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LUCHA Y SIESTA: Femminicidi, una questione politica

Scritto da Simona Ammerata e Daria Damiani

Dall’inizio dell’anno ci sono stati 19 femminicidi, più di uno a settimana. Lo sciopero globale femminista e transfemminista dell’8 marzo ha fatto sì che, per il quarto anno consecutivo e nonostante la pandemia, nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo venissero messi in campo contenuti, linguaggi e pratiche che disegnano un mondo e una società diversa: una società in cui le risorse sono distribuite equamente e c’è un welfare attento ai bisogni delle persone, una società che ha rispetto delle libertà individuali e in cui le discriminazioni di genere, etnia, classe sono azzerate, una società che ha cura delle relazioni e del sistema mondo in cui viviamo. Un disegno da femministe quindi, nulla di irrealizzabile e utopico perché tarato sui corpi e sulle vite di chi già lo vive e lo sperimenta a livello locale ogni giorno, di chi si occupa quotidianamente di violenza e abusi, di chi analizza cause e dinamiche, di chi costruisce dal basso e con pochi strumenti le risposte.

Risposte che devono essere serie e puntuali, devono considerare il panorama che abbiamo davanti con dati e analisi alla mano, quelli che gli Enti nazionali e gli Istituti di ricerca ci raccontano ogni giorno:  nello scorso anno abbiamo registrato un aumento di circa l’83% delle chiamate al numero nazionale antiviolenza 1522; ci sono stati 110 femminicidi, segnando un aumento costante mentre calano tutti gli altri reati efferati. In particolare, durante i primi sei mesi del 2020, il 45% degli omicidi sono stati femminicidi, con un incremento del 10% rispetto al 2019. Nei due mesi di lockdown più duro – aprile e maggio – la percentuale di donne uccise ha raggiunto il 50% sul totale degli omicidi: il 90% degli assassini sono membri della famiglia; il 61% sono partner o ex partner. Sempre più donne, quindi, sono uccise nelle relazioni cosiddette affettive. Il 98% di chi ha perso il lavoro durante la pandemia è donna, fa lavori più precari, sacrificabili, soggetti a licenziamenti e tagli per evidenti questioni di genere, come dimostra il caso eclatante di poco tempo fa della pallavolista non solo licenziata ma a cui sono anche stati chiesti i danni perché ha scelto di affrontare una maternità.

Sono centinaia le denunce e le segnalazioni per maltrattamenti dai presidi ospedalieri. E nei primi due mesi del 2021 registriamo un aumento del 5% di femminicidi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il Rapporto delle associazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia nel 2019, al quale hanno lavorato oltre 30 tra associazioni ed esperte attive sui temi della Convenzione e coordinate dalle avvocate di D.i.Re, registra un contesto culturale italiano fortemente permeato da pregiudizi e stereotipi sessisti, con un impatto particolarmente grave nel campo della giustizia e una distanza abissale tra le norme adottate e declamate e la loro applicazione.

Negli anni infatti, grazie alle lotte femministe per i diritti umani, a livello normativo si è costruito un impianto di diritto fondamentalmente adeguato (ad esempio il Codice Rosso) che, seppur in ottica repressiva, ha costruito delle risposte efficaci per la messa in protezione in tempi brevi. Il problema che ci troviamo ad affrontare oggi non è nell’impianto normativo ma nell’applicazione concreta di queste norme dato che chi compone il sistema giudiziario non è scevro dagli stereotipi e dai pregiudizi di genere che permeano la nostra società: nei tribunali le donne non vengono credute e anzi sono spesso stigmatizzate, soprattutto nelle sedi civili e minorili; nelle consulenze tecniche d’ufficio, ad esempio, si ritrovano ad essere giudicate su standard di perfezione assolutamente diseguali rispetto all’uomo maltrattante, su cui si è sempre più indulgenti; oppure vengono considerate soggetti che hanno provocato l’agito violento. Tutto ciò aggravato dal fatto che in Italia non è previsto l’affido esclusivo nei casi di violenza intrafamiliare, costringendo le donne a relazionarsi con il maltrattante. Altro esempio è la generale mancanza di formazione di genere del personale socio assistenziale incaricato delle indagini socio-familiari, che spesso coinvolge le donne in percorsi dannosi che assumono le forme della mediazione familiare, peraltro vietata dalla convenzione di Istanbul. E ancora, ciò che succede nei commissariati o nei presidi ospedalieri, luoghi privilegiati a cui si rivolgono le donne in condizione di violenza, dove però non c’è alcuna la formazione specifica né presidi antiviolenza, tranne rarissimi casi virtuosi. 

Fondamentale nominare anche le discriminazioni multiple, tra cui ostacoli di natura istituzionale, che rendono particolarmente difficile la fuoriuscita dalla violenza per le donne migranti richiedenti asilo e rifugiate.

