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Cultura dello stupro: Grillo, una Lectio Magistralis

Il video in cui Beppe Grillo difende il figlio dalle accuse di violenza sessuale non è solo un video violento di per sé. Conosciamo questo modus operandi, conosciamo il gancio emotivo, l’arpione che lancia al pubblico, che non è solo retorico ma parla alle viscere dell’uditorio per stimolarne la ricezione intima e gretta.

Lo conosciamo e non dovrebbe stupirci, ne siamo abituati come siamo abituati a un certo tipo di dialogo a senso unico che la sua carriera politica ci ha consegnato.

La finta democrazia, il finto potere dal basso, il finto dovere morale nei confronti della purezza del mestiere politico che ha disegnato negli anni si disgregano e si rivelano anche in quel video. Perché oltre ad essere un filmato violento quel video è una prova: la prova del garantismo ad personam. Perché grazie al potere politico e mediatico che stringe tra le mani Grillo tenta- con l’arroganza che l’ha sempre contraddistinto – di fare pressione sulla Magistratura e su un processo attualmente in corso. È una forma di tracotanza insostenibile che dimostra, fuori da ogni dubbio, che tutto ciò di cui il Movimento 5 Stelle si è fatto promotore era ed è una manovra squisitamente di facciata, buona per imbonire i più, muovere i voti e consolidare- nell’hummus più fascistoide di questo paese- la regola aurea per cui il potere ha una componente di forza autoritaria che elimina qualunque forma di democrazia. Io sono Grillo, e voi non siete nessuno.

Grillo è il leader- e come il migliore dei leader- si porta appresso uno stuolo delirante di seguaci su cui ha sapientemente e strategicamente imposto il proprio culto. Il culto della personalità, una forma di idolatria sociale che si configura nell’assoluta devozione a un leader, politico o religioso, attraverso l’esaltazione del pensiero e delle capacità, tanto da attribuirgli doti di infallibilità.

Spoiler: il culto della personalità ha avuto grande spazio e ha giocato un ruolo rilevante nella propaganda fascista e nazista.

E queste sono le buone notizie.
Le cattive notizie hanno a che fare con qualcosa di molto più pervasivo e sistemico che si innesta al centro di quel video, che è una lectio magistralis sulla cultura dello stupro.
La cultura dello stupro è un concetto usato per descrivere una cultura in cui lo stupro e la violenza sessuale sono percepiti come comuni e in cui atteggiamenti, norme, pratiche e media prevalenti normalizzano, scusano, tollerano o addirittura perdonano la violenza sessuale. La cultura dello stupro si perpetua attraverso l’uso di un linguaggio misogino, l’oggettivazione dei corpi di donne e uomini e la banalizzazione della violenza stessa. Esempi di comportamenti comunemente associati alla cultura dello stupro includono il victim blaming, l’oggettivazione sessuale del corpo femminile in tv e nei media, lo slut shaming e la tendenza a intimorire le donne nel caso vogliano usare la propria voce per denunciare i suddetti comportamenti.

Capire in cosa consiste la rape culture ci aiuta a porre nella giusta prospettiva gli attacchi che le donne subiscono, il peso che grava su di loro e sulle loro scelte sociali, educative ed economiche e la labile sicurezza che sentono di avere, dentro e fuori casa.

Ora, questo tipo di cultura spinge le donne a sacrificare le loro libertà per stare al sicuro, ponendo il fardello della sicurezza sulle loro spalle e incolpandole quando non riescono a salvarsi (vedi victim blaming di prima). È una tassa sociale che grava sulle vite delle donne, fin da quando sono bambine, e che si somma alle rinunce di opportunità sociali ed economiche che mettono in atto solo per proteggere la propria incolumità. Da questa insicurezza, dalle molteplici insicurezze che il patriarcato instilla nelle vite delle donne e dal controllo che cerca di apporre in tutti modi su ciò che pensano e su ciò che vivono (e il corpo ha un ruolo di primaria importanza in questo) credo derivino tutti i divari, tutti i gap, apparentemente scollegati tra loro.

Se le donne non si sentono sicure o se qualcuno appone controllo su ciò che possono decidere di fare, avranno un ventaglio molto più ridotto di opportunità, sociali, educative ed economiche. Ah, senza contare il vivere nell’oppressione e la paura costante che qualcuno possa usarti violenza in ogni ambito.

