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Rom e Sinti

ROM E SINTI PARTIGIANI: LA RESISTENZA DIMENTICATA

Ritenuti “stranieri”, mai – o con sospetto – cittadini, i Rom e i Sinti, insomma, quelli che la gente chiama – se non ad alta voce ma dentro di sé – con disprezzo “zingari”, sono così tanto cittadini italiani da aver combattuto ed essere caduti per la causa della libertà contro la dittatura fascista, per la nascita della nostra Repubblica e per i principi poi espressi nella nostra Costituzione.

Ma non solo in Italia: Rom e Sinti in tutta l’Europa occupata furono martiri e partigiani.  Già Hemingway in Per chi suona la campana raccontava dei “gitani” attivi nella guerra di Spagna dalla parte repubblicana. Nell’Est europeo e nei Balcani è documentata l’attività partigiana di raggruppamenti “zingari” che si guadagnarono anche decorazioni al valore: ad esempio in Slovacchia un battaglione partigiano formato da appartenenti alla minoranza rom, fermò il contrattacco tedesco a Banska Bystrica durante l’insurrezione dell’estate del 1944. In Francia i Rom dettero un contributo importante all’avanzata angloamericana infiltrandosi oltre le linee nemiche e facilitando le comunicazioni, e un battaglione partigiano formato da sinti combatté i nazisti supportando lo sbarco in Normandia (cfr. A. Migra-Kruszelnicka, J. Dunajeva, Re-thinking Roma Resistance throughout History: Recounting Stories of Strenght and Bravery, Budapest, Eriac 2020).

In Italia i sinti e i rom, dopo l’8 settembre del 1943, fuggirono dai campi di concentramento dove erano reclusi dal settembre 1940. Quelli nell’Italia meridionale riuscirono più facilmente a cavarsela, perché si trovavano in territori liberati dagli alleati, ma assai più difficile fu la sorte di coloro che si trovarono al nord sotto l’RSI. Molti vennero rastrellati dai fascisti e dai nazisti ed inviati nei campi di sterminio, ma alcuni riuscirono a nascondersi e, da patrioti, a partecipare alla lotta partigiana anche a costo della propria vita.

Questo pezzo di storia italiana è misconosciuto: cerchiamo di raccontarlo allora!

La ricerca sul ruolo svolto dalle persone appartenenti alla minoranza linguistica sinta e rom è ancora lontana dall’offrire un quadro completo sull’impegno in particolare dei sinti per la sconfitta del fascismo e del nazismo. Ecco l’elenco, aggiornato al 2020 (il primo elenco è stato stilato nel 2013), delle persone che parteciparono alla Liberazione.

Fra i «dieci martiri di Vicenza», partigiani fucilati dai tedeschi l’11 Novembre 1944, si conta un gruppo di quattro Sinti, tutti cittadini italiani, musicisti, circensi e giostrai: Walter Catternato a Francolino di Ferrara nel 1914, di professione circense, entra a far parte della seconda brigata “Damiano Chiesa” con il nome di battaglia “Vampa”; Lino Festini, nato a Milano nel 1916, di professione musicista-teatrante, entra a far parte della seconda brigata “Damiano Chiesa” con il nome di battaglia “Ercole”. Arrestato il 22 ottobre 1944, insieme agli altri tre sinti, viene incarcerato a Camposampiero (PD) e torturato dal famigerato fascista Nello Allegro. Renato Mastini, nato a Copparo (FE) nel 1924, svolge l’attività di spettacolo viaggiante; nell’agosto del 1944 con il nome di battaglia “Zulin” entra a far parte nella seconda brigata “Damiano Chiesa” e partecipa ad azioni della “F. Sabatucci”. Silvio Paina, nato a Mossano (VI) nel 1902, di professione circense, entra a far parte della seconda brigata “Damiano Chiesa” grazie a “Zulin”. Arrestato il 22 ottobre 1944, insieme agli altri tre sinti dopo Camposampiero fu trasferito a Piazzola sul Brenta, nei sotterranei di Villa Camerini trasformati in carcere, dove le SS proseguirono a torturarli. Torture alle quali prese parte anche il federale Vivarelli.

