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G8: E’ morto un ragazzo, sono obbligati a fermarsi

Illustrazioni di Arcangela Dicesare

Chi difende tutti difende se stesso, chi pensa solo a se stesso si distrugge” Kambei Shimada, da I sette samurai

Le solite persone, i soliti bar, le birre, il vino e le pizzerie affollate. San Lorenzo era come sempre, la sera. Io e Paola ci nuotiamo dentro, come accade da qualche tempo, per stare un po’ insieme e cazzeggiare anche. Ci capita di parlare di politica, delle nostre attività nei rispettivi ambiti, io più legato alla lotta per chi non ha una casa, lei dentro quello che rimane dei collettivi studenteschi. Intorno a noi, c’è chi ciondola per rimediare un po’ di neve. Ormai la cocaina a San Lorenzo la fa quasi da padrona.

Con Paola scambio due battute un po’ aggressive nei sui confronti. La voglio stanare dalla sua compostezza, da quel cinismo di copertura. La provoco facendo riferimento ai suoi amici Manga, solo perché ha un forte interesse per l’Oriente. “Mischi tutto in quella testolina, hai un grande blob di cose sparpagliate che ogni tanto trovano una strada giusta in cui incamminarsi” mi aveva detto e poi, andando oltre quanto mi aspettassi dalla serata “forse per questo mi piaci. Boh! Non è che se sono affascinata dall’Oriente, devono per forza piacermi I manga!”. Per celare il rossore avevo forzato diversi colpi di tosse. Mi metto a parlare della preparazione della tre giorni di Genova, dei rapporti all’interno del movimento “No Global”.

Paola ama Genova, e non vede l’ora di tornarci. Mi confessa che le piacerebbe molto attraversarla in corteo. E lì snocciola indirizzi e cose da fare. Ti porto qui, ti faccio mangiare questo, andiamo al porto, ho diversi amici, vedrai sono simpatici.

Poi mi racconta che a casa sua De Andrè non mancava mai, in sottofondo, durante gli studi. Anche se lei amava anche la musica classica. Schubert le faceva spesso compagnia, a conferma del suo criptoromanticismo. Mentre il fiume di persone che inonda le vie del quartiere inizia a prosciugarsi, la accompagno alla sua macchina. Ci diamo appuntamento al giorno dopo, alla scuola occupata dove si tenevano le riunioni preparatorie del controvertice.

Sarebbe stata una riunione particolare stavolta: all’incontro precedente si era deciso di preparare una simulazione della disobbedienza. In poche parole ci saremmo messi le protezioni di plastica e gommapiuma e avremmo simulato l’impatto con le forze dell’ordine. Una sorta di crash test per corpi umani e relative protezioni. La saluto con un bacio veloce sulle labbra e la promessa che mi sarei posizionato con lo schieramento avversario. Non aspettarti sconti, domani vediamo se la tua armatura regge. Sulla strada del ritorno, spero di trovare Ida sveglia, per raccontarle la serata e sentirmi dire se, nella sua visione manichea della realtà, mi ero mosso nella zona del bene o in quella del male. Se, come avrebbe detto lei, stavo tenendo la bussola. Il palazzo occupato dorme. Apro la porta che dà sul pianerottolo dove si trova la mia stanza. Mi accoglie il guaito sommesso di Zecca, che chissà per quale malefatta commessa è stato buttato fuori di casa. Lo faccio entrare in camera, e lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, si mette a fare la sua cuccia sopra il letto. Il giorno dopo avrei proposto a Ida di farlo restare con me.

L’immaginavi così il viaggio di Paola? Le dico parlando al suo paracollo di plastica mentre la nostra scomposta fila indiana fa zig zag tra i residui fumanti della battaglia che si era soltanto allontata.

Dove siamo Giuliano? Che cosa sta succedendo? Hai visto cosa hanno fatto ai nostri compagni?

Ma anche io ho perso la rotta. Mi affido a lei perché non so dove andare. Non era lei “la genovese”?

Anche Paola cerca rassicurazioni mentre marcia senza meta. Fa finta di avere una destinazione. Proprio lei che a Roma mi diceva che tutto sarebbe stato bellissimo e l’avventura sarebbe stata fantastica, Saremmo stati veramente tanti.

Paola che studia per diventare insegnante. Che si commuove ricordando la madre a Genova che ha iniziato a combattere contro un cancro e che avrebbe voluto farle visita dopo la manifestazione. Paola la sua scorza di sicurezze da sbatterti in faccia col sorriso teso e sotto un mondo che spesso non capisco. Paola che gira l’angolo con la stessa decisione che dimostra tutti i giorni, senza guardare cosa riserva il dopo.

