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Re-Inventarci la nostra vita sentimentale

“For some reason, we as a society have collectively decided it’s better to have millions of human beings spending years of their lives pretending to type into spreadsheets or preparing mind maps for PR meetings than freeing them to knit sweaters, play with their dogs, start a garage band, experiment with new recipes, or sit in cafes arguing about politics, and gossiping about their friends’ complex polyamorous love affairs.”

David Graeber

Benvenutə su Pensiero Stupendo: una rubrica che parla di possibili forme di relazioni sentimentali oltre la coppia, la monogamia e la famiglia nucleare. L’idea nasce dalla voglia di ripensare la sfera della vita sentimentale in maniera meno rigida e al tempo stesso più curata sia da un punto di vista interpersonale che comunitario. Negli anni, infatti, ho iniziato a maturare l’idea che esplorare le possibili alternative alla vita di coppia sia un atto politico importante da portare avanti per affrontare, tra gli altri, il problema della dittatura del lavoro.

Tutto è partito da una perplessità: non è strano che, anche nei giri più radicali, quando si parla di sfera sentimentale quello che ci si immagina è quasi sempre una versione più o meno tradizionale, più o meno monogama, della vita di coppia?

Per quanto attualmente in tutto il mondo ci siano attiviste al lavoro per cambiare le cose, mi è sempre parso strano non vedere una quantità maggiore di studi sociali su questo tema. Ciò è reso ancora più bizzarro considerando che la coppia – e la sua evoluzione naturale, ovverosia la famiglia nucleare – è un modello piuttosto semplice di organizzare le relazioni, soprattutto in un contesto complesso come quello in cui viviamo.

È come se ci fosse un tacito accordo tra le persone, secondo cui le relazioni non vanno complicate perché più si complicano più richiedono tempo, ma più tempo dedichiamo alle relazioni meno ne possiamo dedicare all’unica altra cosa che facciamo da svegliə: lavorare.

Ogni mese parlerò di esperimenti sociali che ci hanno provato e del perché hanno fallito, di pezzi di mondo che da sempre offrono delle alternative e dei motivi per i quali ci rifiutiamo di dare loro validità; citerò antichi testi sull’amicizia, gruppi Jazz poliamorosi degli anni ‘70, serie TV, libri, scambi di conchiglie, filosofia, esperimenti abitativi e speranze.

Nel frattempo cercherò di mettere a punto una metodologia, un processo, per iniziare a sviluppare queste idee nel pratico.

Oggi ci troviamo di fronte ad un bruttissimo caso di anomia, definita da Durkheim già nei primi del ‘900 come la mancanza di valori sociali che portano gli essere umani ad agire in maniera collettiva e che sono sintomo di un distacco tra la realtà sociale e quella vissuta.

Dopo il boom ideologico degli anni ‘50 e ‘60, la coppia, la monogamia e la famiglia nucleare sono entrati in crisi, come se negli anni ‘70 avessimo usato tutta l’immaginazione che avevamo a disposizione per scardinare i sistemi di potere e non ne avessimo investito neanche un po’ per pensare a delle alternative. Nel mentre, i divorzi sono aumentati, si stima che il 70% delle coppie tradisce, le nascite sono crollate, la generazione X dice di non volersi sposare.

L’esempio del matrimonio, in questo senso, è calzante: l’idea di matrimonio che ci è stata tramandata ha un valore sia rituale che giuridico. Il valore rituale – che è quello sul quale sento di potermi esprimere – si traduce nell’unione sacra in cui la sposa, vestita di bianco, viene ceduta dal padre al marito all’interno della tradizione religiosa monoteista Giudaico-Cristiana.

Attualmente, però, nessuno dei valori esemplificati da questo rito sono rilevanti per la maggior parte delle persone: il vestito bianco, per esempio, simboleggia la verginità della sposa e di spose vergini già se ne vedevano poche negli anni ‘50, figuriamoci ora; il passaggio di proprietà della donna per via patrilineare è un retaggio culturale che ha poco senso in una realtà in cui la donna lavora e ha indipendenza economica; per quanto riguarda l’unione sacra, in Italia, oggi, il 50.1% dei matrimoni viene celebrato con rito civile e non religioso (2018).

