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gender e sessualità

L’orientamento sessuale secondo gli umani

Il concetto di orientamento sessuale è abbastanza recente, per quanto a volte possa sembrarci diversamente. La sensazione che esso sia sempre stato discusso ha origine soprattutto dall’estrema leggerezza con cui tendiamo ad applicare il nostro punto di vista quando parliamo di civiltà antiche, culture lontane o addirittura specie animali. Fioccano dunque gli articoli sull’omosessualità dei leoni o sulla bisessualità degli antichi greci, anche se probabilmente non saprebbero nemmeno il significato di queste parole (soprattutto i leoni, dato che non parlano).

Le prime discussioni sull’orientamento sessuale sono emerse nel XIX secolo, un periodo in cui si sentiva la forte necessità di categorizzare ogni aspetto umano percepito come anomalo e che ci ha dunque regalato una serie di deliziose cialtronerie quali lo studio della frenologia, dell’isteria e, per l’appunto, delle “devianze sessuali”. Nonostante il contesto infelice in cui nasce il concetto di orientamento sessuale, pare che l’idea della sua esistenza sia piaciuta anche alle generazioni successive, che hanno espanso il corpus di studi sull’argomento in maniera smisurata nei decenni a venire e lo hanno liberato degli aspetti più discutibili.

Alfred Kinsey è considerato uno dei maggiori singoli contribuenti allo studio dell’orientamento sessuale, soprattutto per il suo approccio relativamente non-giudicante, che ha aiutato in parte a regalargli una visione meno eteronormata dei suoi contemporanei, complice anche la propria bisessualità. Lo studioso diede il suo nome alla celebre scala, ancora oggi considerata da alcune persone uno degli strumenti più efficaci per rappresentare la sessualità umana: essa rappresenta l’orientamento in una linea continua divisa in sette punti, che vanno dall’esclusiva eterosessualità all’esclusiva omosessualità. Un aspetto spesso ignorato nel parlare della scala Kinsey riguarda i metodi usati dallo studioso, che, coerentemente con il suo passato da entomologo, si occupava più che altro di osservare i comportamenti umani, attraverso lo strumento delle interviste. L’orientamento secondo Kinsey era dunque molto differente dall’idea odierna, si focalizzava su ciò che è osservabile, avvicinandosi più agli articoli sui leoni menzionati poco fa che alla sessualità come la intendiamo oggi.

Senza sminuire il ruolo che le teorie di Kinsey hanno avuto nella storia della sessuologia, queste considerazioni riconoscono che la sua visione è stato il calcio d’inizio per il diffondersi di uno studio critico e scientifico sulle minoranze sessuali. Da allora il suo approccio ha dato l’impronta con cui le generazioni successive hanno tentato di comprendere l’orientamento sessuale, con versioni della scala che ne aggiornavano i metodi, le distinzioni e le terminologie. Tali versioni hanno però mantenuto la rappresentazione di una scala lineare che presenta di per sé le sue criticità, particolarmente per quanto riguarda l’idea della bisessualità: se omosessualità e eterosessualità si trovano sullo stesso spettro, all’aumentare di una diminuirà necessariamente l’altra, relegando la bisessualità ad un insieme di due attrazioni incomplete, mai intense quanto quelle di chi si trova alle estremità.

Fortunatamente all’era della categorizzazione, che spesso poteva risultare quantomeno semplicistica, seguì l’era della complessità, con rappresentazioni dell’orientamento sessuale sempre più intricate come quella di Fritz Klein del 1978 che includeva ben 7 scale divise in 7 punti (evidentemente un fan del numero), ognuna replicata per passato, presente e futuro. Questo tipo di approccio aveva dunque risolto la visione riduttiva che si aveva inizialmente dell’orientamento sessuale, tuttavia era incappata nel problema opposto: trasformare un aspetto della persona in un labirinto di scale, numeri e item troppo ostico da navigare.

Un percorso simile era avvenuto nell’eziologia della sessualità, con gli approcci post-freudiani che tendevano a delineare l’orientamento come una semplice deviazione dal normale superamento del complesso edipico seguiti da approcci più complessi che iniziavano a prendere in considerazione più elementi di quanti riuscissero a gestire, dalla genetica all’ambiente sociale.

