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Non mangi la carne? Non sarai mica fro**o? – Per un veganismo queer

Sono vegano da oltre 15 anni e vegetariano da 27. In quanto soggetto cisgender socializzato al maschile, la presa di posizione implicita nel mio veganismo – rifiutare il sistema di generazione, reclusione, uccisione e smembramento degli animali non umani a fini alimentari – ha dovuto fare i conti con il regime eterosessuale. Se è ormai assodato che il fatto di non mangiare animali attira sui/lle vegan forme di ostracismo, derisione o svalutazione che sono state raccolte concettualmente sotto il termine “vegefobia”, non si può non osservare come tali manifestazioni di disprezzo più o meno consapevole assumano precise coloriture di genere. Vorrei quindi analizzare in breve cosa accada ai vegani maschi. Naturalmente, esiste una particolare reazione sociale al veganismo femminile, che presenta caratteristiche (in parte) differenti: per esempio, la patologizzazione del vegetarismo/veganismo delle adolescenti, tramite il ricorso alle categorie dei disturbi alimentari (anoressia, ortoressia, ecc.), così come l’accusa di “sentimentalismo”, poggiano su una serie di particolari stereotipi legati alle donne. Ma veniamo ai maschietti.

Se per noi vegani è del tutto usuale dover ascoltare osservazioni – solitamente non richieste – sulla catena alimentare, la sofferenza delle carote o l’importanza della tradizione, talvolta ci vengono rivolte domande forse più ridicole. “Non mangi la carne, ma le donne ti piacciono?” “Mangiando verdure non hai problemi di impotenza?”, o, in alcuni casi più grottescamente espliciti, “Non sarai mica frocio?”. Perché queste domande? Perché il veganismo maschile, oltre a suscitare, “giustamente“, una certa ansia relativa alla supremazia umana, suscita anche questo particolare trouble di genere? Nell’interlocutore si percepisce tutta la fragilità della maschilità egemone che si sente minacciata. Talvolta, l’interlocutore è un’interlocutrice, ma poco cambia, perché ciò che viene difeso è sempre il modello dominante di maschilità. Ma da che cosa si sente minacciata questa maschilità?

Nel suo Manifesto queer vegan, Rasmus Simonsen, racconta così il momento in cui dichiara che non mangerà più animali:

Quando informai i miei genitori che intendevo diventare vegano, mia madre scoppiò in lacrime e disse: ‘Come potrò ancora cucinare per te?!’. Nel mio contesto familiare, il perturbamento non intenzionale causato dalla mia scelta suonò, a dir poco, straniante [queer]: il ruolo di mia madre come nutrice veniva, a suo modo di vedere, messo a repentaglio e ogni pasto che avrei consumato in famiglia avrebbe sfidato abitudini alimentari antropocentriche. Rifiutando non tanto il cibo animale quanto, peggio ancora, la modalità stessa dello stare insieme che si realizza intor­no al desco familiare, sarei diventato un ‘guastafeste’, ‘quello che si mette di traverso nella solidarietà organica’ che si instaura nell’atto di mangiare. La mia decisione aveva messo in dubbio la funzione della tavo­la, al luogo della coesione familiare; il cameratismo, la forza affettiva che mi legava al resto della famiglia non poteva più essere data per scontata. Opponendosi all’uc­cisione di esseri di altre specie, i vegani posso­no effettivamente, e ironicamente, trasformarsi negli ‘assassini’ ‘della gioia familiare’. Niente più pasti ‘felici’ insieme. Non solo: dato che in futuro mia madre non avrebbe più po­tuto continuare a svolgere lo stesso ‘lavoro di servizio’ femminile per me e per gli altri componenti della famiglia, la mia scelta metteva in discussione anche l’ordine eterocentrato dello spazio domestico”.

Qui l’autore fornisce già alcuni spunti in grado di spiegare le reazioni familiari. Anzitutto, la carne ha a che fare con la riproduzione dei rapporti di genere, come l’ormai classico lavoro di Carol Adams ha illustrato ampiamente. Sebbene le domande/frecciatine di cui sopra abbiano spesso scarsi fondamenti fattuali, vengono riprodotte insistentemente perché nell’immaginario comune carne e virilità sono strettamente collegate: l’uomo è cacciatore, la donna è preda. Il vegano dunque attenta alla divisione eteropatriarcale del lavoro di preparazione del cibo e alle modalità di consumo a tavola, modalità che celebrano quotidianamente la norma sacrificale. Federico Zappino ha descritto quest’ultima come la norma in base alla quale la vulnerabilità di alcuni soggetti (umani) viene minizzata sacrificando quella di altri (gli animali non umani): “Per quanto l’umano e l’animale siano entrambi “ontologicamente” precari, non può essere taciuto che la minore precarietà dell’umano rispetto a quella dell’animale si deve al fatto che il primo l’ha attenuata sulla base di tecnologie, e di abusi di potere, che massimizzassero quella del secondo”.