La cultura dello stupro si palesa in maniera molto più sottile anche in tutte quelle espressioni apparentemente non violente, come “se l’è andata a cercare”. Grillo non manca un colpo nemmeno in questo. Perché se sei ubriaca, sottintende a un certo punto senza dirlo, non è che ti puoi aspettare chissà che.

Ma rincara pesantemente la dose: quelli che sono gli indagati sono “ragazzi col pisello in mano, sono quattro coglioni”, sfoderando la carta sempreverde del boys will be boys. Sono ragazzi, è nella loro natura. Una natura violenta, predatoria, malsana. Una natura che spinge gli uomini a riconoscersi in comportamenti violatori, sapendo che per quella stessa natura non saranno perseguiti. Perché ogni volta che diamo come naturale una connotazione, ci raccontiamo che non siamo responsabili delle azioni che da quella connotazione derivano.

E Grillo lo sa, che quei ragazzi sono innocenti. Lo sa perché dopo due anni non stanno ancora in carcere anche se da politico dovrebbe ben conoscere i tempi della giustizia; lo sa perché la vittima si è concessa il lusso di far trascorrere ben otto giorni prima di sporgere denuncia, insinuando il dubbio che questo non sia normale, che questo sia strano. No, non lo è. Ci sono persone che rimuovono, che ricordano dopo anni. Ci sono persone che provano molto dolore a parlarne.

Forse Grillo non se ne è accorto ma non siamo su una pista di atletica e la variabile tempo non solo non è significativa ma non è neppure contemplata. Lo sa perché possiede un video di quel rapporto sessuale. La domanda che dovremmo farci qui è una sola: perché esiste quel video. Perché la cultura dello stupro è anche questo: è la dinamica dello spogliatoio, del darsi di gomito all’interno della cerchia, dell’uso violento dei corpi altrui. È il tenere traccia di ogni conquista, è il fare l’ennesima tacca sul muro. È, presumibilmente, usare quella traccia per spaventare e ricattare: perché potenzialmente quel video può essere usato col fine di fare revenge porn. Facciamolo un video, che non si sa mai.


Questa cornice di senso ci consegna una squallida diapositiva su ciò che significa dare un monito alle donne. A quelle che subiscono violenza, a quelle che vogliono denunciare e a quelle che non l’hanno fatto per paura di ritorsioni. Perché se lo fai, questo è quello che accadrà. Ci sarà la gogna mediatica, ci sarà il victim blaming, ci sarà l’invalidamento delle tue esperienze e del tuo dolore, ci saranno coloro che gonfieranno le statistiche dei falsi stupri, ci sarà la paura e il terrore, soprattutto se colui contro cui punti il dito è famoso, o potente, o tutti e due.

Perché se lo fai, poi sai come andrà a finire, in un paese in cui la cultura dello stupro è così radicata da necrotizzare ogni altro tessuto intorno e da far espandere in maniera inarrestabile le sue metastasi: dovrai vivere con lo stigma della puttana, o di quella che voleva soldi o visibilità, di quella che ha fatto tutto questo per i propri interessi, cercando di macchiare il buon nome di un ragazzo. Ai maschi, colpevoli o innocenti, è riservata la medesima sorte, quella di essere semplicemente uomini. A cui queste cose succedono, trasferendo il loro essere soggetti in un agente che non esiste e liberandoli da ogni responsabilità.

Il finale di questa superba lezione che Grillo ci ha dato sta dentro alla premessa della difesa al figlio e quella premessa dice sono un padre.

E così, la schiera degli accoliti ha trovato un ulteriore aggancio emotivo a cui abboccare. Perché se sei un padre anche tu puoi sentire questa rabbia, puoi capire perché io Grillo genitore sia così fuori di me. La senti questa rabbia? È la tua, vero?

Perciò sui social personalità più o meno in vista e semplici cittadini hanno espresso questo concetto: “come padre solidarizzo con Grillo”.

Facciamo un ultimo sforzo, facciamo l’analisi del testo di questa cosa e scaviamo nell’aberrazione.

