarietà6: se da un lato la giustizia riparativa si serve della stabilità e della vis della giustizia punitiva, dall’altro fornisce a quest’ultima gli strumenti per poter superare la logica del castigo e valorizzare la dignità umana delle parti coinvolte nel conflitto.

In Italia la giustizia riparativa ha mosso i suoi primi passi nell’ambito minorile, sottoforma di mediazione, con il D.P.R. 448/1988. Rispetto alla giustizia penale degli adulti è stata progressivamente introdotta come forma di diversion per reati non particolarmente gravi: dapprima, con il D.lgs. 274/2000, per quelli procedibili a querela di competenza del giudice di pace; successivamente, con la legge 28 aprile 2014 n. 67, la condotta riparatoria di colui che si attiva per attenuare o elidere le conseguenze dannose del reato ha costituito il fulcro della sospensione del procedimento con messa alla prova, regolato dall’articolo 464 bis del codice di procedura penale.

Tuttavia, è proprio con riferimento ai reati di un certo calibro che la giustizia riparativa riesce a sprigionare al massimo il suo potenziale trasformativo, così come dimostrano le vicende narrate nel Libro dell’incontro, riguardanti vittime e responsabili della lotta armata. Raccontando del decennio ’70-’80, gli autori di reato non nascondono di non aver mai pensato all’inadeguatezza della violenza come strumento per avviare un mutamento sociale7. Ai loro occhi, le vittime apparivano semplicemente come ostacoli al buon esito del loro mandato, essendo identificate esclusivamente con la funzione svolta; l’essere umano che la rivestiva, invece, veniva a malapena percepito: si è parlato, in tal senso, di «reificazione»8. L’adesione estrema a determinate ideologie, però, non ha cancellato soltanto l’umanità delle vittime: quella appartenenza totalizzante, infatti, ha in primis annullato la soggettività dei suoi promotori, conducendo ad una soppressione della loro identità9.

Due posizioni apparentemente inconciliabili, se si fosse continuato a cristallizzare la personalità degli ex terroristi in quella di autori di reati particolarmente violenti intrappolati in una rigida concezione dei rapporti di potere, convinti che le loro lotte avrebbero condotto ad un «futuro radioso»10. Le esperienze di vita di ciascuno e il percorso di ricomposizione hanno invece contribuito a far cadere ogni barriera reciproca e a riconoscersi, da ambo le parti, in «umanità sfibrate che marciano faticosamente verso l’incontro»11. Un itinerario costituito da spazi e tempi protetti, lontani dalle sedi istituzionali e dal clamore mediatico in cui è stato possibile, grazie all’esperienza dei mediatori Adolfo Ceretti, Claudia Mazzuccato e Guido Bertagna, ricostruire una narrazione condivisa da diverse parti, inclusa la società civile rappresentata dai cd. «Primi terzi», in linea con lo spirito della TRC sudafricana12.

Le vicende narrate nel Libro dell’incontro, tuttavia, si svolgono in un contesto extra- processuale. Pur in assenza di coordinate normative specifiche, volendo provare ad accostare questo paradigma all’iter processuale, non si può disconoscere un possibile attrito con il principio di non colpevolezza e il quello di obbligatorietà dell’azione penale, costituzionalmente tutelati. Sotto il primo profilo, in particolare, per l’imputato si porrebbe un delicato problema di bilanciamento tra la tutela del diritto al silenzio e il riconoscimento dei fatti essenziali del caso, elemento richiesto quale espressione del requisito della volontarietà sia da parte della Direttiva 12/29/UE, sia dalla Raccomandazione n. (99) 1913.