A regalarci uno degli elementi per superare la dicotomia tra classificazione e complessità è stato Laumann negli anni ‘90 con il concetto di “tripartizione dell’orientamento sessuale”, cercando di mettere tuttə d’accordo e offrire una visione onnicomprensiva: secondo il sociologo quando diciamo “orientamento sessuale” in realtà diciamo tre cose: comportamento, desiderio e identificazione. Oltre, dunque, alla visione di Kinsey che ci permette di osservare il comportamento e alla visione di Klein che ci permette di misurare anche il desiderio, Laumann introduce un terzo elemento, che prende in considerazione il modo in cui la persona stessa si definisce. Questo ci ha permesso di riconoscere che l’orientamento è qualcosa di troppo complesso per essere inserito in linguaggi come quelli matematici o statistici e che l’unico vero modo in cui possiamo parlarne è facendo affidamento alla codificazione più complessa che ci sia: il linguaggio.

Tornando a dare un’occhiata a come se la passa l’evoluzione dell’eziologia, possiamo vedere che anche lì è avvenuto qualcosa di simile, con l’abbraccio di una prospettiva più agnostica: “abbiamo passato anni a cercare di spiegare da dove viene l’orientamento sessuale di una persona, adesso basta. Non lo sappiamo e non ci interessa!”. Finalmente ci si è liberatə del bisogno compulsivo di spiegare e classificare tutto e come Socrate possiamo sapere di non sapere, riconoscendo che il fatto stesso di dover individuare ad ogni costo le origini dell’omosessualità proviene da una visione estremamente eteronormata: infatti nella storia non si è mai sentito il bisogno di individuare l’origine dell’eterosessualità. Approcci simili sono stati utilissimi anche nella concettualizzazione dell’identità di genere, altro aspetto della sessualità umana sempre più vasto e complesso e sempre meno legato al binarismo e al bio-essenzialismo.

Siamo dunque giunti ai giorni nostri, con l’individuo che torna ad essere al centro della propria vita sessuale ora che diamo valore all’autodeterminazione e smettiamo di mettere il naso nelle origini della sua sessualità. Eppure, sebbene accademicamente ci ritroviamo in questa posizione, nel mondo c’è quasi una contro-tendenza verso la necessità di classificare e razionalizzare le identità, che spesso spinge a pretendere che ognuno dimostri la propria appartenenza, solitamente usando la scelta dellə partner come prova, e conduce all’incubo della sovradeterminazione, che ci porta all’arroganza di pensare di sapere sempre cosa è meglio per gli altri. Questi comportamenti sono coerenti con l’emergere di uno pseudo-scetticismo che incoraggia a “blastare” il prossimo per asserire la dominanza di “fatti e logica” sui “sentimenti”, ancorato ad un modello tossico di mascolinità che santifica la freddezza dei fatti e brama la vittoria nei dibattiti.

Alla luce di questi elementi, il pezzo che state leggendo non è semplicemente un piacevole excursus nel modo in cui la mente umana cerca di comprendere al meglio delle sue capacità qualcosa di complesso come l’identità sessuale, ma anche un messaggio per ricordare a chi sta leggendo che la strada dello scetticismo è già stata percorsa e non porta da nessuna parte se non a teorie così complesse da non essere più di alcuna utilità.

Quale può essere dunque la strada avanti a noi se non quella di operare una nuova rivoluzione copernicana del modo di vedere le cose? La via per abbandonare la necessità di trovare rifugio nella fredda razionalità quando siamo davanti a qualcosa di incomprensibile risiede in qualcosa di realmente rivoluzionario: la fiducia. L’altra persona è un individuo completo, cosciente e responsabile della propria identità, non è tenuto a giustificarla e l’unica prova di cui ho bisogno per credergli è la sua stessa parola.

Imparare a fidarci di più del prossimo non è una cosa che avviene dall’oggi al domani, ci sono tante cose da decostruire nel modo in cui consideriamo valido ciò che abbiamo davanti e nella diffidenza che ci portiamo dietro da generazioni, spesso accentuata stesso dal bisogno di giustificare le nostre identità di fronte ad un contesto sociale che le sminuisce. La speranza è che lentamente potremo iniziare a renderci conto di cosa pretendiamo dallə altrə e del perché, così da poter iniziare a farlo sempre meno. Quando avremo imparato ciò forse saremo davvero pronti per comprendere appieno l’enorme e intricata complessità della sessualità umana.

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