A livello territoriale c’è una forte disomogeneità delle norme e dei finanziamenti per le azioni e i servizi di contrasto alla violenza contro le donne, a cominciare dal supporto ai centri antiviolenza e alle case rifugio, che provoca una grave mancanza di tutela dei diritti delle donne che subiscono violenza. Il Piano antiviolenza triennale ha generato ritardi continui nell’erogazione delle risorse, di cui siamo ancora sprovviste; tutto ciò si somma alla mancanza di un osservatorio nazionale che rende impossibile una visione complessiva nella lettura del fenomeno e genera interventi volti più alla riduzione del danno che alla risoluzione del fenomeno.

La crisi pandemica del 2020 ha avuto profondi effetti sulle differenze di genere, acuendo il divario già presente in termini di reddito, posizione e prospettive di vita. Come già accennato, non solo sono aumentate le richieste di aiuto delle donne chiuse in casa per il lockdown e sono quasi esclusivamente le donne ad aver perso il lavoro a causa della pandemia, ma questo stato di cose ha segnato anche un ritorno profondo al ruolo di cura.

Come evidenzia l’Agenzia ONU UNFPA nello studio intitolato “Ripercussioni della pandemia Covid 2019 sulla pianificazione familiare, la violenza di genere e le mutilazioni genitali femminili” di aprile 2020, l’epidemia avrà ripercussioni negative di lungo periodo sull’eliminazione della violenza di genere, ha già ridotto gli effetti delle campagne di prevenzione e di protezione e ha aumentato l’incidenza della violenza e delle mutilazioni genitali. In generale lo studio mette in luce una riduzione pari a due terzi dei progressi altrimenti fatti grazie ai programmi per l’eliminazione della violenza di genere e un aumento di 15 milioni di casi nel trimestre in esame.

Alla luce di questo quadro, ciò che pensiamo e che determina il nostro agire a Lucha y Siesta da anni ci appare sempre più evidente: norme, procedure e piani, seppur necessari, non sono sufficienti a costruire le condizioni necessarie per un cambiamento; occorrono pratiche quodiane, non interventi emergenziali; occorre una visione sistemica, e un approccio culturale, sociale e politico.

Gli ultimi 13 anni, in cui abbiamo dato vita e slancio alla Casa delle donne Lucha y Siesta, supportando migliaia di donne nella fuoriuscita dalla violenza e impegnandoci quotidianamente su tanti livelli nel lavoro fondamentale di prevenzione ed educazione, in rete con tanti altri luoghi femministi, ci hanno convinte nella pratica che gli spazi delle donne autonomi e liberi sono una risposta imprescindibile e realmente efficace. 

Se il modello su cui è fondato questo moderno stato sociale è l’archetipo del maschio cis adulto bianco e etero, è evidente che per trasformarlo la controparte deve essere spregiudicata, libera, coraggiosa, autonoma da chi l’ha voluta addomesticata e riverente. Basta pensare a ciò che succede qui a Roma, con le vicende emblematica della Casa Internazionale delle Donne e di Lucha y Siesta (come il caso delle identificazioni delle donne che abitano questo spazio da ultimo dimostra); abbiamo un’amministrazione completamente immersa nella cultura patriarcale, che mette a bando 6 immobili da dare come “servizi”, nel tentativo di azzerare le esperienze femministe e neutralizzare il portato necessariamente rivoluzionario che deve avere la partita del contrasto alla violenza di genere. Azioni che disconoscono completamente la portata tutta politica del problema e lo limitano alla riduzione del danno, naturalizzandolo di fatto come stortura endemica.

Noi crediamo e proponiamo che il moltiplicarsi di spazi come Lucha y Siesta sia davvero la risposta politica innovativa per contrastare l’aumento della violenza di genere e ai generi; crediamo che l’autonomia dei luoghi femministi sia necessaria per far sì che possano continuare nel gravoso compito di costruire il cambiamento complessivo – che si avvale anche delle relazioni virtuose con i soggetti istituzionali – perché sono gli spazi delle donne come Lucha e non solo i dispositivi in cui accoglienza, prevenzione, educazione, conoscenza e rapporti con il territorio, cultura femminista e contrasto alla violenza si fondono in una visione e in una pratica efficace e funzionante

La Casa delle Donne Lucha y Siesta a Roma è un luogo materiale e simbolico di autodeterminazione delle donne contro ogni discriminazione di genere. Un esperimento innovativo e riuscito: un progetto politico che promuove nuove formule di welfare e di rivendicazione dei diritti a partire dal protagonismo femminile; un progetto ibrido tra casa rifugio, casa di semiautonomia e centro antiviolenza; un progetto nato dalla lotta e dall’autorganizzazione delle donne che da più di 11 anni fornisce informazione, orientamento, ascolto e accoglienza.

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