Il ventunenne Giuseppe Catter, cugino di Walter, nato in Provincia di Cuneo nel 1923, di mestiere faceva l’orologiaio. Si unì ai partigiani con il nome di battaglia di “Tarzan”, nel 1944; catturato dai fascisti sul Colle San Bartolomeo, nelle Alpi Liguri, fu portato ad Aurigo (IM) e torturato affinché parlasse. “Tarzan” non parlò e venne ammazzato. A lui, eroe partigiano e decorato al valore, fu intitolata la sua Brigata combattente, e nel 2014 l’Arci e l’Istituto Storico di Imperia lo hanno onorato con una targa.

Presenze “zingare” sono attestate nel movimento partigiano a Genova, alla cui liberazione partecipò Giacomo Sacco, partigiano sinto. Racconta Giacomo: “Mi catturarono con altre 17 persone mentre andavo a manghel. Al passo del Turchino ci liberarono i partigiani. Decisi di rimanere con i partigiani, per partecipare alla liberazione di Genova e lottare contro i fascisti e nazisti, condividendo gli ideali dei partigiani. Fui l’unico sinto della brigata e fui usato come staffetta. Venni a conoscenza di un altro sinto combattente che era un capo, visto che guidava gli attacchi.”

Una scarna testimonianza orale fornisce elementi per ricostruire la singolare vicenda de «I Leoni di Breda Solini» (una località presso Rivarolo in provincia di Modena, che prende il nome dal vicino stabilimento). Era così chiamata una brigata di Sinti, professionisti dello spettacolo ambulante, i quali di notte si trasformavano in combattenti mettendo a segno efficaci azioni contro i tedeschi. Fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sul Secchia (MO), dove erano stati rinchiusi nel settembre 194, ci ha fornito testimonianze su di loro Giacomo “Gnugo” De Bar (scomparso ad inizio 2019) nel suo libro Strada, Patria Sinta.

“Molti sinti facevano i partigiani. Per esempio mio cugino Lucchesi Fioravante stava con la divisione Armando, ma anche molti di noi che facevano gli spettacoli durante il giorno, di notte andavano a portare via le armi ai tedeschi. Mio padre e lo zio Rus tornarono a casa nel 1945 e anche loro di notte si univano ad altri sinti per fare le azioni contro i tedeschi nella zona del mantovano fra Breda Solini e Rivarolo del Re (oggi Rivarolo Mantovano), dove giravamo con il postone che il nonno aveva attrezzato. Erano quasi una leggenda e la gente dei paesi li aveva soprannominati «I Leoni di Breda Solini», forse anche per quella volta che avevano disarmato una pattuglia dell’avanguardia tedesca.”

Racconta ancora Gnugo: “Erano entrati nel cuore della gente come eroi, anche per il fatto che usavano la violenza il minimo necessario, perché fra noi sinti non è mai esistita la volontà della guerra, l’istinto di uccidere un uomo solo perché è un nemico. Questo lo sapeva anche un fascista di Breda Solini che durante la Liberazione si era barricato in casa con un arsenale di armi, minacciando di fare fuoco a chiunque si avvicinasse o di uccidersi a sua volta facendo saltare tutta la casa: «Io mi arrendo solo ai Leoni di Breda Solini». Così andarono i miei, ai quali si arrese, ma venne poi preso in consegna lo stesso da altri partigiani, che lo rinchiusero in una cantina e lo picchiarono”.

Quella di Gnugo De Bar è una testimonianza per stimolare le stesse Istituzioni ad attivarsi per far conoscere e offrire spazi ai sinti anche nelle cerimonie ufficiali, perché troppo spesso viene oscurato più o meno volontariamente l’apporto dato dai sinti e dai rom alla liberazione dell’Italia.

In Trentino, precisamente in Val di Non, il sinto Vittorio Mayer, fu partigiano con il nome di battaglia “Spatzo”, passero in lingua sinta. Nato a Appiano sulla Strada del Vino (BZ) nel 1927, era poeta e musicista. La sua famiglia venne braccata dai fascisti perché sinti, la madre Giovanna con la sorella Edvige furino arrestate e uccise nel campo di concentramento di Bolzano, mentre lui riuscì a salvarsi nascondendo la sua appartenenza alla Comunità sinta estrekárja bolzanina. e si unì, diciassettenne, ai partigiani.

In Friuli, nella Divisione Osoppo, combatté da partigiano Giuseppe Levakovich, nato a Bue in Istria nel 1902; aveva partecipato alla Guerra in Etiopia, ma la sua famiglia, in quanto rom, venne internata a Mangone (CS). Tornato in Italia, nell’estate del 1944 sua moglie Vilma venne arrestata e inviata nel campo di concentramento a Dachau, mentre lui riuscì a fuggire ed entrò a far parte della brigata “Osoppo” con il nome di battaglia “Tzigari”. History Channel ha realizzato un documentario su di lui.