La domanda che a questo punto si pone è questa: se non crediamo nei valori espressi dal rito e non ci riconosciamo nelle parole delle istituzioni che lo promuovono, perché mai dovremmo seguirne le regole? Effettivamente non le seguiamo: abbiamo abbandonato il concetto di ritualità e siamo profondamente anomici.

Se è vero che molte sono le conseguenze negative dell’anomia (Durkheim, per esempio, parla di crescita esponenziale dei suicidi tipiche delle crisi anomiche), credo valga comunque la pena parlare anche delle possibilità che questa disconnessione potrebbe aprire: una di queste è la possibilità di riscrivere la mappa sentimentale delle persone, sia da parte degli individui, che delle comunità di cui questi fanno parte. Questo secondo aspetto è importante ed è quello che tralasciamo più spesso quando parliamo di vita sentimentale alternativa – per esempio di poliamore e di coppie aperte.

Credo sia importante perché mantenere la collettività coinvolta nel processo di co-creazione della vita sentimentale è uno dei modi in cui possiamo evitare i risvolti più individualisti che questo stile di vita potrebbe prendere, se declinato in un contesto neoliberale. Se da una parte questa customizzazione fa un po’ pensare al supermercato della vita sentimentale – fatta identity-politics, dall’altra continuo a sperare che possa, invece, aprire uno spazio per provare ad immaginare delle alternative veramente radicali.

Quello che trovo particolarmente interessante dello status quo dei nostri modelli relazionali (e per “nostri” intendo principalmente quelli italiani, anche se buona parte del discorso può essere declinata in maniera leggermente diversa in molte delle realtà neo-liberali contemporanee su scala globale) è l’ossessione per le cose a due che, se ci pensate, va ben oltre il concetto di coppia: potremmo partire da Adamo VS Eva per proseguire con mente VS corpo, bianco VS nero, buono VS cattivo, natura VS cultura, pubblico VS privato, destra VS sinistra.

Tali espressioni derivano da una tendenza a pensare in modo binario e polarizzante il cui risultato finale altro non si traduce che nella semplificazione del pensiero e dell’esperienza umana: questa semplificazione ha le sue radici nel pensiero cristiano, prima, e nel positivismo, poi.

A Darwin, Cartesio, Adam Smith e a tutti gli signori illuminati del tempo dobbiamo l’idea che i nostri fallimenti relazionali siano dovuti ad una natura umana fallata, egoista, competitiva e concentrata esclusivamente sulla moltiplicazione compulsiva della specie e, conseguentemente, del capitale: la gelosia, il possesso, l’esclusività, sono tutte conseguenze di questo modo di vedere e vivere la nostra vita sentimentale.

Sempre intorno a quel periodo storico si radica l’idea che la vita interiore sia di pertinenza esclusivamente femminile e quindi di valore intellettuale e morale inferiore rispetto alle discussioni di carattere politico ed economico. Al monoteismo Giudaico-Cristiano, invece, dobbiamo la convinzione che la coppia eterosessuale sia tutt’ora l’unica espressione di affetto e di legame significativa e degna di essere presa in considerazione a livello sociale, oltre che la tendenza al disgusto per il corpo e la negazione del piacere.

Credo che questo sia, in parte, anche il motivo per cui i movimenti femministi sessantottini italiani si siano concentrati così poco sull’amore libero e così tanto sui movimenti delle lavoratrici. Questo mix letale di ideologie – tutte supportate alla radice da valori patriarcali, monoteisti e capitalisti – ha fatto sì che, nel momento in cui il mercato ci ha chiesto di sacrificare tutto il nostro tempo sull’altare del lavoro, le donne abbiano detto di sì senza pensarci troppo perché pensavano di avere poco da perdere.

In realtà, la disattenzione e la mancanza di cura che hanno reso la nostra vita sentimentale uno strano incrocio tra noia e pudicizia altro non è che un accidente storico.

Il primo passo sarà, dunque, provare a porre rimedio all’errore ontologico sul quale è basata la cosmologia occidentale, ovverosia che il mondo è diviso in due e che la salvezza deriva dal passare da uno stato di peccato (quello della carne) ad uno di salvezza (quello del pensiero): per farlo avremo bisogno di una metodologia e di un sacco di tempo.

