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Foto di Michele

Lapini e Muscella: 14 ore di Fermo ingiustificato al confine Italo-Francese

Immagine di Michele Lapini

È notte, un gruppo di ragazzi cammina sottovoce calpestando rami secchi e roccia. Sono originari della Siria, dell’Iran, dell’Afghanistan. A un tratto il sentiero si divide, decidono di cambiare direzione. Dietro di loro, distanti alcuni metri, procedono due amici, Valerio Muscella e Michele Lapini. Sono fotografi e camminano insieme ai ragazzi per documentare i passi della rotta migrante verso Nord, la Francia.

Valerio risiede a Roma, Michele a Bologna. Sono passati due mesi da quando hanno lasciato i boschi innevati della Croazia, della Serbia e della Bosnia. Alcuni di quei coetanei rimasti bloccati tra i tre muri probabilmente li ricordano ancora. Michele e Valerio tornano in Italia con alcune fotografie incendiarie. I meccanismi dell’attenzione mediatica si accendono.

A un tratto vi è un rumore, dai rovi escono alcuni gendarmi, parlano francese. È in quel momento che i migranti si accorgono di essere riusciti veramente ad attraversare il confine. Lo stesso vale per i due fotografi. Vengono tutti fermati e identificati, ma presto i compagni di percorrenza verranno divisi.

I migranti sono portati alla stazione italiana più vicina, espulsi.

Michele e Valerio vengono condotti in caserma. I nominativi sono validi, i documenti sono italiani, non vi è reato nell’attraversamento di confine. Viene loro chiesto di cedere cinture, orecchini, stringhe, cellulari. Passano le successive ore su una panca di legno, la luce sempre accesa, alcune telecamere a guardarli. Per andare al bagno devono chiedere il permesso bussando alla porta di quella che capiscono essere una cella, vengono accompagnati fino ai servizi.

Alle ore 4 si presenta una poliziotta. Chiede di Michele, che viene portato in un’altra stanza per procedere all’interrogazione. “Hai una casa di proprietà?” “Hai in attivo un mutuo”? “Avete chiesto soldi a quei ragazzi?” “Hai un compagno o una compagna?” Michele non capisce il francese e i poliziotti francesi sembrano non sapere o volere tradurre ciò che dicono. “Non sappiamo l’inglese”.

Michele viene accompagnato in una cella separata, per isolarlo dal compagno Valerio. Alle ore 6 è il turno di quest’ultimo. “Avete ricevuto soldi da quei ragazzi?”

L’accusa che pare echeggiare è di favoreggiamento di immigrazione clandestina, ma non viene notificata ufficialmente alle parti. I due fotografi sono indiziati, ma non vi sono prove per trattenerli. L’esito lo deciderà il procuratore una volta arrivato.

Quattro ore dopo, alle 10 del mattino, il procuratore emette il rilascio. L’accusa è di essere “passeurs”, trafficanti, ma non vi sono prove e tantomeno indizi. Troppo spesso infatti, nel dipartimento delle Hautes Alpes, “être des passeurs” è un capo d’accusa soventemente utilizzato per ostacolare il lavoro di giornalisti, bénevoles e maraudeurs.

Valerio e Michele proseguono verso Exilles. Sono stati rilasciati a patto di firmare un documento in francese, non tradotto. Contattano un avvocato, Andrea Ronchi, bolognese. Il legale spiegherà loro la problematicità dell’evento. “Non vi è motivo, se non per eventuale ipotesi di reato,” dice Ronchi, “di trattenere i giornalisti in caserma”.

Qualora un’ipotesi invece si palesasse, come l’accusa paventata dalla Police Aux Frontiéres (PAF) potrebbe indicare, avrebbero dovuto attivarsi le comunicazioni tramite notificazione ufficiale, cosa non accaduta.

Il fermo, secondo il legale, non trova giustificazione. “Non sussistono gli elementi” per giustificare una notte in cella.

L’episodio non è un caso isolato. Da tempo, successivamente agli attacchi terroristici del 2015, è oltremodo comune, in Francia, l’arresto preventivo (garde à vue) come misura d’ordine e deterrente politico. Lo hanno dimostrato i davvero ingenti arresti che a seguito delle manifestazioni per il prezzo della benzina, delle riforme al sistema scolastico e del prezzo dei generi alimentari, hanno segnato la storia delle contestazioni francesi dell’ultimo periodo. Non solo Parigi, anche i territori montani delle Hautes Alpes. Il tribunale di Gap è un luogo in cui le trattenute e i respingimenti vengono discussi all’ordine del giorno. Le montagne della catena del Monginevro sono iper-sorvegliate.

Dai sofisticati sistemi di pattugliamento all’uso degli infrarossi notturni, dalle spie posizionate a ridosso dei sentieri di montagna all’uso di mascheramenti per sorprendere i migranti all’imbocco delle gallerie o presso i passi rocciosi. Si contano a decine i morti scomparsi nel nulla e avvolti dall’aria irrespirabile che si vive sulla catena del Monginevro, al confine tra Italia e Francia.

Se sempre più spesso i cammini più sicuri diventano impraticabili a causa delle politiche di sorveglianza e respingimento, ci si prodiga per resistere a quelli più impervi. Ma quando una tormenta di neve diventa il momento migliore per camminare a temperature sottozero, quindi non essere visti, allora il freddo smette di essere l’unico fattore di crisi.

Michele e Valerio torneranno a fotografare. Torneranno sui sentieri a raccontarci cosa vedono gli occhi degli uomini e delle donne, che per sbaglio o per fortuna, calpestano i confini.

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