Non solo, esiste un’ansia sociale che riguarda sia la figura del vegano, in quanto disertore del carnivorismo, sia quella del gay, in quanto disertore dell’eterosessualità, e che ha a che fare con la riproduzione della specie. Se è noto che il desiderio omosessuale attiva fantasmi legati al “futuro” perché rimanda a una sessualità non riproduttiva, è un po’ meno immediato pensare al veganismo come un nodo problematico dal punto di vista della riproduzione della specie. Eppure, se pensiamo a quanta disinformazione, quanto livore, quanti ostacoli concreti trovano i genitori vegan, iniziamo ad averne un’idea. Chi nutre le propri(e) figli(e) senza carne e derivati va incontro ad accuse che spaziano dall’autoritarismo (“imponi questa dieta a tuǝ figliǝ” – come se la dieta “standard” non venisse ugualmente “imposta” aǝ bambinǝ), al purismo ideologico (come se cibarsi di animali non fosse, letteralmente, ideologia), all’assassinio. Quest’ultima imputazione è in genere implicita, ma talvolta trova forma esplicita. Evidentemente, quando la dieta vegetale è motivo di problemi di salute, si scopre che parte della responsabilità è di un sistema che non assicura pari diritti: poiché il carnivorismo è la norma e il veganismo una “deviazione”, informazioni, strutture mediche, scolastiche, organizzazione sociale facilitano il primo e rendono il secondo un percorso ad ostacoli. Così, se quest’ultimo “funziona male”, si conferma che si tratta di una condotta pericolosa: un circolo vizioso tipico delle norme sociali. Del resto, la riproduzione della specie che assurge a motivazione centrale nella vita, con tutto il suo corollario di esortazione asfissiante alla maternità femminile, è un imperativo dell’eterosessusalità ma è anche espressione dell’eccezionalismo umano: la nostra specie è al centro dell’universo, e la sua estinzione, o anche solo il suo decentramento, non è fra le ipotesi accettabili.

C’è dell’altro. Sempre Zappino riconduce la norma eterosessuale (ciò che è stato variamente indicato come eterosessualità obbligatoria, eteronormatività, eterocentrismo, eterosessismo) alla posizione di quei soggetti che rifiutano di essere penetrati, e che perpetrano “ad altr* qualcosa che essi stessi reputano abominevole […], un sacrificio”. L’omofobia può dunque essere letta, come ha fatto Leo Bersani, come “l’espressione in negativo di una fantasia, più o meno conscia, di uomini che, praticando il sesso anale, partecipano del terrificante (o presunto tale) fenomeno della sessualità femminile”. Si tratta, in altri termini, di una rinuncia al privilegio e al potere dalle implicazioni complesse, fra le quali la perdita del controllo su sé stessi.

E a un’altra forma di privilegio cercano di rinunciare i vegani, il privilegio di fare parte della specie homo sapiens. In che cosa consiste quest’ultimo? Come per la norma eterosessuale, si tratta di avere il diritto di fare qualcosa che non si subisce. L’essere umano moderno occidentale, nota l’ecofemminista Val Plumwood, si è infatti posto nella condizione di predare qualsiasi animale sulla terra, elaborando al contempo un articolato complesso di dispositivi che servono a impedire che, mentre ci comportiamo da predatori, possiamo essere nella posizione di preda per qualcun altro, fino a prevenire, tramite le tecniche sepoltura, che il nostro corpo senza vita divenga cibo per i vermi. Nessuna reciprocità: una posizione unica fra le specie animali. E quando qualcosa va storto, quando cioè un animale selvaggio attacca un umano, lo scandalo, la rappresaglia, la “spedizione punitiva” e lo sterminio sono le risposte immediate.

Eppure, anche al netto degli aspetti più teorici di questa riflessione, non sembra che l’approccio dei maschi vegani sia molto consapevole di come norma eterosessuale e norma sacrificale si rafforzino vincendevolmente nel colpire le maschilità vegan.

Il veganismo mainstream, infatti, assume come scontato il posizionamento eterosessuale e si affanna a “rassicurare” l’interlocutore su questo aspetto: “sono vegano, ma la fica mi piace”, “mangio verdure ma sono un macho”, “essere vegani non significa essere froci”, e così via. Queste sono le risposte dei singoli, ma quelle, di norma più composte, della comunità animalista, rappresentata dalle grandi associazioni, presentano lo stesso schema: la dieta vegetale non rende impotenti, anzi è la carne a creare problemi a letto; “vegans do it better”; i corpi usati per pubblicizzare il veganismo sono corpi femminili ultrasessualizzati secondo gli standard della pornografia mainstream (ricordando che questi, e solo questi, sono l’oggetto del desiderio del “vero” maschio vegano), o corpi maschili che rientrano nei canoni della virilità eterosessuale (carnivora!), come testimoniano le campagne della PETA negli Stati Uniti. Sono infatti numerosi i video di questa associazione che esaltano la potenza sessuale del maschio vegan o denigrano quella del carnivoro, fino ad arrivare ad ammiccare alla violenza domestica sulle donne.

E invece, facendo nostri i suggerimenti di Simonsen, dovremmo renderci conto che il rifiuto di cibarsi di animali, in una società antropocentrica come la nostra, ha il potenziale di destabilizzare chi ci sta intorno non soltanto dal punto di vista dei rapporti violenti che la nostra specie intrattiene con le altre, ma anche dal punto di vista dei rapporti di genere, cioè per tutto ciò che riguarda l’eteropatriarcato. E questo non è un difetto, è una potenzialità politica al momento largamente inespressa. Il veganismo può essere dunque doppiamente killjoy, un guastafeste, una tecnologia del sé che invece di rafforzare mira a sovvertire l’eterosessualità.

Una pratica straniante, perturbante, queer, che esprima un’alleanza fra due forme di diserzione dalla norma. Potremo allora iniziare a rispondere a chi ci chiede se non siamo per caso froci: “e perché no?”

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