A parere di chi scrive, questa impostazione esulerebbe dall’istanza di effettivo riequilibrio delle posizioni delle parti coinvolte, a cui la restorative justice dovrebbe mirare: non è certo annacquando delle garanzie costituzionalmente previste che si valorizzano le esigenze delle vittime. Così, al più, si rischia di colorare la giustizia riparativa di tonalità «vittimocentriche», cedendo alla tentazione di una sua legittimazione populistica. Inoltre, non può essere sottaciuto il pericolo che simili orientamenti riducano il processo ad uno strumento servente rispetto alle istanze di tutela della persona offesa, tanto da configurarla come una delle parti processuali, con imponenti effetti distorsivi dell’impianto accusatorio delineato dalla Costituzione14.

Per tale ragione, si ritiene che la giustizia riparativa possa esplicare pienamente le sue potenzialità in contesti come quello dell’esecuzione penale: in questa sede, infatti, potrebbe essere la chiave per colmare una grave lacuna che affligge il panorama penitenziario, quella dell’umanizzazione della pena e del conseguente annientamento della dignità del recluso15.

Di certo, però, anche in questo contesto sopraggiungono delle difficoltà, legate principalmente all’aspetto temporale: si ritiene, infatti, che i lunghi tempi di attesa del processo possano frustrare la volontà della vittima di prendere parte a un percorso di giustizia riparativa in quanto, avendo ormai attuato meccanismi difensivi di rimozione, preferirà non incontrare l’autore di reato. Ancora, dal lato dell’autore di reato, si temono atteggiamenti strumentali che potrebbero cagionare nella vittima una seconda vittimizzazione. Tuttavia, sul versante temporale, occorre tenere a mente che i tempi della giustizia riparativa sono differenti rispetto a quelli della giustizia punitiva: in questa sede, infatti, non conta tanto il tempo cronologico quanto il tempo della persona (la dottrina, saggiamente, parla di kairos, non di kronos). Solo quando sarà pronta ad affrontare un percorso così intimo di riconciliazione con la controparte, accettando di sentire riaffiorare la sofferenza e le sensazioni negative legate alla condotta criminosa, i tempi potranno essere considerati maturi, indipendentemente dal segmento processuale in cui ci si trova16.

Nonostante i numerosi ostacoli lungo il cammino, l’innesto della giustizia nella fase di esecuzione della pena costituisce, a parere di chi scrive, un importante trampolino di lancio per potenziare il senso costituzionale della pena. Fondamentali sono state, a tal fine, le proposte del Tavolo 13 degli Stati Generali dell’esecuzione penale le quali tuttavia, pur essendo confluite nell’ art. 1, comma 85, lettera f) della l. 23 giugno 2017 n. 103 (legge delega sulla riforma dell’ordinamento penitenziario), sono rimaste lettera morta17. Il mutamento degli assetti politici ha infatti comportato un brusco passo indietro, tarpando le ali agli aspetti più innovativi della riforma: i decreti legislativi n. 121/2018, 123/2018, 124/2018, adottati dall’Esecutivo, hanno dato soltanto parzialmente attuazione alla delega lasciando fuori, tra i diversi spunti di riflessione, anche quello sulla giustizia riparativa18.

Per il suo carattere innovativo, merita di essere menzionata anche la recente sentenza n. 179/2017 della Corte Costituzionale: quest’ultima, annoverando la riparazione e la riconciliazione tra i tasselli che compongono il volto costituzionale della pena, segna un’eccezione in seno alla giurisprudenza della Consulta (data l’assenza attuale di una legge regolatrice della materia su cui la stessa possa pronunciarsi). In questa decisione in materia di sostanze stupefacenti, la Corte afferma come il principio di proporzionalità sia germogliato «Sul fertile terreno dei principi di cui agli artt. 3 e 27 Cost., che esigono di contenere la privazione della libertà e la sofferenza inflitta alla persona umana nella misura minima necessaria e sempre allo scopo di favorirne il cammino di recupero, riparazione, riconciliazione e reinserimento sociale, si è innestato il principio di proporzionalità della pena […] »19.Sul versante operativo, poi, gli esempi di esperienze d’incontro tra condannati e vittime di reati (anche aspecifiche), seppur esigui in quanto rimessi alla sensibilità dei singoli istituti o operatori del terzo settore, costituiscono delle buone prassi estremamente significative nel panorama nazionale20.