COME PADRE: Il buon padre di famiglia è un concetto di cui parla anche il diritto romano e che per nostra sfortuna ci siamo portate dietro nella Costituzione. Il padre è buono per definizione, il pater familias- colui che comanda- e se si rammarica per un figlio di certo il suo sarà un giudizio super partes, di valore, perché ha a cuore il bene della famiglia stessa.

Il buon padre di famiglia è quello che ci fa esclamare che “come padre” capiamo Grillo, nella sua strenua difesa. Ma essere padre non ti autorizza a fare tue certe mostruosità solo per una comunanza di status e di ruolo. L’essere padre qui viene usato come premessa e pretesto per permette a chi ascolta di empatizzare, di entrare in risonanza con quella violenza urlata e dire: beh, è un padre arrabbiato, in fondo.

E invece no, perché anche da padre come essere umano puoi e devi capire quando sei di fronte all’orrore della gogna mediatica, all’invalidamento delle esperienze delle donne e al fare pressione sulla magistratura, sfruttando ruoli e poteri politici.

SOLIDARIZZO: cos’è la solidarietà? È entrare in empatia, è aiutare, è prendere le parti sentendo il dolore che prova l’altro. Tutti coloro che dicono che come padri “solidarizzano” con Grillo stanno in realtà dicendo che solidarizzano come padri di figli maschi e stanno perciò avallando in maniera concreta la solidarietà patriarcale del branco, che è uno dei fattori principali attraverso cui si tramanda la cultura dello stupro.

Il padre del maschio, di nuovo, è più meritevole e valevole degli altri padri, perché il vissuto, le esperienze e le emozioni del maschio sono più importanti di quelli delle femmine. La gerarchia del merito, il valore delle esistenze, la colpa traslata su coloro che stanno sui gradini più bassi. Questo è il patriarcato e quello che il patriarcato fa è un’opera di blindatura e di cancellazione.

Perché mi preme ricordare che in questa storia, di padri, ce ne sono due.

Voglio chiudere con alcuni suggerimenti per far cessare la cultura dello stupro. Funzionano se aderiamo in quanti più possibile e se lo facciamo da domani:

  • Non usare un linguaggio che oggettifichi o degradi le donne
  • Ricorda che la violenza sessuale e lo stupro sono traumi profondi, non temi su cui fare ironia
  • Se una donna (o un uomo) si confida con te rivelando di essere vittima di violenza, non minimizzare. Sii di supporto.
  • Vai contro i tuoi bias cognitivi e la retorica comune. Allontanati da domande come “Come eri vestita?” “Avevi bevuto?” “Che ora era?” perché queste domande fanno ricadere la colpa sulla vittima invece che sul carnefice
  • Ricevi e accogli con spirito critico i messaggi veicolati dai media. Come sono rappresentate le donne, che ruolo hanno, quanta violenza c’è a diversi livelli in ciò che vedi, leggi o senti
  • Rispetta sempre lo spazio fisico delle altre persone. Chiedi consenso in ogni situazione, anche di sesso occasionale. Il consenso è qualcosa che una persona è felice di dare, non qualcosa da strappare con coercizione.
  • Ogni volta che sei di fronte a violenza, ironia, oggettificazione, prendi posizione. Non è in tuo nome che stanno parlando e devi farlo presente. Aiuta con il tuo supporto, non perpetrare la cultura dello stupro con il tuo assenso né tantomeno con il tuo silenzio.

Ella Marciello è una Direttrice Creativa, Autrice, Copywriter, Digital Strategist e Docente. Femminista da prima di sapere cosa fosse il femminismo, lavora ogni giorno per creare ambienti e rappresentazioni più inclusive, online e offline. Crede nelle parole e nel loro potere,e di come possano creare immaginari che ancora non esistono. Oggi è Creative Director per Ribelli, Portavoce e Creativa per Hella Network- il network per la comunicazione inclusiva- e per Startup Italia è una delle 1000 donne ‘unstoppable’ che stanno cambiando il nostro paese.

Comments (1)

  • Daniele Rozzoni

    Brava Ella, condivido in toto. Una critica costruttiva peró: mia madre (e parlo di madre solo perchè il padre non ce l’ho più) con tutti quegli anglicismi si è persa nella lettura. Sarebbe meglio limitarne l’uso al minimo indispensabile.

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