Hanno caricato a freddo! Stasera se riusciamo a tornare al Carlini capiamo cosa è successo. Mauro è al telefono e ci dirà fra poco, spero. Pensiamo che si fermerà tutto, che la smetteranno con questo massacro. E’ morto un ragazzo, sono obbligati a fermarsi. Ora improvviso, fingo di sapere, ma so che sto parlando a me stesso. Siamo nella terra di nessuno e non ho la minima idea di cosa ci aspetti. Camminiamo ormai da almeno mezz’ora, seguiti da tre ragazzi che si sono affidati al miraggio della zona rossa. Claudio, il più giovane, è anche lui di Genova. Deve finire le superiori, è all’ultimo anno. Doveva andare in montagna e si è fatto catturare dalla manifestazione. Quando vi ho visti passare sotto casa mia. Ho detto ai miei che li avrei raggiunti più tardi con Clara, la mia ragazza. E sono corso giù! Francesca lavora come grafica pubblicitaria a Torino, ha realizzato lei il logo della campagna contro i Centri di Permanenza Temporanea. Ho l’impressione che si sia pentita di averci seguito, si guarda intorno in continuazione, come se cercasse una sua personale via di fuga. Matteo è il suo fidanzato. Si è presentato proprio così: sono il fidanzato di Francesca. Segue la sua compagna come un segugio. Anche ora, che camminiamo uno dietro l’altro, tallona Francesca aggrappato con la mano ad una delle stringhe di plastica del suo zaino.

Sono venuti a Genova, aveva detto lei prima di muoverci verso l’ignoto, perché il neoliberismo ci ha precarizzato la vita, perché li stanno decidendo sulle nostre vite. Parla come il volantino di una organizzazione politica ideologica. Lui annuisce, sempre.

Da a un cassonetto in fiamme erano fuoriuscite delle bottiglie intatte, alcune un pò annerite. Ci fermiamo a raccoglierle. Come se, da affamati, fossimo precipitati in un campo di ortaggi. Come se, ai nostri piedi, ci fosse una manna di beni necessari alla sopravvivenza. Saranno necessarie, ne siamo sicuri. Ci riempiamo gli zaini. Mauro rimane in continuazione al cellulare per cercare di capire com’è la situazione in città. Ce l’ha con qualcuno che sta nel corteo che abbiamo lasciato. Intuisco che è attaccato in diversi punti. Il grosso della manifestazione sta provando a tornare allo Stadio. Che cazzo tornate a fare al Carlini? Dovevamo tenere, continuare a puntare verso la zona rossa! Mauro Urla e ripete zona rossa, zona rossa, zona rossa. Ma quale zona rossa? Dove è finita questa fottuta zona rossa?

Continuiamo ad avanzare in questa terra di nessuno. Il corteo dei disobbedienti attaccato in più punti da reparti della celere e dei carabinieri. In città la situazione fuori controllo, in diversi quartieri ci sono scontri tra gruppi isolati di manifestanti e forze dell’ordine. E noi, verso un orizzonte in cui ormai soltanto Paola crede. Sembra impossibile anche tornare indietro. Dove andiamo lo sa solo lei, una ragazza infatuata di Genova, ma che a Genova si è persa.

Paola continua ad avanzare, è in testa, io la tallono a pochi metri, dietro di lei i ragazzi che si sono aggregati, si stringono tra di loro. Mauro chiude la colonna. Ora la nostra guida si ferma, sembra annusare l’aria, poi d’impulso svolta l’angolo, a sinistra, imbocca una via tra palazzi ottocenteschi. Si annuncia una strada in ombra, questo ci permetterebbe di respirare il necessario e allieverebbe la pressione del caldo e dei gas da cui fuggiamo.

Supero anche io l’angolo, Paola è davanti a un ufficiale della Celere, dietro di lui dieci celerini e due camionette blindate sbarrano l’accesso della strada. I celerini hanno l’aria annoiata. Alcuni di loro sono a terra, sembrano un bivacco, ma appena ci vedono, quelli che erano seduti si ricompongono e fanno la mossa di avanzare. Il loro capo senza voltarsi gli fa segno di fermarsi. In pochi istanti anche gli altri girano l’angolo e me li ritrovo che premono alle spalle. Mi rendo conto dell’arrivo di Mauro perché all’improvviso le urla rivolte a chi sta andando al Carlini si interrompono bruscamente con un “cazzo!”. Paola, tentenna, poi si muove verso quello che sembra il capo, si avvicina, tra di loro una decina di metri. Noi rimaniamo immobili, sento solo un rumore del tintinnio del vetro delle bottiglie. Qualcuno alle mie spalle rovista negli zaini. “Abbiamo il permesso per la zona rossa.