Penso, ad esempio, alle assemblee pubbliche malgasce di cui parla David Graeber, in cui la gente partecipa per il solo piacere di farlo: una cosa simile succede anche tra alcune popolazioni indigene nordamericane – dove i comizi politici partecipativi possono durare fino a 14 ore – nonché in alcune assemblee di attiviste – anche se in maniera ancora un po’ timida, non avendo ancora una tradizione di democrazia diretta alla quale fare riferimento.

Tutti e tre questi esempi si basano sull’idea, impensabile nella nostra società, che la negoziazione della realtà possa essere un processo profondamente divertente se a tuttə viene data l’opportunità di contribuire al processo decisionale e che dunque, nel momento in cui si renda necessario prendere delle scelte di gruppo, si possa discutere finché non si arrivi ad una soluzione creativa che tuttə trovino quantomeno sopportabile.

Cosa succederebbe se applicassimo questa metodologia alle relazioni? Una conseguenza ovvia è che se decidessimo di passare 14 ore a disquisire con altre sei persone della nostra relazione poliamorosa usando tecniche oratorie complesse, concedendo terreno, litigando, negoziando, sicuramente potremmo dedicare meno tempo al lavoro: ma se l’atto politico stesse proprio nel sottrarre tempo e complessità al mercato per ridarne alle relazioni?

Una cosa su cui sono ancora incerta è la trasversalità della metodologia: se da una parte ho notato esperimenti macro-sociali interessanti, si veda per esempio la legge neozelandese sull’aborto spontaneo della settimana scorsa, dall’altra la mia profonda sfiducia nella gerarchia delle istituzioni mi porta a pensare che forse sarebbe meglio concentrarci su altro. Mi riferisco all’aspetto comunitario – per esempio lo sviluppo di una ritualità alternativa da parte di piccoli centri e comunità basati su tipi di aggregazione condivise e alternative – e a quello interpersonale – il dialogo, l’empatia e la creazione di una grammatica comunicativa più inclusiva.

In inglese esiste una differenza semantica tra la parola play e la parola game: la prima, che è quella che ci interessa qui, è una forma di divertimento del tutto non strutturata, senza obiettivi, incentrata sul piacere del processo, mentre game è una forma di divertimento iper-strutturata.

In italiano la parola play è più simile alla parola “arte” che alla parola “gioco”, dove per arte intendo il processo creativo che ha come oggetto il gusto di immaginare senza obiettivi.

Quando due o più persone entrano uno spazio di play, le regole alle quali siamo abituatə, che implicano una certa rigidità di comportamento, si allentano e rendono possibili modi completamente nuovi di essere e di interagire. È “il tipo di pensiero che non chiede nulla in cambio”.

È importante pensare al concetto di play per meglio poter prenderci cura le une degli altri, ma al tempo stesso è fondamentale non prendere questo processo troppo seriamente perché, se lo facessimo, sarebbe impensabile non scoraggiarsi.

Quello che invece credo sia utile è prendere consapevolezza del fatto che che il processo sarà lento, che non sappiamo come farlo e che quindi sbaglieremo.

Ma tanto non c’è fretta, c’è solo piacere.

Il prossimo mese riprendiamo da qui e parliamo di amicizia e di joking relationships, credo, ma poi vediamo.

Livia Filotico

To my friend, rest in power

Comments (2)

  • Manlio

    Grazie Livia, aspettavo da un sacco uno spazio così!
    Non vedo l’ora di leggere il tuo prossimo articolo.
    Un interessante punto di vista a riguardo delle “relazioni non convenzionali” l’ho trovato in E.Dossie e J.Hardy “The Ethical Slut”, libro che consiglio e che genera riflessioni importanti.

    Anche “Pleasure activism” pare un saggio interessante, pur avendolo iniziato da poco.
    Quante cose potremmo cambiare con la giusta cura?

    Grazie ancora per il tuo articolo, al prossimo mese!

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  • Davide Dibitonto

    In assoluto l’articolo più bello che abbia letto nell’ultimo anno almeno! Complimenti, voglio certamente leggere i prossimi. Da accelerazionista e poliamoroso, sentivo da tempo la necessità di analisi che mettessero in relazione poliamore e postlavorismo. Allora quando la facciamo la rivoluzione?

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