Angela Chiodo, Yairaiha Onlus

1 Vedi Mannozzi G., Lodigiani G. A., La giustizia riparativa. Formanti, Parole, Metodi, Torino, 2017, pp. XV, 8, 94 .

2 Vedi D’Amato S., La giustizia riparativa tra istanze di legittimazione ed esigenze di politica criminale in Arch. Pen., 2018 n.1., p. 8; Mannozzi G., Lodigiani G. A., op.cit., p. 89.

3Alla consultazione del documento è possibile accedere mediante il seguente indirizzo: https://www.un.org/ruleoflaw/blog/document/basic-principles-on-the-use-of-restorative-justice-programmes-in-criminal-matters/ .

4 Vedi Eusebi L., La rinuncia al paradigma retributivo come cardine di una teoria della giustizia, in La giustizia riparativa, psicologia e diritto per il benessere di persone e di comunità, Roma, 2019, p. 88.

5 Vedi Mannozzi G., Lodigiani G. A., op.cit., pp. 369 e ss.; Mannozzi G., La visione di Raffaello: giustizia, filosofia, poesia, teologia inGiustizia Riparativa. Ricostruire Legami, ricostruire persone a cura di Mannozzi G., Lodigiani G. A., Bologna, 2015, p. 228 (nella versione e-book)

6 Sulla complementarietà tra giustizia punitiva e giustizia riparativa vedi: Mannozzi G., La visione di Raffaello, cit., pp. 231-233 (nella versione e-book); Mannozzi G., Lodigiani G. A., op.cit., pp. 368 e ss; Palazzo F., Giustizia riparativa e giustizia punitiva in Giustizia Riparativa, ricostruire legami, cit., p. 72 (versione e-book); Palazzo F., Giustizia riparativa. Formanti, parole e metodi, cit., p. XV; Stati generali dell’esecuzione penale, Tav. 13, Relazione finale, cit., p. 15.

7 Per ciò che concerne la specularità della violenza, si riporta un’altra significativa testimonianza contenuta a pag. 83: «Noi pensavamo che la violenza dello Stato e la violenza della rivoluzione fossero distinte. In realtà, se scegli il terreno della violenza, diventi simmetrico a chi ha il monopolio della violenza, nel caso specifico lo Stato. Non fai altro che riprodurre ciò che vorresti combattere».

8 Giulia Borelli scrive in una lettera a Sergio Lenci, riportata a pag. 367 del Libro dell’incontro «È pesante anche per me scavare nella memoria, mettere a nudo gli abissi di disumanità che abbiamo raggiunto: ma è vero purtroppo che non possedevamo l’idea dell’intangibilità della vita umana, e invece pensavamo che ci fossero vite che contano, altre che contano meno e altre che non contano affatto». Per altre considerazioni relative alla percezione delle vittime, si richiama la nota n. 25. Sul concetto di «reificazione» vedi Ceretti A. in Lotta armata, vittime, conflitti, dissidi, cit., p.381.

9 «Allora il carico che devi affrontare non è soltanto quello di avere tradito la vita, ma anche quello ancora più pesante di avere tradito te stesso. Ed è questa la condanna più grave. Non il carcere, e neanche la pena aggiuntiva dell’ostracismo sociale, cui si può opporre la propria dignità umana, non cancellabile dalla colpa. Ma la condanna all’impossibilità di con-passione, di lenimento alcuno per lo strappo della mancanza del sé che è stato tradito, soppresso.» in Il libro dell’incontro, cit., p. 111. Ancora, dalla lettera di Giulia Borelli a Sergio Lenci, p. 367 : «Durante il periodo della mia militanza in Prima Linea, quando decidevamo di andare a compiere un attentato o addirittura un’azione omicidiaria, era lontana da noi una riflessione sul piano umano; ogni scelta era giustificata da una logica “politica” che, semplificando in modo pazzesco le contraddizioni della società, toglieva alle persone la ricchezza della loro personalità e incasellava ognuno in un ruolo».

