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SI può donare un’ideologia?

Una volta che il regalo è stato consegnato, cosa ne sarà di esso non è più affar tuo. Mi disse così, un giorno, un amico riferendosi a un oggetto andato perduto. Avevo da poco finito una relazione e mi sentivo offeso della mancata cura che la persona con cui stavo aveva dimostrato nei confronti di quell’omaggio. Per il mio amico, però, il mio era uno spreco di energie. Ciò che dovevo mettere nella giusta luce, a parer suo, non era il destino della cosa in sé, ma le ragioni che mi avevano indotto a donarla. Se erano buone, dovevo lasciar perdere tutte le conseguenze. Ero stato fedele a me stesso e a ciò che provavo. La cosa importante era tutta lì.

Ho fatto questo preambolo perché da molto tempo mi interrogo sulle ricadute della lotta dei movimenti di liberazione. Soprattutto per quanto riguarda la “fortuna” che certe istanze hanno avuto al di fuori dei confini della sigla Lgbt+. Alcune parole d’ordine, tipiche delle nostre battaglie, sono andate oltre il recinto delle nostre identità politiche, andando a contaminare soggettività esterne che, tuttavia, si sono sentite sensibilizzate da certe lotte. Adottandole, in un certo qual modo.

Non è un fenomeno nuovo. Anzi. Le istanze femministe ritornano nei discorsi di molti uomini cisgender che considerano il patriarcato, il maschilismo ed il sessismo come prodotti di una subcultura da abbattere o comunque come manifestazioni di un sistema riconosciuto come problematico, quindi deprecabili. Lo stesso è avvenuto ai tempi del Black lives matter, quando migliaia di persone di pelle bianca sono scese in piazza per manifestare solidarietà nei confronti della comunità afrodiscendente, dopo la morte di George Floyd. Più recentemente, diversi gruppi di uomini cis sono scesi in piazza per protestare contro la violenza sulle donne.

Di fronte a questa rottura degli argini, le componenti più radicali dei movimenti di liberazione hanno esternato in più di un’occasione insofferenza, scatenando polemiche sulla “presa di possesso” di certe istanze da parte di soggetti privilegiati (uomini VS donne, eterosessuali VS Lgbt+, bianchi VS neri, ecc). Cancellazione, protagonismo, ostentazione del privilegio sono accuse che ormai abbiamo imparato ad ascoltare quando ci troviamo di fronte alle esternazioni di quelle realtà definite come “alleate”. Un cartello riportante una scritta di sostegno al pride di Siena, qualche anno fa, è divenuto centro di polemiche ferocissime contro il “protagonismo” degli eterosessuali. E le marce degli uomini sono state bollate anche da alcune attiviste femministe come un tentativo di mettere in ombra le donne, nel loro stesso territorio ideologico.

Tornando un attimo all’aneddoto del regalo: va da sé che nel momento in cui certe lotte esondano dai confini delle comunità che vivono la discriminazione sulla propria pelle, trovano una ricaduta che incontra sensibilità diverse e declinazioni proprie. Ciò può essere problematico e me ne rendo conto. La bontà dell’ideologia che pervade un percorso può essere assimilata tra le spire del mainstream, con conseguente rischio di banalizzazione. La vendita di mimose, in occasione dell’8 marzo, è paradigmatica.

Ma al netto degli aspetti più deteriori – sicuramente da valutare col giusto apporto critico – forse dovremmo considerare tale allargamento della sensibilità più come una vittoria, che un fattore di criticità. È il dono che abbiamo fatto alla società, con un’ampia ricaduta all’interno di una coscienza collettiva. Come viene declinato, all’interno di essa, è qualcosa che può interessarci o preoccuparci, ma fino a un certo punto.

Nel momento stesso in cui un’istanza abbandona la nicchia in cui è nata e diventa fenomeno di massa, perde i connotati della purezza. Conservare la purezza di un messaggio, così come è stato concepito al momento della sua costruzione, è un procedimento tipico dei fondamentalismi. Ed uso questo termine in modo non polemico, ma descrittivo. Ancora, in certi contesti, certe critiche sembrano più il riflesso di timori (personali) di chi ha fatto della propria militanza un fine – anche egopoietico – e non strumento di critica e di lotta. Va da sé che vedere che c’è altro che nasce, al di là del proprio controllo, mette paura. La paura dell’irrilevanza, rispetto a una storia che procede, nonostante noi.

Mi si permetta un’altra immagine: quando il fiume rompe gli argini, travolge tutto ciò che trova di fronte a sé. Quella piena porterà acqua e rami, fanghiglia sassolini e foglie. Non potrà mai essere acqua limpida. È ciò che siamo in grado di fare subito dopo che può fare la differenza. Il “fertile limo” di questa ondata che ha travolto le coscienze di gente di pelle bianca, di maschi, di eterosessuali, ecc, di fronte alle istanze delle battaglie portate avanti dalle comunità perseguitate può portare a frutti considerevoli. Bisogna, insomma, saper governare il fenomeno.

E bisogna anche far massa critica per portare quelle coscienze nella direzione in cui vogliamo andare. Ciò non significa, ovviamente, che la declinazione di certe istanze non porterà a criticità che possono e devono divenire motivo di dibattito. Creando, quando possibile, momenti di incontro con quelle soggettività che si mostrano attente alle istanze che portiamo avanti. Senza demonizzare, tuttavia, allies et similia.

Dobbiamo, in un’ottica intersezionale, cercare di capire non solo le ragioni ma anche i limiti che possono emergere nell’adozione e nella declinazione delle nostre lotte. Limiti che possono essere legittimamente sottolineati e contestati, nei casi in cui è opportuno farlo, ma che non andrebbero – a parer mio – interpretati sic et simpliciter come un tentativo da parte dei soggetti privilegiati di generare cancellazioni, imposizioni e qualsiasi altra forma di dolo contro le nostre comunità. Dall’altra parte della barricata il nemico è bene organizzato e ben finanziato. Abbiamo fatto un dono a una comunità: non dovrebbe essere la sua declinazione il centro della nostra azione politica. Ma cosa possiamo fare, insieme, grazie all’ampliamento di quella base che si mostra attenta a certe istanze.

Dario Accolla è un blogger, insegnante e saggista. È tra i fondatori del sito di informazione Gaypost.it e ha un blog su Il fatto quotidiano e su Linkiesta.it. Tra le sue pubblicazioni: I gay stanno tutti a sinistra – Omosessualità, politica, società (Aracne, Roma 2012), Mario Mieli trent’anni dopo, con Andrea Contieri (Circolo Mario Mieli, Roma 2013), la raccolta di racconti Da quando Ines è andata a vivere in città (Zona, Arezzo 2014) e Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile (Villaggio Maori Edizioni, Catania 2015), Il gender: la stesura definitiva (Villaggio Maori Edizioni, Catania 2017). La sua ultima opera è Non passa lo straniero – Come resistere al discorso sovranista (Villaggio Maori Edizioni, Catania 2019).

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