Cioè lo avevamo poi i vostri colleghi hanno fatto quel macello, hanno caricato. Noi siamo autorizzati. Non so se sapete”, la sua voce esce tremolante, ma con una tonalità di rimprovero, si affievolisce man mano che si allontana da noi. Lui pronuncia qualcosa, sorride. Indica con il manganello verso la nostra direzione, ma senza togliere gli occhi da lei. Sembra gentile, non avverto ostilità nei suoi gesti. Ora le fa segno di avvicinarsi, lei si gira verso di noi e con il palmo della mano ci dice di aspettare. E’ a due metri da lui, dietro il piccolo drappello di celere sembra concentrato sulla scena, resta immobile, come restiamo immobili noi. Che cazzo sta facendo?, bisbiglia Mauro nervoso.

Non so cosa dire, la situazione è in stallo, ormai lei è vicina, il reparto celere in pochi secondi potrebbe starci addosso. Paola e il dirigente parlottano, lui alto almeno un metro e ottanta, porta la divisa del burocrate, una giacca blu di cotone, pantaloni grigi. Se non fosse per il casco blu e il manganello potrebbe essere un qualuque impiegato che puoi trovarti di fronte in qualsiasi ufficio postale. Ha la visiera alzata, annuisce alle parole di Paola, i suoi baffi folti gli danno un’aria paterna e paciosa. Il dirigente dice poche parole di commiato, fa un gesto ampio con le mani, come un arbitro per segnalare la fine della partita. Paola si gira lentamente verso di noi, è meno sicura di quando aveva mosso i passi di avvicinamento verso lo sconosciuto. Ci fa un segno con il dito, il pollice alzato, ma la sua espressione è tesa, preoccupata. Fa un passo, due, poi il manganello del dirigente la colpisce a metà tra il paracollo e lo zigomo.

La violenza del colpo gli fa piegare violentemente il capo di lato, come chi riceve un colpo di pistola alla tempia, per un’ esecuzione. Il dirigente ricarica il colpo, alza il braccio ancora, poi si sentono solo le sue urla. La bottiglia di vetro è entrata perfettamente nello spazio tra la visiera e il sotto mento, per scoppiargli in pieno volto. Paola barcolla verso di noi, si preoccupa di riassestarsi il casco che gli si era spostato. Digrigna i denti dal dolore. Dietro di lei il poliziotto è in ginocchio, le mani sul viso, emette un grugnito rauco di sofferenza. I suoi colleghi sbigottiti si muovono per soccorerlo. Nessuno di noi perde un attimo in più, il lancio di bottiglie diventa subito fitto.

I celerini alzano gli scudi e arretrano di pochi passi, per poi riassestarsi e avanzare. Uno di loro si ferma, carica un candelotto lacrimogeno, mira sul nostro gruppo, spara. Il colpo non raggiunge il bersaglio, ci oltrepassa, rimbalza sull’asfalto e si impenna per bucare la porta della casa del manifesto del Mulino Bianco che domina la via. Mangia sano, torna alla natura inizia a prendere fuoco. Mauro e “il fidanzato” corrono a recuperare Paola che cammnina a fatica.

Li raggiungo, la sostengo tirandola per un braccio. Sun tzu te prenderebbe a schiaffi. Come t’è venuto in mente? Lei reagisce stizzita, fanculo, stavo conoscendo le intenzioni del nostro nemico. Quel bastardo aveva appena finito di dire andatevene subito e non succede niente dopo che mi aveva detto che avevamo le nostre ragioni a protestare e lui capiva. Ma chi è il cecchino? Cazzo l’avete preso in pieno, continua Paola con voce affannata. Il cecchino era “il fidanzato”, la informo. Inaspettatamente aveva preso l’iniziativa di lanciare la bottiglia. Quando aveva sentito puzza di bruciato si era messo a preparare i colpi e al momento giusto: fuoco! Raggiungiamo l’angolo della via, mi volto indietro, il gruppo di agenti è intorno al Dirigente colpito. Siamo salvi, continuamo a correre mentre dai palazzi che danno sulla via, un uomo anziano e una ragazza, da due finestre diverse, urlano, attirano la nostra attenzione, ci fanno segno di rifugiarsi nello stabile che costeggiamo. Ci fermiamo davanti a un cancello. E’ aperto.

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