Sempre in Friuli Venezia Giulia, nella Divisione “Nannetti”, combatterono Rubino Bonora, partigiano sinto e Mirko Levak, partigiano rom scappato dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, che si unì ai partigiani in Istria.

In Veneto operò tra Padova e VicenzaOsiride Pevarello, e tra Vicenza e BellunoArchilio Pietro“Balino” Gabrielli, con il nome di battaglia “Piero”.

In Piemonte, nella zona di Alba in provincia di Cuneo, operò da Partigiano combattente Vittorio “Thulo” Reinhart.

Straordinaria è la storia di Amilcare Debar, detto familiarmente “Taro”, nato a Frossasco (Torino) il 16 Giugno 1927. Rimasto orfano a tre anni, insieme alla sorella Elvira venne accolto prima in un istituto di suore e successivamente nell’orfanotrofio di Racconigi nel Cuneese, dove frequentò la scuola di avviamento professionale. Successivamente fu accolto dal una famiglia Bergia che gli offrì un lavoro nella propria cascina. A diciassette anni, nei primi mesi del 1944, divenne staffetta partigiana nelle Formazioni Garibaldi portando ordini nelle valli cuneesi. Sfuggito alla fucilazione, divenne partigiano combattente con il nome di “Corsaro” nella 48° Brigata Garibaldi “Dante Di Nanni”, partecipando alla Liberazione di Torino.

Finita la guerra di Liberazione Taro non ricevette il Certificato al Patriota (Brevetto Alexander) rilasciato dagli Alleati né altro riconoscimento per il suo impegno durante la Resistenza. Dovette aspettare che un partigiano, Sandro Pertini, diventasse Presidente della Repubblica per ricevere il riconoscimento ufficiale, il Diploma d’Onore attestante la Qualifica di Combattente per la Libertà d’Italia 1943-1945.

Amilcare Debar

Dopo la guerra, venne impiegato presso il comando di polizia di Racconigi dove aveva vissuto gli anni in orfanotrofio. Durante il servizio da poliziotto, controllando i documenti di alcuni “nomadi”, ritrovò un fratello e altri parenti perduti: così decise di lasciare la divisa e di riunirsi a tutta la sua famiglia. Riappropriatosi dell’identità sinta, andò a vivere in un campo con la sua gente, adottandone i mestieri, impegnandosi nella difesa dei diritti del popolo Rom e Sinto e parlando a suo nome in varie riunioni internazionali, fra cui le Nazioni Unite. “Partigiano” fino alla morte, che lo colse il 12 Dicembre 2010 a 83 anni.

L’Istituto piemontese per la Storia della Resistenza conserva una scheda sull’operato di Taro in cui si legge: «Figura molto valida. Un uomo naturalmente capo. Notevole la sua capacità di risolvere i problemi, da quelli quotidiani della sopravvivenza alimentare alle decisioni operative di guerra».

Amilcare Debar ci ricorda che la Costituzione italiana, nata grazie anche al suo contributo, recita all’art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». E la Repubblica dovrebbe rimuovere tutto ciò che ostacola l’uguaglianza e limita la libertà. 

Debar è, però, un’eccezione. Il mancato riconoscimento di tanti partigiani appartenenti alla minoranza rom e sinta che combatterono e morirono per la libertà aiuta a comprendere le difficoltà di oggi nel costruire politiche scevre da discriminazioni nei confronti delle persone che vivono nei cosiddetti “campi nomadi”.

Il 25 Aprile è arrivato anche grazie a coloro che vengono chiamati con disprezzo “zingari”, ma non ci si riesce ancora a liberare dal pregiudizio che ha segnato la storia di questo popolo.

Noi siamo l’U.C.R.I, l’Unione delle Comunità Romanes in Italia, una federazione democratica senza alcun scopo di lucro, basata sul confronto e la crescita. L’ UCRI è la “casa comune” delle comunità romanès, che accoglie però anche persone non di etnia rom, ed è aperta a chiunque sia interessato alla cultura romanì, sia antirazzista e abbia spirito democratico (e fedina penale pulita) in una strategia di “partecipazione attiva e qualificata e non esclusiva.

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