10 Parlando del motivo che lo ha spinto a partecipare alla lotta armata in Il libro dell’incontro, cit., p. 114, uno dei protagonisti utilizza l’espressione “futuro radioso”.

11 Scritto da un ex appartenente della lotta armata in Il libro dell’incontro, cit., p. 105.

12 Vedi Ceretti A., Per una convergenza di sguardi, cit., pp. 235,236.

13 Occorre specificare che l’art. 11 lett. b) della Direttiva richiede che questo obbligo venga adempiuto solamente dall’autore del reato, senza corredarlo di adeguate garanzie. In questo senso, la Direttiva appare forse eccessivamente sbilanciata verso la sua funzione di tutela delle istanze della vittima.

14 Vedi Lorenzetti A., Giustizia riparativa e dinamiche costituzionali: alla ricerca di una soluzione costituzionalmente preferibile, Milano, 2018 , p. 132 e ss; Pugiotto A., «Preferirei di no». Il piano pericolosamente inclinato della giustizia riparativa, su Volti e maschere della pena, Opg e carcere duro, muri della pena e giustizia riparativa a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto, Roma, 2013, p. 260 e ss. Sotto questo profilo, l’autore guarda con allarme ad alcune proposte di riforma dell’art 111 della Costituzione, che avrebbero lo scopo di concretizzare questa prospettiva.

15 Vedi Lorenzetti A., op.cit., pp. 203, 204.

16 Vedi Ciavola A., Carcere, materiali per la riforma, Working paper, p. 198 in https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/upload/1434529494WORKING%20PAPER%20CARCERE.pdf ; Stati generali dell’esecuzione penale, Tav. 13, Relazione finale, cit., p. 18.

17 La lettera f) del comma 85, art. 1, della l. 23 giugno 2017 n. 103 recita: « [Nell’esercizio della delga di cui al comma 82, i decreti legislativi recanti modifiche alla disciplina del processo penale, per i profili di seguito indicati, sono adottati nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi]: previsione di attività di giustizia riparativa e delle relative procedure, quali momenti qualificanti del percorso di recupero sociale sia in ambito intramurario sia nell’esecuzione delle misure alternative.»

18 Lo schema di decreto in questione ha ricevuto parere negativo da parte della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Per indagare sulle ragioni che hanno portato all’adozione di tale scelta, vedi : https://www.camera.it/leg18/682?atto=029&tipoAtto=Atto&idLegislatura=18&tab=3#inizio

19 Vedi § 4 del Considerato in diritto.

20 Gli esempi a cui ci si riferisce verranno analizzati nei capitoli successivi: si tratta non soltanto del Libro dell’Incontro di Adolfo Ceretti, pietra miliare della giustizia riparativa in Italia, ma anche del Progetto Sicomoro e dei percorsi realizzati presso il carcere di Milano Bollate (rispetto a questi ultimi è possibile reperire maggiori informazioni attraverso i seguenti materiali: Brunelli F., op.cit., p. 189 e ss; https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/SGEP_T13_detenuti_opera.pdf ).

Mi sono laureata in giurisprudenza nel 2019, con una tesi di laurea sui trattamenti inumani e degradanti in carcere. La tutela dei diritti delle categorie più deboli e la partecipazione sociale sono le principali traiettorie su cui si instrada il mio percorso di crescita personale. Credo nel valore della formazione: per tale ragione, ho conseguito il diploma di Master in diritto e criminologia del sistema penitenziario nel 2020, con una tesi su “Giustizia riparativa e associazione mafiosa” e, attualmente, svolgo il Dottorato di ricerca presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Membro Yairaiha dal 2017.

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